Dan Brown e Inferno: il mistero del libro più atteso del mondo


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Libri segreti, codici di sicurezza, armi da fuoco, bunker, false identità. Nella storia che vi stiamo per raccontare c’è tutto questo. E benché essa riguardi il più grande scrittore vivente di fanta-thriller (Dan Brown, l’autore di «Il codice da Vinci»), non contiene alcun elemento di finzione.

Tutto inizia il 18 febbraio scorso in un nascondiglio sotterraneo piantonato da due guardie armate. All’interno 11 individui che non parlano la stessa lingua: si sentono frasi in tedesco, francese, portoghese, spagnolo, catalano, italiano. Hanno già ribattezzato il nascondiglio «il bunker». Bunker che, data la segretezza dell’operazione, si trova nell’ultimo posto dove verrebbe in mente di cercarlo. Sotto un edificio frequentato ogni giorno da 400 giornalisti: il palazzo Mondadori alle porte di Milano. Al momento dell’ingresso nel bunker agli 11 viene sequestrato il cellulare e ogni dispositivo per comunicare con l’esterno. Resta loro solo un pass di riconoscimento e qualche sigaretta, se fumano. Fuori c’è il sole. Presto nevicherà, ma il tempo ti interessa poco, se sei costretto a rimanere in un bunker per due mesi, domeniche comprese. Non conta in quante settimane i «reclusi» porteranno a termine la missione. Nessuno di loro può abbandonare definitivamente il bunker prima del 5 aprile. E nessuno di loro il giorno del «rilascio» sarà più la persona di prima.

Quello di cui vi parliamo è un mistero nel mistero: la genesi «europea» di «Inferno», il nuovo, attesissimo libro di Dan Brown, il quarto che ha per protagonista il professore di Simbologia Robert Langdon. I «reclusi» sono i traduttori del libro arrivati da Francia, Spagna, Germania, Brasile e Italia. Ogni mattina sono stati prelevati da un van privato davanti ai rispettivi alberghi. Ogni giorno hanno lavorato senza sosta fino alle nove di sera, per poi essere nuovamente prelevati da un van e riportati negli hotel. I loro computer sono stati sigillati e imbullonati ai tavoli perché non potessero essere trafugate copie parziali del lavoro. Ogni loro minimo movimento è stato verbalizzato su un registro. Consultarlo ora significa avere un’idea piuttosto precisa delle loro giornata:  «Pausa per sigaretta». «Breve passeggiata». «Pasto». «Visione della neve». Già, la neve. Fabiano Morais, uno dei due traduttori arrivati dal Brasile, non l’aveva mai vista. Quando ha notato qualche fiocco cadere attraverso le feritoie esterne del bunker, ha chiesto di poter uscire per scoprire che effetto faceva.

Tutto è avvenuto sotto gli occhi della security armata, secondo un codice di sicurezza ferreo: nessun documento poteva uscire dal bunker. Nessuna telefonata era ammessa. I computer su cui avvenivano le traduzioni non potevano connettersi a Internet: per le ricerche c’era un terminale a parte, sorvegliato da un membro della sicurezza. Gli 11 non potevano neppure rivelare il motivo per cui si trovavano lì: ognuno di loro aveva una sorta di «alibi», una storia per depistare i curiosi. Ma anche questa non può essere rivelata, neppure oggi che le operazioni di traduzione sono concluse e i documenti cartacei sono stati distrutti (anch’essi, ovviamente, con una procedura assolutamente segreta).

Vi sembrano misure eccessive? Non proprio, se si guardano i numeri: «Il codice Da Vinci» ha venduto nel mondo 80 milioni di copie (4 in Italia). In tutto Dan Brown ha venduto 150 milioni di libri (10 in Italia). I due film com Tom Hanks tratti dalle sue opere («Il Codice Da Vinci» e «Angeli e demoni») hanno incassato 1,25 miliardi di dollari.

Avvicinarsi al bunker, dunque, era impossibile: quel che è successo nei due mesi di lavoro lo si può ricostruire solo contattando gli 11 traduttori dopo il rientro nelle loro case. E il racconto delle loro giornate meriterebbe anch’esso di finire in un romanzo. «Vivere in un bunker e dormire in un hotel disconnette dalla realtà» spiega Alejo Montoto, traduttore spagnolo. «È stata un’esperienza davvero insolita, perché il nostro è un lavoro molto solitario» aggiunge il tedesco Rainer Schumacher. «Eravamo come marinai sulla stessa barca» chiosa Domenique Defert, francese. «L’esperienza del bunker ci ha permesso di immergerci completamente nel libro di Dan Brown» spiega Carole Delporte, anche lei francese «ma stare lontana dalla mia famiglia per così tanto è stato faticoso». «Il libro però era troppo eccitante» aggiunge Axel Merz, tedesco. Esthel Roig, traduttrice catalana, ha lavorato tutta sola sul progetto, arrivando stremata al giorno della consegna. «Dormivo in un albergo nel mezzo del nulla. Il resto era lavoro nel bunker. Ora ho solo voglia di stare un po’ con il mio gatto». «È stato un cambio di routine. I traduttori di solito lavorano da soli in casa. Fare la vita del pendolare è stato alienante. Ma c’era spirito di squadra» dice il brasiliano Fabiano Morais. «Vero. E lavorare in incognito in una struttura gigantesca è stato un bel cambiamento» aggiunge la connazionale Fernanda Abreu. «Con una figlia adolescente, non avere a disposizione il cellulare mi è pesato» racconta Annamaria Raffo, una delle tre traduttrici italiane. Che aggiunge: «Dopo il riserbo, per non dire diffidenza, dei primi giorni, nel bunker ci siamo sciolti. Complice la stanchezza, alla fine c’era un’atmosfera da ricreazione a scuola». «Mettere in un’unica stanza tanti traduttori crea una certa confusione, e la squadra italiana non era certo la più tranquilla» ammette Roberta Scarabelli. Aggiunge Nicoletta Lamberti, la terza delle italiane: «Ho sofferto il fatto di non poter tradurre con la musica a tutto volume. L’altra mia abitudine è di lavorare scalza: dopo i primi giorni molto formali, non mi sono fatta problemi. E nessuno si è scandalizzato».

Ora il libro sta per essere stampato. Come, dove e quando ovviamente nessuno lo sa. Ci vorrebbe il professore di Simbologia Robert Langdon…

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LA PAROLA AI TRADUTTORI: I NOSTRI DUE MESI NEL BUNKER DELLA MONDADORI

Scritto da: alex adami

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