Daria Bignardi approda su Raidue con «L’Era Glaciale»
di redazione sorrisi
Daria Bignardi
La prima cosa è stata la sigla. Una delle ultime interviste de «Le Invasioni Barbariche» l’avevo fatta a Gianni Pacinotti in arte Gipi, un disegnatore italiano che il «Wall Street Journal» ha definito uno dei migliori del mondo. Le graphic novel di Gipi sono bellissime e lui è un personaggio molto, molto speciale. Nessuno l’aveva mai visto in televisione, era una delle nostre scommesse. L’intervista andò benissimo e ci innamorammo definitivamente di lui e del suo lavoro. Una delle prime cose da pensare quando si fa un nuovo rogramma è la sigla: sigla, grafica e scena, che sarebbe lo studio. Sullo studio non avevamo dubbi, l’avrebbe disegnato Francesca Montinaro, la scenografa de «Le Invasioni Barbariche»: secondo me la più brava che ci sia. Anche se la vecchia sigla e l’art director Ildebrando Tosi che l’ha realizzata mi piacciono un sacco, una notte ho sognato che nel nuovo programma avrei avuto la sigla di Gipi. Al risveglio mi son detta: «Dai, glielo chiedo». Mica facile. Gipi è un artista fatto a forma di artista: vive a Parigi, lavora di notte e dorme di giorno, scompare per mesi, fa cose strane… Un nevoso e gelido giorno di gennaio io e il regista Fabio Calvi siamo volati a Parigi e siamo andati a cercarlo a casa sua. Abbiamo parlato tre ore di fidanzate (sue) genitori (suoi) disegni (suoi) e ascoltato musica (di tutti), poi siamo andati insieme in un bistrot a mangiare una omelette. Alla fine Gipi ha detto: «Va bene ragazzi, non ho mai fatto un’animazione ma per voi ci provo».
Il risultato lo vedrete questa sera: a me commuove e lo trovo un piccolo capolavoro, ma naturalmente io non sono obiettiva. Poi è toccata al titolo del programma. Con i colleghi, che poi sono anche amici, ci si vedeva anche il sabato sperando che fuori dall’ufficio venissero idee migliori: Giovanni ha cucinato anatra all’arancia per tutti, Cristiana e Francesco pensavano al vino, Stefania al dolce,
Francesca faceva la torta salata, Silvia portava il pane e la Brigu le burratine. Io portavo i fiori ai padroni di casa, comme il faut.
Abbiamo letto ad alta voce interi capitoli del Mereghetti e ogni giorno ci innamoravamo di un titolo diverso: «L’Ammazzavampiri» è durato tre giorni e «La Bestia» cinque. Per quasi due settimane il titolo è stato «Il Mestiere delle Armi» (che nessuno ce lo freghi che ci piace ancora). Poi un bel giorno in un incrocio magico di mail abbiamo pensato in tre contemporaneamente a «L’Era Glaciale» ed è stato amore.
Non lo so perché. Io il cartone animato non l’avevo neanche visto (ma quando l’ho fatto mi sono subito identificata con la tigre). Dopo
«Tempi Moderni» e «Le Invasioni Barbariche», «L’Era Glaciale» ci stava, come un viaggio a ritroso nel tempo. E poi mi hanno sempre dato della freddina ed era un modo per riderci sopra. E «L’Era Glaciale» fu, a furor di popolo, quando Fabio Fazio a «Che tempo che fa» mi estorse il titolo e su Facebook scattò il plebiscito. Fatta la sigla e trovato il titolo siamo passati alle cose più serie: i contenuti.
Interviste, perché quelle so fare, o almeno ci provo. Tre interviste in formati a fisarmonica. A volte quattro, se una è molto corta, più legata all’attualità. I personaggi che abbiamo pensato non ve li dico, li scoprirete solo vivendo. Ma anche lì abbiamo passato settimane a fare liste e depennare nomi, a leggere libri, giornali, guardare cose su youtube, in televisione e al cinema. Sembra una pacchia, vero? Un po’ lo è. Ma è quando mancano poche settimane alla messa in onda che il mestiere dell’autore (per non parlare di quello dell’autore che conduce anche il programma e quindi ha anche il problema di conservare un briciolo di energia fisica, infilarsi qualcosa addosso e cercare di avere, specialmente se donna – ingiustizia tremenda ingiustizia – un aspetto decente nonostante
il poco sonno, le ore al computer e le giornate chiusi in sale riunioni soffocanti) diventa faticoso.
