Il film di Michele Placido su Vallanzasca scuote Venezia
di redazione sorrisidi ALBERTO ANILE
«In Parlamento c’è gente peggiore di Vallanzasca». Con queste parole, Michele Placido ha buttato altra benzina sulle polemiche al suo «Vallanzasca – Gli angeli del male»: ascesa e la caduta del famoso bandito interpretato da un Kim Rossi Stuart sempre più bello e dannato. A capo della Comasina, efferata banda di rapinatori responsabile di numerosi assassinii, Renato Vallanzasca era anche famoso per la sua avvenenza fisica (le ammiratrici gli mandavano in prigione sacchi di lettere) e per le sue rocambolesche evasioni (l’ultima, ricostruita in dettaglio anche nel film, dall’oblò di un traghetto durante un trasferimento).
Stamattina il «Corriere della Sera» ha pubblicato una lettera del presidente delle Vittime del Dovere, l’associazione dei familiari dei servitori dello stato morti per mano criminale, che si rammarica dell’arrivo del film e prende le distanze dalla pubblicazione di un libro (anche questo presentato qui al Lido). Ma la polemica era partita già da tempo non avendo né Rai né Mediaset, ha spiegato oggi Placido, voluto finanziare la pellicola, che è stata infine prodotta dalla 20th Century Fox.
Con «Vallanzasca» Placido torna alle atmosfere adrenaliniche di «Romanzo Criminale», con due differenze: «Romanzo Criminale» era un film corale e di profonda romanità, «Vallanzasca» è il ritratto di una singola personalità, e stavolta milanese.
Una buona parte della riuscita del film si deve a Kim Rossi Stuart, pure co-autore della sceneggiatura, che indossa camaleonticamente la gestualità e la parlata meneghina e aderisce col proprio carisma personale a un personaggio discutibile che finisce per diventare inevitabilmente affascinante (destino comune a tutti i grandi cattivi del cinema, dal Piccolo Cesare al Padrino). Se la polemica era iniziata ancora prima che si vedesse un solo fotogramma, figuriamoci dopo la proiezione. Fiutata l’aria, in conferenza stampa Michele Placido si è difeso lanciando furbescamente la sua battuta sul Parlamento.
Al di là delle polemiche, il film vale, e un grande applauso degli addetti ai lavori lo ha salutato dalle prime proiezioni. Per arrivare in sala bisognerà aspettare qualche mese: sulle pagine di Sorrisi avremo modo di tornarci.
Un altro film italiano, «Venti sigarette» di Aureliano Amadei, ha nel frattempo acceso altre micce, raccontando in modo antiretorico la strage di Nassiriya. Il racconto è tutto di prima mano: il regista è un autentico sopravvissuto dell’attacco iracheno del 2003, da cui è uscito zoppo e semi-sordo, e con un carico di riflessioni e angosce che la pellicola, nel suo andamento scanzonato e spesso umoristico, riesce a condividere anche con il pubblico meno disponibile al tema. Il sopravvissuto/regista ha parlato di un presunto boicottaggio del suo film (smentito dai produttori) e sottolineato le ipocrisie istituzionali arrivate dopo la strage. Il coraggio di una messa in scena che non sta né con lo Stato né con i suoi antagonisti ma che sceglie di schierarsi solo con se stesso, gli ha meritato applausi e consensi trasversali.
D’altra parte, meno male che qua e là «Venti sigarette» regala sincere risate, perché il programma festivaliero non è per nulla all’insegna del sorriso. Hanno fatto sensazione gli obitori di «Post mortem», pellicola macabro-politica sul golpe militare cileno, ed è risultata avvincente la sfida del maestro Skolimowski, vecchio compagno di strada di Polanski, nel raccontare (in «Essential Killing») la fuga disperata di un ex galeotto afghano fra le nevi della Norvegia. Cupissimo «Beyond» di Pernilla August, già stimata attrice bergmaniana, che per il suo debutto registico ha assoldato Noomi Rapace, la Lisbeth della cinetrilogia da Stieg Larsson, gettandole sulle spalle una disperata storia familiare di alcolismo.
Più leggero il settore documentari: Gabriele Salvatores ha presentato «1960», un montaggio di materiali di repertorio cucito intorno a una storia di finzione (le tre proiezioni hanno sempre registrato il tutto esaurito). Piergiorgio Gay ha preso spunto dalle canzoni di Ligabue per fare il punto sugli ultimi trent’anni di storia italiana, dalla strage di Bologna al caso Englaro (titolo: «Niente paura»; ma le ballate di Ligabue, in verità, c’entrano un po’ poco con tutto il resto, e il rocker di Correggio, presente al Lido, ha messo la mani avanti per dire di non avere avuto voce in capitolo nella confezione del tutto).
Joaquin Phoenix, infine, ha svelato il documentario in cui si è tuffato due anni fa, dopo aver annunciato il suo abbandono del set e l’inizio di una nuova carriera musicale. In «I’m Still Here», diretto dal cognato Casey Affleck, Phoenix si mette in scena con barbona e pancia oversize, producendosi in sniffate di coca, hip hop scadente e nefandezze varie che lasciano programmaticamente il dubbio: è una nuova truffa del rock’n’roll o l’interprete del «Gladiatore» e di «Two Lovers» è andato davvero fuori di testa?







