Tiziano Ferro: la colonna sonora della mia vita


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Mentre il suo nuovo singolo «Troppo Buono» scala le classifiche, il cantante racconta a Sorrisi le canzoni che hanno accompagnato i suoi primi 32 anni.

Foto: Massimo Sestini

La canzone che ricorda le mie origini e dove sono cresciuto.
«Il nostro caro angelo di Lucio Battisti. È una delle canzoni che suonavano nell’autoradio della macchina di mio padre quando la domenica andavamo a trovare mia nonna in provincia di Latina. Si ascoltava tanta musica durante quei viaggi ma questa canzone mi colpì. La trovavo enigmatica e forse anche un po’ angosciante. Non riuscivo a capire chi fosse questo Angelo!».

La prima canzone che mi ha ossessionato.
«Tarzan boy dei Baltimora, uno dei miei primi 45 giri. Lo suonavo in continuazione. Avevo 5 anni e conservo ancora quel cimelio, graffiato e scarabocchiato. Mi fa tenerezza».

La canzone più importante delle mie vacanze.
«Con le mani di Zucchero. Colonna sonora di un’estate trascorsa in campeggio con genitori e zii. La cantavano tutti, suonava dagli altoparlanti del camping ogni mezz’ora, in radio impazzava. E io, che avevo circa sette anni, mi chiedevo perché Zucchero avesse tanta voglia di sbucciare tutte queste cipolle con le mani. Qualche anno dopo scoprii che il testo era di Gino Paoli. Genio».

La canzone che mi ha fatto dire: «Io voglio cantare così».
«Labour of love degli Incognito. Mi scioccò al primo ascolto, è una lezione di canto in tutti i sensi. Vorrei rinascere con quella voce e con quella capacità di controllare il canto. Pura ispirazione».

La canzone che mi ricorda gli anni vissuti a Londra.
«The first of the gang to die di Morrissey. Più che Londra, però, mi ricorda Manchester. Morrisey è l’icona più rappresentativa della scena musicale di quella città, è una vera istituzione nel Regno Unito. Ho imparato ad amarlo, a capirlo, a dipendere dalle sue frasi e dal suo canto lamentoso. Solo se vivi là puoi davvero comprendere cosa vuole raccontare Morrissey. Se ascolto questa canzone penso alla Gran Bretagna».

La canzone che puntualmente mi fa piangere.
«Cuando nadie me ve di Alejandro Sanz. Con questa canzone mi trovo, puntualmente, a comprendere ciò che dicono i miei fan quando sostengono che riesco a scrivere della loro vita senza neanche averli mai conosciuti nel profondo. Con Sanz mi succede spesso, con questa canzone in particolare».

Il mio pezzo forte al karaoke.
«New York, New York nella versione di Frank Sinatra. Non sono un grande appassionato di karaoke ma, quando è capitato, i miei amici mi hanno sempre costretto a cantare Frank Sinatra. Il risultato in ogni caso
non è garantito».

La canzone che mi fa pensare con affetto e nostalgia alla famiglia.
«Another brick in the wall dei Pink Floyd. Mio padre me la faceva ascoltare e riascoltare mille volte di seguito: educandomi al suono, chiedendomi di prestare attenzione agli elementi di arrangiamento e a tutti i dettagli fonici della canzone. Non ero convinto mi piacesse, ma lui ci metteva così tanta passione nel sollevare la puntina del giradischi per tornare al principio della traccia (ancora e ancora) che io gli davo soddisfazione. Ora capisco che quel brano era un’opera d’arte, però a quei tempi ammetto che avrei preferito ascoltare “Gimme five” di Jovanotti».

La canzone che non riesco a non ballare.
«Don’t you want me dei Human League. Altro disco contenuto nella mia discoteca d’infanzia. Sono ancora fan degli Human League ma questo pezzo è perfetto, ancora oggi posso dire di non aver mai ascoltato nulla di così trascinante, tagliente, passionale e anche un po’ disperato. Mi fa ballare e mi fa cantare dal 1984… circa».

La canzone del primo amore.
«Top secret…».

Scritto da: Alessandro Alicandri

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