EMIS KILLA, l’intervista: il giovane rap italiano ha un nuovo nome


Emis Killa - Credits: Ufficio Stampa
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Emis Killa - Credits: Ufficio Stampa

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Emis Killa è a tutti gli effetti il nome più conosciuto del giovane rap italiano. Ha solo 22 anni ma la sua immagine costruita in pochi anni è sostanzialmente inattaccabile. Deciso, sicuro di sé, è il ritratto di una generazione fuori dagli schemi che però ha imparato a rimboccarsi le maniche. Emiliano ha pubblicato pochi giorni fa il suo primo album “mainstream” che porta il suo nome, specchio di una generazione reale.

È questo il segreto del suo successo che nasce dalla strada e si sviluppa sul web, ottenendo collaborazioni dai più grandi della musica hip hop in Italia: Fabri Fibra, Marracash, Gue Pequeno e molti altri. Una lunga chiacchierata per conoscere un personaggio introverso, ma con una sicurezza e una convinzione nel proprio progetto, rare.

Come hai dichiarato di recente, sei sicuro che qualcuno ti avrebbe notato anche senza il web?
«Sono abbastanza certo che sarei arrivato comunque alla gente. Anche quando non c’era Internet, c’erano delle mosche bianche che hanno fatto grandi risultati. Quelli davvero bravi, ci sono arrivati al di là della Rete. Si sono distinti per il loro essere comunicativi, per la loro musica. Io non considero il web come un’opportunità esclusiva, ma come una scorciatoia. Automaticamente arrivi con il computer a tutti, è stato un passo facile».

Quali sono le conseguenze di questa popolarità istantanea?
«Per esempio il fatto che dietro di te ci sono altre persone che diventano qualcuno ma che senza Youtube non sarebbero andati da nessuna parte. Senza il web eravamo in cento, invece così siamo in mille. E tra di loro c’è chi fa 100 mila visite del suo video solo perché ha una compagnia numerosa o piacciono alle ragazzine».

Parliamo dell’album, ricco di collaborazioni importanti.
«Una volta c’era un po’ di nonnismo per certe cose, adesso c’è grande supporto della scena. Collaborare con questi artisti non è stata una vera novità, perché ho collaborato in altri prodotti anche in passato. È sempre un piacere perché le featuring danno credibilità. E la credibilità qui, sta al primo posto».

Qual è il tuo rapporto con i non fan, soggetti tipici nel mondo del rap?
«Sono contento, ho visto che la gente che prima mi odiava ora ha cominciato a accettarmi. Quando è uscito il singolo Cashwoman, sapevo che il video era un po’ pettinato, però avevo la paranoia che me ne dicessero di tutti i colori, però così non è stato. Prima non mi veniva perdonato niente, qualsiasi cosa facessi non andava bene. Adesso ho dimostrato di non essere una moda passeggera, un po’ perché ho spaziato rispetto all’autocelebrazione, gli haters mi hanno aiutato a sbloccare questa cosa. Adesso sono più grande dei miei fan, non sono più un ragazzino. Rappresento una figura da ascoltare e a cui dare rispetto».

Sei pronto a una carriera mainstream come Fabri Fibra?
«Già in questo album, onestamente, c’è un chiaro tentativo di allargare la fetta di pubblico, per andare oltre la scena rap. Ormai lì mi conoscono abbastanza, volevo superare quel confine. Per fare le cose di nicchia, le posso fare come mi pare. È un disco molto rap, senza cose troppo commerciali, ma è aperto al nuovo pubblico. Direi una bugia se ti dicessi che non vorrei diventare un numero uno. Se volessi fare musica per pochi, la farei dentro casa mia».

Chi è Emiliano?
«Arrivo da un ambiente che non è stato sempre quello del rap. Sono cresciuto nell’hinterland milanese, un posto dove non c’è tanto da fare. C’è la vita delle persone che vanno a ballare, vanno al bar o alle giostre. Oggi sono un po’ più nonnetto, esco molto poco la sera. Vado in palestra, amo tantissimo i cani, ne ho due. La scuola l’ho lasciata dopo la terza media. Anzi, ho iniziato il primo anno delle superiori e dopo due mesi un professore mi ha spiegato che erano più felici che me ne stessi a casa. Ho fatto il muratore, l’operaio, ma anche call center e il venditore porta a porta».

Non sarai, rispetto ad altri cantanti amati dai ragazzi, un cattivo esempio?
«Sono solo uno che come altri ha capito che non mi piace l’idea di un posto fisso. Ma invidio una persona come mia madre, che da vent’anni si alza alle cinque del mattino e va a lavorare. Stimo più lei di uno che fa la vita come la mia».

Per i giovanissimi sei già un vip, com’è il rapporto reale con i fan?
«Alcuni pensano che non sia un essere umano. A volte li faccio arrabbiare perché non ho voglia di fare le foto, spiego loro che di mestiere non faccio il modello. Loro la fanno facile perché le foto se le fanno a capodanno e a Natale. A volte è imbarazzante, ti fermano al giornalaio e al tram».

Come vedi i giovani di oggi?
«Sono rassegnati, anche se sanno cosa vorrebbero fare. A Vimercate ho amici che il pomeriggio vanno al parcheggio dopo il lavoro e ti dicono che sono contenti così. Io non ci credo, il problema è che il loro lavoro non se lo sono scelto. Se uno studia per fare un lavoro e poi lo fa anche se è pesante, io sono disposto a credere che siano felici. Quando invece incontro persone che avevano grandi progetti e poi finiscono a pulire le strade, ecco, non posso credere che siano contenti di questo».

Come hai imbastito i tuoi primi passi per realizzare il tuo progetto?
«Non sono partito con l’idea di voler fare il rapper. Poi ho cominciato a fare freestyle senza desiderio di profitto e la cosa mi è piaciuta, poi sono arrivate automaticamente i contatti e i ganci per portarmi dove sono ora. Non mi sono mai posto il problema di farlo diventare un lavoro, anche se mia madre si è sempre chiesta se stessi giocando. Io le ho sempre detto che se avessi fatto l’università probabilmente mi avrebbe dovuto mantenere dieci anni per poi non ottenere nemmeno un buon lavoro. Per fortuna poi sono arrivati i live, i primi compensi. È anche il momento storico giusto perché il rap oggi è il genere musicale dei giovani. Mamma adesso è contentissima, in ditta è diventata una celebrità».

Fuori dal rap, c’è un’artista che ti piace?
«Vi stupirò. Ho una passione insolita e smodata per il repertorio di Nada».

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Scritto da: Alessandro Alicandri

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    • Speriamo che non sia il solito fuoco di paglia bruciato per i media ed accantonato il giorno dopo dalla casa discografica.

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