Il Moore di Venezia
di redazione sorrisi

Michael Moore a Venezia (Foto Kika Press & Media)
di Alberto Anile
Rotondo e gigantesco, Michael Moore si scusa subito per il ritardo. La conferenza stampa è slittata di orario, e poi si è dovuto rifocillare con un piattone di spaghetti. Però, a dispetto di pierre e agenti, ci concede più tempo del previsto e quella che doveva essere l’ultima domanda diventa la penultima, la terz’ultima, la quart’ultima. Michael Moore è contento. Il suo documentario «Capitalism: a Love Story» è stato salutato alla prima proiezione con un esplosivo applauso finale, alla seconda da una standing ovation. Ritrae un’America divisa in due, un 1% che sfrutta il 99 per il tramite delle banche, dei consigli d’amministrazione, delle assicurazioni sanitarie, e delle polizze aziendali (è la parte più agghiacciante) stipulate sulla vita dei propri dipendenti, se loro muoiono l’azienda guadagna. «In America se sei povero vieni punito» ci dice. «Da noi i debiti per motivi sanitari sono la prima causa di bancarotta individuale, è una cosa criminale». Rispetto ai suoi precedenti documentari Michael Moore si vede un po’ meno sullo schermo. Si ride, anche tanto, ma il miracolo è mettere in scena un tema astratto come il capitalismo. «Sapevo che si trattava di un film difficile», spiega, «qui non c’era un antagonista cattivo come il capo della General Motors o Charlton Heston». Ma il film funziona benissimo lo stesso: si intervistano avvoltoi del mercato immobiliare, preti e vescovi convinti che il capitalismo sia l’opposto del Vangelo, politici battaglieri ed economisti che non sanno spiegare cosa siano i «derivati». L’apparizione più toccante è quella di Franklin Delano Roosevelt, un anno prima di morire, in piena seconda guerra mondiale: elenca una serie di diritti (alla casa, alla salute, al lavoro) per una seconda carta costituzionale americana che non si è mai scritta, mentre molte di quelle cose c’erano già o arrivarono presto dentro le costituzioni europee. «Il filmato era considerato perduto», spiega Moore, «neanche gli eredi della famiglia Roosevelt sapevano dove potesse essere. Ma siccome lavorano con me dei bravissimi ricercatori d’archivio, alla fine è saltato fuori. Dove? In un college del Sud Carolina! Quando lo abbiamo proiettato per la prima volta alcuni di noi si sono messi a piangere. Se l’America avesse ratificato quelle proposte di Roosevelt, saremmo in un paese diverso». Ma un film, gli chiediamo, può davvero cambiare qualcosa? «Credo di sì. Quello sull’11 settembre non ha potuto modificare l’esito delle elezioni, che erano imminenti, ma ha cominciato a fare riflettere tanta gente. E oggi ci troviamo con un presidente che ha le mie stesse idee». Il documentario si apre con una serie di filmati di rapine vere («ma il resto del film mostra il contrario, che sono le banche a rapinare la gente») sotto la voce punk di Iggy Pop, e i titoli di coda scorrono su una incredibile versione swing dell’Internazionale. Moore avrebbe voluto i sottotitoli anche lì, ma gli diciamo che il pezzo si riconosce benissimo lo stesso. «Da noi non succederebbe», sorride soddisfatto, «lo prenderebbero per un brano di Frank Sinatra: cosa vorrà dire?». E se qualcuno scambierà Moore per un pericoloso bolscevico, il regista risponde invece che, al posto di un capitalismo da abolire, l’unica ricetta che ha da proporre è la semplice, vera, democrazia. Il film sarà nelle sale italiane per metà ottobre.
Voto a «Capitalism: a Love Story»: 8+
Venezia, 6 settembre 2009






