Venezia 2010: quattro film italiani in concorso alla Mostra del Cinema

di redazione sorrisi

Luca Marinelli e Alba Rohrwacher in «La solitudine dei numeri primi»

Sono quattro i film italiani in concorso, dall’1 al 12 settembre, alla 67ª Mostra del Cinema di Venezia. «La passione» di Carlo Mazzacurati, con Silvio Orlando, Corrado Guzzanti, Cristiana Capotondi, Stefania Sandrelli e Kasia Smutniak; «La solitudine dei numeri primi» di Saverio Costanzo, con Luca Marinelli, Alba Rohrwacher, Filippo Timi e Isabella Rossellini; «Noi credevamo» di Mario Martone, con Luigi Lo Cascio, Toni Servillo, Luca Zingaretti e Anna Bonaiuto; «La pecora nera» di Ascanio Celestini, con lo stesso regista, Giorgio Tirabassi e Maya Sansa.

Tra i 23 film in concorso (una pellicola a sorpresa sarà annunciata lunedì 6 settembre) da segnalare anche «La versione di Barney» di Richard J. Lewis, con Dustin Hoffman e Paul Giamatti; «Somewhere» di Sofia Coppola, con Stephen Dorff, Ellie Fanning e Benicio Del Toro; «Miral» di Julian Schnabel, con Willem Dafoe e Vanessa Redgrave.

Ecco le schede dei quattro film italiani in concorso.

«La solitudine dei numeri primi» di Saverio Costanzo.
A quattro anni da «In memoria di me», Costanzo firma l’adattamento, del bestseller di Paolo Giordano, uscito nel 2008, Vincitore del premio Strega e tradotto in 20 lingue. Con protagonisti Luca Marinelli, Alba Rohrwacher e Isabella Rossellini, il film racconta le storie di Alice e Mattia in un arco di tempo di oltre 20 anni. A segnare Alice, l’incidente avuto da bambina, di cui porta il segno. Anche la difficile vita di Mattia ha come nucleo un trauma infantile, legato alla scomparsa, di cui è stato causa, della gemella ritardata Michela. Mattia (Marinelli) e Alice (Rohrwacher), diventati adulti, si conoscono e diventano indivisibili, anche se sempre chiusi nella loro solitudine.

«La passione» di Carlo Mazzacurati.
Scritta dal regista con Umberto Contarello, Doriana Leondeff e Marco Pettenello, è una commedia che narra le vicende di Gianni Dubois (Silvio Orlando) un regista cinquantenne che da anni si barcamena tra agenti e produttori senza scrupoli. Gli arriva la grande occasione, l’ultima ed unica: scrivere e girare un film con protagonista una popolarissima giovane attrice del piccolo schermo (Cristiana Capotondi). Ma le cose da subito non vanno per il verso giusto e il povero regista, in piena crisi creativa, si ritrova ad essere vittima di un’intricata rete di ricatti. Nel cast del film, ci sono, fra gli altri, anche Stefania Sandrelli, Corrado Guzzanti, Giuseppe Battiston e Kasia Smutniak.

«Noi credevamo» di Mario Martone.
Liberamente ispirato a vicende storiche realmente accadute e all’omonimo romanzo di Anna Banti, si articola in quattro capitoli che racontano oltre trent’anni di storia risorgimentale italiana, intrecciando storie prese dai documenti storici con figure inventate. In particolare, al centro della narrazione ci sono le vicende di un gruppo di rivoluzionari legati alla Giovane Italia, pronti a tutto per difendere le loro idee. Fra gli interpreti, Luigi Lo Cascio, Toni Servillo nel ruolo di Giuseppe Mazzini, Luca Zingaretti in quello di Francesco Crispi, Anna Bonaiuto, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Guido Caprino, Renato Carpentieri.

«La pecora nera» di Ascanio Celestini.
L’attore e autore teatrale, qui alla sua opera prima, adatta il suo libro «La pecora nera – Elogio funebre del manicomio elettrico», firmando la sceneggiatura con Wilma Labate e Ugo Chiti. A metà tra realtà e finzione, si racconta la vita di chi ha conosciuto l’esperienza nel manicomio. Celestini è anche coprotagonista con Maya Sansa e Giorgio Tirabassi. «Raccolgo memorie di chi ha conosciuto il manicomio un po’ come facevano i geografi del passato»  ha spiegato Celestini «che chiedevano ai marinai di raccontargli com’era fatta un’isola, a un commerciante di spezie o di tappeti com’era una strada verso l’Oriente o attraverso l’Africa. Così io ascolto le storie di chi ha viaggiato attraverso il manicomio non per costruire una storia oggettiva, ma per restituire la freschezza del racconto e l’imprecisione dello sguardo soggettivo».

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