Allo stadio San Siro di Milano vanno in scena i Promessi Sposi di Manzoni e… Michele Guardì
di redazione sorrisidi ORNELLA FERRARIO
«Avevo dodici anni quando, dopo aver letto “Il conte di Carmagnola”, ho cominciato “I Promessi Sposi” rubando il libro dal tavolino di mio zio. I miei Promessi Sposi, opera moderna dal romanzo di Alessandro Manzoni, scritto e diretto da me e musicato da Pippo Flora, ci hanno messo dodici anni a raggiungere il palcoscenico».
E che palcoscenico! Il debutto di Michele Guardì nelle vesti di autore, di quello che non è né un musical né un’opera lirica, è allo stadio Meazza di Milano. Una sola serata-evento, quella di oggi, che verrà ripresa da Raiuno e trasmessa in tivù a settembre. Raitre commercializza e vende in tutto il mondo i Cd e Dvd mentre RaiExtra trasmetterà diciotto puntate tutte sul backstage. Tutta l’operazione ha un costo di cinque milioni e mezzo di euro. Ci sono sponsor importanti, ma più di un euro ce l’ha messo anche lui.
Guardì, dopo trent’anni di televisione ha voluto farsi un regalo?
«Sono più di trent’anni. Sono arrivato a Milano nel 1978 e come prima cosa ho fatto “Secondo voi”, legato alla Lotteria Italia. Mi ha visto Antonello Falqui e mi ha voluto a Roma per “Due come noi”, con Pippo Caruso e Ornella Vanoni. È stato il primo contratto con la Rai, due anni di esclusiva per cinquanta milioni. Era la sicurezza: decisi di smettere di fare l’avvocato ad Agrigento. “I Promessi Sposi” è un regalo che mi ha fatto mia moglie Rita, è lei la titolare della società che ci ha messo i soldi».
Ma non è un progetto un po’ megalomane? San Siro è enorme, non sarebbe bastato un teatro?
«È una follia, ma volevo che fosse così. Anni fa, quando era ancora in preparazione e Garinei mi disse “facciamolo al Sistina”, con tutto l’amore che avevo per lui, gli risposi che era troppo piccolo. I miei Promessi Sposi sono la realizzazione di un progetto di cuore».
Perché un siciliano si cimenta con un romanzo del Nord, di cui linguaggio e realtà non gli appartengono?
«Io amo Wagner, eppure non è siciliano. Le cose belle sono al nord come al sud. Sono italiane e basta».
Chi è Guardì? Il bravo operaio delle telecamere o il pazzo che si è lanciato in questa impresa?
«Sono tutti e due. La ragione del mio successo è che non ho mai affidato niente al caso. Credo nel lavoro meticoloso. Sono nato per fare questo. Non impazzisco di fronte a un successo e resto freddo di fronte a un fiasco. Perché so di aver lavorato bene e di non avere nulla da rimproverarmi».
Nessun segreto?
«Soltanto attenzione. Ogni volta, a fine trasmissione, telefonavo a due zie di Agrigento. Se loro mi dicevano: “Michele, tutto si capì”, vuol dire che avevo lavorato bene».
Le perle della sua carriera?
«L’unica vera perla è la mia vita con Rita. Ci siamo incontrati su un treno ad Agrigento, lei veniva da Genova per fare le vacanze. Ci siamo scambiati gli indirizzi per rivederci e da allora non ci siamo più lasciati. Sono passati 37 anni».








Nessuno per caso ha visto una puntata
di ‘ Don matteo ‘, descrivo la trama…
un imprenditore aveva una fabbrica
che non andava più molto bene…, allora
chiamò Don matteo, il direttore…
per dargli qualche suggerimento… : comprò
un pezzettino di terra e un pò di
‘ tartufetti rosa ‘ se ne trovano molto
pochi…, poi Don matteo illuminato… andò da
Ciro…, sino ad allora il capetto della fabbrica, e,
toc toc, Ciro… disse, perchè non vai a
tartufetti rosa? se ne trovano…, che ridere, li aveva
piantati Don Matteo…, per risparmiare… ma
che bella persona…, mi viene da dire.