Wojtyla, la lezione che non dimenticheremo

di Alfonso Signorini

Care lettrici, cari lettori, sono trascorsi poco più di cinque anni. Il 2 aprile del 2005 moriva Giovanni Paolo II. A pensarci sembra ieri. Quanto ci manca! Vi confesso che quando mi capita mi fermo sempre a guardare filmati o reportage che parlano di lui. L’ultimo, «Sine die», diffuso via web attraverso il sito del «Corriere della Sera» e realizzato da Roberto Burchielli, l’ho trovato davvero straordinario. Abbiamo avuto la fortuna (per chi crede, la grazia) di vivere il tempo di un grande santo. O, comunque la si metta, di un uomo che ha vissuto fino all’ultimo giorno per il suo credo. È bello vedere quanto amore e quanta fiducia nutrisse verso il prossimo. Un amore spontaneo, incondizionato, che lo rendeva unico e inimitabile. È altrettanto bello, e credo che questa sia stata la sua lezione più alta, come non abbia voluto nascondere agli occhi del mondo la sua lenta, inesorabile malattia. Nella società del benessere, dove perfino un bene come la vecchiaia viene occultato o dal disinteresse o dalla falsificazione dell’immagine, Karol Wojtyla stava là a testimoniare il progressivo decadimento di un corpo che non cedeva alla voglia di vivere con pienezza fino all’ultimo giorno. A pensarci bene siamo stati davvero fortunati. Mi auguro che quando ci fermeremo a ricordare con i nostri figli, con i nostri nipoti la nostra vita avremo modo di  parlare con amore di questo grande Uomo che ognuno di noi ha avuto a modo suo il privilegio di conoscere. Alla prossima!

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