Con “Lebanon”, a Venezia vince il pacifismo

di redazione sorrisi
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di ALBERTO ANILE

La 66° Mostra del Cinema di Venezia è stata vinta da «Lebanon», il film
israeliano di Samuel Maoz. Si tratta di uno di quei casi, non infrequenti
nella storia di qualsiasi festival, che si premia un film più per il
contenuto, esplicito e “politico”, che per la forma, pur originale. Tutto
il film è stato girato dentro un carro armato; lo spettacolo di morte e
desolazione, violentissimo, viene osservato dai soldati, sempre più
terrorizzati, attraverso il foro del cannone, un mirino mortale che è
quindi anche obiettivo cinematografico. Ripetitivo e claustrofobico, il
film reitera questa straordinaria idea fino a farsi portavoce di un
irrinunciabile pacifismo, in Medio Oriente e in tutto il mondo; ciò non
toglie che la pellicola rimanga a parere di chi scrive schematica e
piuttosto monocorde.
Lo stesso metro di giudizio deve aver guidato Ang Lee e gli altri giurati
nel premiare come migliore regia (Leone d’argento) l’iraniana Shirin
Neshat di “Donne senza uomini”, ambientato durante il colpo di stato del
’53. La sorpresa è stato il premio speciale della giuria a Fatih Akin, per
il giocoso “Soul Kitchen”. Molto applaudito Colin Firth, Coppa Volpi come
miglior attore maschile, magistrale interprete di “A Single Man”. Ksenia
Rappoport, migliore attrice per “La doppia ora”, è salita sul palco quasi
tremante, ed assai emozionata era anche Jasmine Trinca, premio Marcello
Mastroianni come giovane interprete emergente. I premi più tecnici, le
Oselle, sono andate alla scenografa Sylvie Olivé di “Mr. Nobody” e alla
sceneggiatura di “Life During Wartime” di Todd Solondz.
“Engkwentro” del filippino Pepe Diokno ha trionfato due volte, come opera
prima e per la sezione Orizzonti, mentre un altro iraniano, “Tehroun” è il
vincitore della Settimana della Critica. Gli unici premiati italiani oltre
a Jasmine Trinca (e non considerando la russa Rappoport) sono quelli della
sezione “Controcampo italiano”, il film “Cosmonauta” di Susanna
Nicchiarelli e la “menziona speciale” al documentario “Negli occhi” di
Anzellotti e Del Grosso.
Delusione infine per “Capitalism: a Love Story” di Michael Moore, assai
applaudito a tutte le proiezioni, e per Margherita Buy, generosa
interprete di “Lo spazio bianco”.

La serata finale è stata anche la serata di Sylvester Stallone. Il
regista/sceneggiatore/attore è stato insignito del «Jaeger-LeCoultre Glory
to the Filmmaker Award», ovvero il premio Jaeger-LeCoultre «Viva il
cineasta», con cui Marco Müller ha voluto aprire una serie di
riconoscimenti a un cineasta hollywoodiano «fuori norma». Attenzione, non
è un premio alla carriera. «Se è così me ne vado via subito», ha scherzato
in conferenza stampa alzandosi in piedi. Stallone ha in carniere ancora
molti film, da attore ma soprattutto come autore. «La mia vera anima è
quella dello sceneggiatore», ha detto. «Vorrei in futuro scrivere e
dirigere film interpretati da altri, così chiuderei il cerchio in
bellezza. Penso per esempio a un vecchio progetto sulla vita di Edgar
Allan Poe. Certo, le difficoltà ci sono, sono conosciuto per film
muscolari e d’azione, perciò la prima cosa che i produttori mi hanno
chiesto è se questo Poe usasse in qualche scena un fucile o un coltello.
Riuscirò a farlo comunque, anche se ovviamente non sarò io a
interpretarlo». Intanto ha annunciato un nuovo capitolo di «Rambo», «e
pure di Rocky ne vorrei fare ancora una ventina. D’altra parte senza
questi due personaggi oggi non sarei qui, quando morirò diranno che è
scomparso Rambo. Tornare a loro due è come andare a trovare un vecchio
amico; l’unica preoccupazione è offrire ogni volta qualcosa di fresco, di
nuovo».
Intanto ha mostrato alla platea della Sala Grande le prime immagini di
«The Expendables», «un film molto maschile ma senza il trionfo di effetti
speciali computerizzati che vanno di moda oggi. Volevo un film sull’uomo,
come nei miei film molto “fisici” degli anni Ottanta, con una storia
credibile. Così ho chiamato sul set dei vecchi amici, come Mickey Rourke,
Jet Li, Dolph Lundgren, una specie di “dream-team” come il gruppo di
“Quella sporca dozzina” o “I magnifici sette”». Una squadra di eroi,
vabbè, ma tenendo conto di ciò che significa per lui la parola “eroe”.
«Colui che ha la capacità di superare la propria paura e di sacrificare la
propria vita per qualcosa di importante. Che è quello che mi ha sempre
attratto nell’immaginare i miei personaggi».

Infine, un piccolo bilancio della Mostra. La qualità media dei film in
programma è stata piuttosto buona, anche se pochissimi passeranno in
qualche modo alla storia («Baaria», per esempio). Tanti, forse troppi i
documentari: segno che il cinema tradizionale è diventato eccessivamente
costoso, o che la crisi di idee sta trovando uno sfogo nel racconto
documentato della realtà. La gestione di Müller ha poi cominciato ad
ibridare l’«arte cinematografica» con il mercato e il nazional popolare,
dando molto spazio al merchandising Disney e a cineasti in teoria
lontanissimi da queste tipologie di festival, come appunto Stallone:
scelta tattica per catturare l’attenzione dei media o per bilanciare la
concorrenza del festival di Roma?
Intanto il digitale avanza: molte proiezioni, sottotitoli inclusi, sono
state fatte in digitale anziché con la pellicola, creando però notevoli
problemi di cui la Mostra dovrà preoccuparsi. Poche le commedie, e quando
sono arrivate hanno fatto tirare un sospiro di sollievo e di gratitudine:
il filo rosso dell’edizione è stato la cupezza, anche horror, di molte
proposte, da «The Road» all’ultimo zombie di Romero. Un altro comune
denominatore, che continua a innescare polemiche politiche, è stata la
riflessione sull’ideologia comunista, presente dichiaratamente («Il grande
sogno») e non («Baaria»), in Italia («Cosmonauta») e in altri paesi (il
taiwanese «Principe delle lacrime»). Meno gente, infine, e troppi agenti
di polizia anche se dal volto umano (non è bello passare ogni giorno ai
controlli e al metal detector davanti ad agenti con le mitragliette al
collo e gli scudi antisommossa).
A chi ci ha letti qui e negli altri pezzi inviati dal Lido, il nostro
arrivederci sulle pagine di Sorrisi e gli auguri di «buone visioni» nelle
sale d’Italia.

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