La libertà di dibattere e di farsi un fegato così

di Alfonso Signorini

Care lettrici, cari lettori, quando leggerete queste righe i giochi si saranno conclusi: saprete chi avrà vinto alle Regionali e chi se ne sarà andato a casa col muso. Bruno Vespa è ritornato e con lui i talk show politici congelati dalle discusse regole della par condicio. Ho ancora in mente le immagini di Michele Santoro, Marco Travaglio, Daniele Luttazzi trasmesse in diretta da SkyTg24 dal PalaDozza di Bologna (ma anche quelle di Antonello Venditti, che, bandiera della trasversalità, chiamiamola così, alterna a Bologna un’ospitata dalla De Filippi ad «Amici»). Su questa serata, come certo sapete, si è molto discusso. Per alcuni è stata una risposta alla censura televisiva che aveva impedito durante la campagna elettorale il libero dibattito, per altri è stata l’ennesima occasione per fomentare l’odio contro Berlusconi e il suo governo. Non so voi come la pensiate. Io un’idea me la sono fatta. Chi di voi mi segue, sa che non ho mai nascosto il mio orientamento politico, che non è esattamente quello di Santoro e dei suoi amici. Ma con altrettanta schiettezza dico che il dibattito (che sia politico, che sia di altra natura) è sempre indice di democrazia e di libertà. E non andrebbe mai e poi mai soppresso. Poi, come capita spesso a me, magari ci si mangia il fegato sentendo certe cose. Ma almeno c’è il confronto, la discussione, l’obbligo di ragionare e di prendere una posizione. Roberto Benigni dice: «Voglio avere la libertà di non vedere Santoro». Io correggo: «Voglio avere la libertà di vederlo. E anche quella di arrabbiarmi». Alla prossima!

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