Perché tre quattro settimane prima della messa in onda scatta l’ansia da debutto e non si contano più le riunioni, le mail, gli sms che ci si scambia come pazzi tra autori, redattori, produzione eccetera. E poi ci sono i filmati: finalmente lavoriamo con un regista che corteggiavamo da anni, Giovanni Giommi, che ha girato delle chicche che a noi esaltano e speriamo esaltino anche voi. Per produrre
quattro minuti di filmato, non potete immaginare il lavoro che c’è dietro. E le interviste. Per preparare un’intervista io ci perdo
una settimana di vita. Sono fatta male io: ansiosa come mia madre. Se non ho letto tutto quello che esiste al mondo su quel personaggio e non l’ho fagocitato e metabolizzato per almeno quattro ore e scritte e riscritte le domande almeno quattro volte fino a dieci minuti prima di andare in onda, non mi sento sicura. E il fatto che a volte siano venute buone interviste anche improvvisando non mi ha insegnato niente. Se non mi carico d’ansia, di informazioni e di tempo passato su un personaggio non funziono, almeno nel modo che dico io, che non è detto sia quello giusto, ma è l’unico che conosco.
Insomma, fare un programma come «L’Era Glaciale» è bello, ma si fa una gran fatica. O almeno, la faccio io, che ormai sono anziana
e non c’ho più il fisico per gestire l’adrenalina, lo stress, il poco sonno, i cali di pressione e tutte quelle cose lì. Però ci metto davvero
tutto quello che posso, tutto. E spero che il risultato vi piacerà, anche se so bene che i programmi non partono mai perfetti, si costruiscono una puntata alla volta, un pezzo alla volta, una settimana dopo l’altra. Si costruiscono anche col pubblico che dice la sua: e anche se ognuno ha i suoi gusti, dal pubblico escono sempre commenti interessanti, anche quando fanno girare le scatole. Ora poi coi
blog e Facebook non si scappa: altro che Auditel. State pur sicuri che se qualcosa non va, lo verrò a sapere molto in fretta. Me lo
direte voi. Buona «Era Glaciale» a tutti.
di Daria Bignardi





Per Antonella: anche a me succede e constatare che questa cosa succede anche ad una persona che sta in televisione, mi ha fatto sentire “normale”…
Che imbarazzo quando me ne accorgo… spero che la Bignardi non si sia vista o che non abbia la possibilità di rivedersi… “precisa” e “scupolosa” come e lei, potrebbe venirle un colpo! E’ vero, la Littizzetto sembrava un po’ giù di corda, ma a me è piaciuta anche così… più vera, più naturale, più sincera….
Anch’io poi ho fatto fatica a seguire: con un occhio dormivo, con l’altro ho visto Mancini (ex allenatore dell’Inter)…. questa trasmissione è interessante, almeno quanto lo era “Le invasioni Barbariche” (stessa impostazione, stesse inquadrature, ecc.), ma, anche se va in onda il venerdì, la fanno troppo tardi….
Daria una di noi
io non riuscirei neppure a spiccicare parola! è vero la Litti è stata più persona..più naturale..e tenera (sopratt..quando parlava dei suoi bambini in affido)..per il resto non so..sono andata a nanna..ma mi sarebbe piaciuto sentire Mancini..cerco di trovarlo su youtube
Se non riesci a trovarlo e non abiti molto lontano da me (Milano), ti posso prestare la VHS perchè l’ho registrato. Fammi sapere! Ciao.
Interessante il programma che è sulla stessa onda delle “Invasioni..”, ma con un che di diverso, che fa emergere meglio il personaggio nella sua autenticità.
Peccato l’ora così ingrata.Io l’ho visto solo perché l’ho registrato tramite fastweb e decoder apposito, non tutti però hanno questa facilitazione.
Marta ti ringrazio,che gentile
ma siamo lontane lontane. Grazie cmq
ma non danno la replica?….me la sono persa, ma a me piace Daria.
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