Festival di Cannes, è il giorno dei «fratelli» Elio Germano e Raoul Bova, le star di «La nostra vita»

di redazione sorrisi

Elio Germano e Raoul Bova

di PAOLO FIORELLI

Oggi a Cannes è protagonista l’unico film italiano candidato alla Palma d’oro: «La nostra vita» di Daniele Luchetti, con Elio Germano, Raoul Bova, Luca Zingaretti, Isabella Ragonese. 

Il protagonista Germano veste i panni di Claudio, operaio edile in un cantiere alla periferia di Roma, che assiste impotente alla morte di un lavoratore immigrato. Tutto viene messo a tacere, ma quando sua moglie muore di parto, lasciandolo con il neonato e gli altri due figli, qualcosa dentro di lui si spezza e Claudio decide di fare il «salto di qualità»: ricatterà il suo superiore per farsi affidare la costruzione di un’intera palazzina, moltiplicando i guadagni, ma anche i rischi.

Il tono del film è da inchiesta sul campo. Alla scoperta, da una parte, di un mondo del lavoro senza regole e, dall’altra, di una umanità sperduta tra quartieri dormitorio, centri commerciali e voglia di soldi come valore dominante.  Un quadro sconfortante ma non senza speranza, il cui fulcro è l’nterpretazione di Germano, ben coadiuvato da Raoul Bova (che sullo schermo è suo fratello). Li abbiamo intervistati.

ELIO GERMANO 

Che effetto fa essere qui a Cannes?

«Inebriante, non tanto per me, ma perché significa che il film sarà visto dalla stampa e dagli addetti ai lavori di tutto il mondo. Una visibilità che non avremmo avuto in nessun altro modo».

Il film è un pugno nello stomaco e affronta i problemi sociali senza sconti. Lo stesso protagonista, anche se si tende a solidarizzare con lui, non è certo uno stinco di santo. Per esempio, preferisce non denunciare l’incidente mortale avvenuto nel suo cantiere. Cosa ne pensi?

«Ho cercato di non giudicarlo. Non volevamo dare lezioni morali, ma descrivere un certo mondo e certi personaggi nella maniera più realistica, più credibile possibile». 

Hai fatto esperienza sul campo, per riuscirci?

«Sì, grazie a un amico ho potuto lavorare per un mese in un vero cantiere edile. Una esperienza che mi ha insegnato tanto».

Per esempio?

«Ho scoperto che il razzismo vive nelle strade, ma svanisce sul posto di lavoro. Lì conta solo cosa sai fare, non se sei romeno o italiano. Semmai l’odio sociale affiora quando si mette gli uni contro gli altri. Per esempio quando gli irregolari, perché costretti, accettano di lavorare a un prezzo più basso. E allora nascono le tensioni con gli italiani». 

Era un ambiente completamente nuovo per te?

«Non così tanto. Ho scoperto che un set in fondo assomiglia molto a un cantiere. Anche su un set ci sono maestranze di ogni genere, che lavorano in squadre. E anche il mestiere dell’attore somiglia un po’ a quello di un operaio, mentre il regista è l’architetto, che dirige il tutto»

Nel film ti ritrovi a cantare a squarciagola «Anima fragile» di Vasco Rossi.

«Abbiamo immaginato che fosse un punto di riferimento per il protagonista. Lui non è capace di parlare di sentimenti, l’amore per i figli lo esprime solo cercando di arricchirsi per dar loro più cose, l’affettività è il suo buco nero. E così, in una canzone popolare può trovare le parole che non sa dire».

L’ultima volta che sei venuto a Cannes avevi come fratello Riccardo Scamarcio (nel film «Mio fratello è figlio unico» sempre di Luchetti). Adesso Raoul Bova…

«Sì, è il mio destino: a Cannes mi tocca fare il fratello brutto. Scherzi a parte, è stato un piacere lavorare con entrambi, perché sono flessibili, disponibili, non fanno capricci. Del resto  Luchetti gli attori li vuole e li sceglie così, se no non ci lavori!». 

RAOUL BOVA

In un contesto cinico, quasi spietato, il tuo personaggio è l’unico romantico e sognatore. Sei davvero così nella vita?

«Forse. Luchetti deve aver visto in me qualche affinità con il personaggio, che è un bonaccione che va sempre in giro in tuta e vul vivere vicino al mare. Probabilmente abbiamo la stessa timidezza di fondo. E lo stesso amore per la famiglia, l’unico punto fermo su cui puoi contare quando le cose vanno male. Anche se poi il bello del mestiere di attore è proprio quello di essere ogni volta diverso».  

Non hai avuto dubbi prima di accettare un ruolo secondario, pur essendo una star di prima grandezza del nostro cinema?

«No, perché la prima cosa che cerco è la qualità del ruolo e del film che mi vengono offerti. E in questo caso sapevo di andare sul sicuro»

 Deve esserci una bella differenza tra girare  film come questo e «Alien Vs. Predator». Dove ti sei divertito di più?

«Sicuramente con Luchetti, e non per fare lo snob. Il fatto è che là i protagonisti erano i mostri e gli effetti speciali, e gli attori facevano più che altro da spalla. Un film come “La nostra vita” si regge totalmente sul lavoro degli attori, e quindi è più gratificante».

Però una maxi-produzione hollywoodiana ti permette di essere conosciuto in tutto il mondo, il cinema italiano resta nei nostri confini. Non ci dire che questo non conta…

«Conta, conta, e quindi cerco di alternare le due cose. Però attenti, a volte siamo noi per primi a non credere di poter esportare i nostri film nel mondo. Dovremmo provarci più spesso, con più convinzione, e anche orgoglio. In fondo oggi siamo a Cannes». 

E se adesso dovessi scegliere tra un altro film con Luchetti e un sequel di «Alien vs. Predator», quale accetteresti?

«Sicuramente quello di Luchetti. Ma poi, scusa, non li posso fare tutti e due?».

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