Che se ne fa Tortora delle scuse?
di Alfonso SignoriniCare lettrici e cari lettori, c’era una volta un uomo perbene. Si chiamava Enzo Tortora. Un uomo colto, mite, onesto. Tutti noi abbiamo davanti agli occhi l’immagine di Enzo portato via in manette, messo alla gogna agli occhi dell’opinione pubblica, accusato da un pentito di mafia di essere uno spacciatore di cocaina e di intrattenere rapporti con le cupole della malavita. Accuse pesantissime, che gettarono addosso al giornalista, popolarissimo conduttore di «Portobello», un fango che si levò di dosso solo con la morte. Oggi, a distanza di 27 anni, il suo accusatore, Gianni Melluso, ex mafioso noto come Gianni il bello, uscito dal carcere di Catania, in una bella intervista di Riccardo Bocca sull’Espresso confessa per la prima volta: «Il presentatore Enzo Tortora era innocente. Non c’entrava con la camorra, la droga. È stato una vittima. Vorrei fosse vivo per inginocchiarmi davanti a lui. Una persona perbene… Speravo tramite quelle menzogne di uscire prima dal carcere». Di fronte ad affermazioni come queste si rimane davvero senza parole. Hanno ragione Silvia e Gaia, le figlie di Tortora, a dire: «Il signor Melluso stia pure in piedi. La sua richiesta di perdono non ci interessa». L’unica realtà è che un uomo buono non c’è più ed è per colpa delle maldicenze che si sono abbattute su di lui. Dovremmo tutti fermarci a riflettere su questo. Tortora come Mia Martini. Come migliaia di altre persone sole, emarginate, schiacciate dalla cattiveria, dal sensazionalismo, dalla voglia di scandali facili a cui è giunto il momento di dire «basta» una volta per tutte. Alla prossima!
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