A Venezia il film migliore è un western da fantascienza. Ma i divi sono pochi (e non ci sono ospedali)

di redazione sorrisi

Cristiana Capotondi (foto Kikapress)

di ALBERTO ANILE

Tanto cinema ma finora nessuna pellicola straordinaria. E poi lavori in corso, contestazioni, crisi, mancanza di divi. I primi quattro giorni della 67a Mostra del Cinema di Venezia, l’edizione con Quentin Tarantino presidente di giuria, sono trascorsi senza registrare particolari entusiasmi.

L’apertura, affidata a «Black Swan» con Natalie Portman e a «Machete» con Jessica Alba ha portato un poco di glamour e di brividi ma è sembrata a molti una falsa partenza. D’altra parte, con 41 titoli in lizza, la presenza italiana era sulla carta quella più interessante. La prima pellicola tricolore in concorso, «La pecora nera» di Ascanio Celestini, è arrivata al Lido gravata da speranze e angustie (pare sia stata la sua inclusione a eliminare dalla competizione il nuovo film di Avati, il quale se n’è molto adontato): si tratta di un volo pindarico sulla vita interiore dei matti, con uno sdoppiamento di personalità alla «Fight Club», bei tocchi di umorismo e un andamento che incrocia cinema, teatro e letteratura. Ha ricevuto molti applausi ma anche qualche perplessità (una signora, mi scuso per il veneto maccheronico, è uscita dicendo che «non son riuscita a tener nanca gli oci averti»). Comunque Giorgio Tirabassi, nel ruolo dello svalvolato immaginario, è di una bravura travolgente.

Diverte ma delude «La passione» di Mazzacurati, con Silvio Orlando regista in disarmo costretto ad allestire una Sacra Rappresentazione in uno scorbutico paesino della Toscana: bella idea, irresistibile Corrado Guzzanti meteorologo con velleità d’attore, e Cristiana Capotondi autoironica divetta da fiction Tv; ma i tempi comici sono un po’ laschi e il finale troppo vago. Neanche «I baci mai dati» di Roberta Torre riesce a colpire nel segno: la storia di un presunto miracolo nella periferia catanese caracolla tra uno stile neo-neo-neorealistico e il solito pop alla Almodovar, riporta in scena una bravissima attrice come Donatella Finocchiaro (suo marito, un po’ sprecato, è Giuseppe Fiorello) e conclude ancora una volta che in fondo, come cantavano i Beatles, «all you need is love».

Alcuni film escono subito in sala, addirittura in contemporanea. Come «Miral», autobiografia cinematografica della giornalista palestinese Rula Jebreal. Accusato di superficialità, il film ha almeno un pregio: riesce a spiegare alla massa perché da sessant’anni palestinesi e israeliani si fanno la guerra, e scusate se è poco. E’ già in sala anche «Somewhere» di Sofia Coppola, ritratto minimalista di divo hollywoodiano in crisi con annessa trasferta a Milano a prendere il Telegatto (una sequenza molto meno trash di come in genere si è scritto, in linea con l’esistenza vuota e surreale di un attore che passa la vita a Los Angeles girando in tondo con la Ferrari e contemplando insonnolito le ridicole evoluzioni di due lap dancer).

Grandi risate sono arrivate stamattina per la commedia di Francois Ozon«Potiche»(da noi uscirà col titolo «Quel genio di mia moglie»), che rimette insieme la coppia Catherine Deneuve & Gerard Depardieu. Trama: stufa di fare la bella statuina, moglie altoborghese si mette a dirigere l’azienda del marito, riallaccia i rapporti con un antico amante comunista e alla fine si fa eleggere deputato con lo slogan qualunquista di donna «senza etichette». Molto meglio allora«Meek’s Cutoff», western rarefatto con Michelle Williams, una delle cose migliori passate finora: l’odissea di tre carovane sembra un film di fantascienza (le spianate dell’Oregon sono un pianeta arido e ostile, e l’indiano disarmato è un alieno con cui non si riesce a comunicare) ma è soprattutto una metafora dell’esistenza con tutte le sue eterne domande: da dove veniamo, dove andiamo, come andrà a finire, e ci sarà davvero un senso?

Lamentarsi sarebbe ingeneroso: i film sono tanti, i percorsi disparati (vedi anche la «Situazione comica» di Marco Giusti, retrospettiva del cinema da ridere italiano dalle comiche del muto a Verdone). Chi ha la voglia, il coraggio o il privilegio di trascorrere due settimane scarse qui al Lido può fare il pieno di pellicole, di sollecitazioni, di sperimentazioni, di chiacchiere, di polemiche. Però, vorrà dire qualcosa che per trovare pezzi di grande cinema bisogna andarsi a cercare il documentario di Martin Scorsese “Letter to Elia» sul suo collega Kazan, l’autore di«La valle dell’Eden”,«Fronte del porto» e«Splendore nell’erba»?

Quella di quest’anno, tra l’altro, sembra la Venezia delle defezioni. Bloccata all’ultimo momento da una «influenza”, Freida Pinto, la protagonista di «Miral» è arrivata al Lido solo in effigie, sui manifesti di una lacca per capelli; Dustin Hoffman (lo vedremo nella «Versione di Barney») pare bloccato dalla lavorazione di una fiction, Depardieu da un non meglio specificato«incidente domestico». La gran parte degli attori di nome – o dei «talents», orrenda denominazione di moda presso gli uffici stampa – si concede solo in conferenza stampa per poche dichiarazioni di prammatica, o sostituendo le già ridicole interviste di gruppo intorno a un tavolo con un secondo incontro stampa, più ristretto e quindi ribattezzato «mini press conference». Perciò, quando sul red carpet arriva a sorpresa Naomi Campbell o sale rotonda e sorridente Valeria Marini, I flash scattano grati a ripetizione; e l’entree semi clandestina del presidente Napolitano in Sala Grande ha aggiunto un lustro provvidenziale. Mettiamoci dentro anche il violento nubifragio di venerdì, furiose frustate d’acqua che in mezz’ora hanno allagato l’ingresso del Casinò e interrotto una ventina di computer in sala stampa. E i cantieri dei lavori in corso che relegano gran parte dei giornalisti e del pubblico ad ingressi secondari e alle solite tensostrutture con i sedili pericolanti.

In giro c’è aria di crisi, si vede e si sente: i party pubblicitari sono ridotti di numero e di eleganza, mentre si è fatta notare una festa cafona e fracassona che ieri notte ha tenuto sveglio mezzo Lido fino alle quattro. Il popolo cinefilo invade con le sue biciclette tutta la zona intorno al Palazzo del Cinema. La voragine transennata in cui dovrebbe venire costruito quello nuovo è rimasta esattamente com’era lo scorso settembre. Intanto gli abitanti dell’isola sono sfilati compatti per protestare contro lo spostamento dell’attuale Centro di Primo Intervento sanitario ancora più lontano di quanto non sia. Dopo anni e anni di Festival, veniamo così a sapere che il Lido non ha più né un ospedale né un vero Pronto Soccorso, e che se si vuole essere curati, come la vecchina che ieri abbiamo visto stramazzare al suolo durante la manifestazione, occorre essere portati a Venezia da una lancia che prima di arrivare a destinazione ti concia ben bene sbattendo sul dorso delle onde. Per fortuna la vecchina non era vittima di un infarto ma di uno scivolone che le ha lasciato la spalla rotta o lussata; un incidente del genere qui al Lido mette comunque più brividi di tutti i film di Tarantino messi insieme.

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