08 Settembre 2010 | 22:33

A Venezia, Montalbano con i baffi e Ben Affleck senza autografi

C’era molta attesa qui a Venezia per il film di Mario Martone «Noi credevamo». Il tema del film è il Risorgimento, argomento colpevolmente poco amato dal nostro cinema, e di grande attualità alla vigilia dei 150 anni dell’unità d’Italia. Diviso in quattro episodi, il film segue gli ardori di tre giovani patrioti meridionali...

 di

A Venezia, Montalbano con i baffi e Ben Affleck senza autografi

C’era molta attesa qui a Venezia per il film di Mario Martone «Noi credevamo». Il tema del film è il Risorgimento, argomento colpevolmente poco amato dal nostro cinema, e di grande attualità alla vigilia dei 150 anni dell’unità d’Italia. Diviso in quattro episodi, il film segue gli ardori di tre giovani patrioti meridionali...

 - Credit: © (foto Kikapress)

08 Settembre 2010 | 22:33 di

Luca Zingaretti (foto Kikapress)

di ALBERTO ANILE

C’era molta attesa qui a Venezia per il film di Mario Martone «Noi credevamo». Il tema del film è il Risorgimento, argomento colpevolmente poco amato dal nostro cinema, e di grande attualità alla vigilia dei 150 anni dell’unità d’Italia. Diviso in quattro episodi, il film segue gli ardori di tre giovani patrioti meridionali, spinti all’amor d’Italia dalla crudeltà della polizia borbonica e destinati tutti a tre, pur in modi diversi, alla disfatta, passando dalle riunioni carbonare alla Giovine Italia, agli esili a Parigi, domandandosi se la nuova nazione possa essere unita meglio nella repubblica o sotto la monarchia, debba essere liberata dai «signori» o dal popolo, e rimanere fedele alle idee di Garibaldi o alle nuove divise sabaude.

L’operazione è ambiziosa, e dice cose importanti e non banali sulla nascita della nazione Italia: l’unità è nata fra dissidi e litigi, i patrioti hanno sparso il sangue proprio e altrui con modalità analoghe a quelle di coloro che oggi vengono chiamati «terroristi», agli ordini di ideologi che, come Mazzini, organizzavano attentati e promuovevano il regicidio. La morale è che l’Italia è stata fatta male e a discapito del Sud, molti ideali sono stati traditi, e i traditori hanno prosperato voltando gabbana.

Il problema del film è il suo stile. Visivamente «Noi credevamo» è il trionfo dell’immagine televisiva (primi e primissimi piani, montaggio semplice), un look da fiction che denuncia la destinazione ultima dell’opera (il film arriverà in sala a novembre, poi passerà a puntate sulla Rai). Dal punto di vista della recitazione, «Noi credevamo» ha soprattutto un sapore teatrale: lenti scambi di battute, movimenti e gestualità scarnificate, un po’ ieratiche. Il ritmo infine, in linea con la morale degli ideali delusi, è quello, lento, cupo e monotono della campana a morte, da funerale del Risorgimento; il che, dopo tre ore e mezza di proiezione, crea ovviamente qualche intorpidimento.

Esigenze di immediatezza televisiva si alleano con orgogliose scelte d’autore, moltiplicando i danni. Quando viene nominato un importante personaggio storico, capita che una comparsa si senta in dovere di precisare: «E’ un grand’uomo». Oppure succede che Crispi (un Luca Zingaretti che sembra Montalbano camuffato sotto un paio di baffoni) riassuma in due parole la sfortunata spedizione di Pisacane, mentre a Luigi Lo Cascio (sempre straordinario, anche qui) impieghi minuti preziosi per bere un po’ di latte appena munto.

La ricompensa alla pazienza dello spettatore arriva all’ultima mezz’ora, nella rievocazione di quel vergognoso scontro a fuoco sull’Aspromonte in cui i bersaglieri ferirono Garibaldi e fucilarono le camicie rosse considerate «disertori»: qui azione e indignazione si fanno palpabili e godibili, e il messaggio dell’opera diventa decifrabile senza inutili mediazioni e lentezze. Ma la rarissima occasione di un film sul Risorgimento meritava, a parere di chi scrive, ben altro risultato.

 Dopo le tre ore e mezza di Martone, le due ore e un quarto di «Venus noire» potevano sembrare uno scherzo. Il nuovo film del tunisimo Abdellatif Kechiche, che a Venezia aveva trionfato due anni fa con «Cous-cous», racconta la vera storia di Sarah Baartman, una donna sudafricana esposta ai primi dell’ottocento nelle fiere inglesi e francesi come fenomeno da baraccone, sfruttata fino alla prostituzione più depravata e infine venduta cadavere all’Accademia Reale di Medicina francese, per la delizia di scienziati intenti a provare analogie scimmiesche sulla base delle misure del cranio, dei glutei e degli organi sessuali. Il lento calvario della sventurata è raccontato con fredda lentezza e programmatici dettagli, lontani le mille miglia dal calore umano di «Cous cous», e ravvivati solo sui titoli di coda dalle vere riprese delle celebrazioni del 2002, quando i poveri resti di Sarah furono infine riacquisiti e seppelliti in terra sudafricana. Quasi mezzo secolo fa «La donna scimmia» di Ferreri interpretato da Ugo Tognazzi e Annie Girardot aveva detto le stesse cose con più partecipazione e perfino con più crudeltà.

Ben Affleck (foto Kikapress)

In mezzo a tanta mestizia è arrivato per fortuna Ben Affleck, regista e interprete di «The Town», un buon poliziesco col classico rapinatore che accetta l’ultimo colpo da fare prima di ritirarsi (diventerà il penultimo), l’inseguimento contromano per le strade di Boston, la sfida con la polizia, e il miraggio di un amore impossibile che saprebbe riscattare tutto. Affleck è il criminale dal cuore d’oro, orfano di mamma e col papà in galera, rovinato da un carattere difficile che lo ha portato a far lega con tipacci violenti come Jem (Jeremy Renner, un giovane fuoriclasse che somiglia a James Cagney), e che si intenerisce davanti alla labbra carnose di Rebecca Hall (la bruna di «Vicky Cristina Barcelona»). Drammaticamente a corto di divi, la Mostra attendeva Affleck con una certa trepidazione; premiato quattro anni fa con la Coppa Volpi come interprete di «Hollywoodland», l’attore hollywoodiano aveva nei confronti del festival un debito di gratitudine. Ma il feeling non è scattato. Accolto da applausi cortesi in conferenza stampa, Affleck ha risposto educatamente a ogni domanda, sparando un secco no solo a chi ipotizzava un «The Town 2»; ma allo scadere del tempo canonico le sue due nerborute guardie del corpo gli si sono parate immediatamente davanti, bloccando chiunque volesse avvicinarglisi mentre lui abbandonava la sala. Bottino magro per i fotografi; ma i più abbacchiati erano i cacciatori di autografi; nessun divo veneziano – neanche il Clooney gettonatissimo dell’anno scorso – si era mai sognato di deluderli così.