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23 Ottobre 2016 | 18:37

Benigni alla Festa del Cinema: «Quando feci ridere il papa»

Roberto Benigni chiude la Festa del Cinema di Roma con un incontro pubblico pieno di aneddoti. E a Tom Hanks risponde: «Sono pronto a un film con te».

 di Alberto Anile

Benigni alla Festa del Cinema: «Quando feci ridere il papa»

Roberto Benigni chiude la Festa del Cinema di Roma con un incontro pubblico pieno di aneddoti. E a Tom Hanks risponde: «Sono pronto a un film con te».

Foto: Roberto Benigni durante il red carpet.  - Credit: © Romano / Splash News

23 Ottobre 2016 | 18:37 di Alberto Anile

La undicesima Festa del Cinema di Roma chiude con Roberto Benigni. L'atteso incontro pubblico, spostato per l'ormai famosa cena alla Casa Bianca di mercoledì scorso, è diventato il degno finale di una manifestazione che è riuscita a parlare di cinema (anche alto) con le masse. Stuzzicato dal direttore artistico Antonio Monda, Benigni ha ripercorso per un'ora e mezzo la sua carriera cinematografica raccontando aneddoti e ricordando grandi colleghi con ci sono più. Eccone un riassunto per temi.

Federico Fellini. «Mi chiamò nel 1980, nel cuore della notte, non so chi gli avesse dato il numero. "Ciao Robertino, sono Federico", e da allora non ci lasciammo mai. Abbiamo fatto insieme "La voce della Luna", il suo ultimo film. Forse non ha cambiato la storia del cinema ma è stato il più grande regista del novecento, quello che può vantare più capolavori, e dentro ogni capolavoro il più alto numero di scene magistrali».

S. Francesco e S. Pietro. «Michelangelo Antonioni mi vide in "Berlinguer ti voglio bene" e disse che gli era piaciuto anche se in realtà s'era addormentato. Ci frequentammo, cominciammo a scrivere un "San Francesco" che alla fine non andò in porto. Alla serata degli Oscar per "La vita è bella" anni dopo mi si presentò Terence Malick; ci scambiammo gli indirizzi, venne a Roma, voleva fare un film su San Pietro in cui dovevo fare il diavolo. Mi disse poi che era un progetto difficilissimo da produrre perché troppo dispendioso. Siamo ancora in contatto, chissà».

Non ci resta che piangere. «Massimo Troisi aveva appena fatto "Ricomincio da tre", con un senso tragico della vita che mi colpì. Lo cercai, e lui mi disse che mi cercava anche lui. Il nostro film insieme è nato solo sull'allegria del nostro incontro, ma dietro c'è stata una sgangheratura faticosissima, la sceneggiatura riscritta 3-4 volte con autori diversi, aggiunte fino all'ultimo giorno... Con Massimo non ci siamo mai lasciati, abbiamo pensato a lungo di girare anche un seguito».

Totò. «La prima volta lo vidi in "Totò le mokò" e mi fece proprio paura. Totò era un teschio, dietro di lui si vede una fila di morti di fame. La grandezza di Totò sta nella morte».

Obama. «Alla cena dell'altra sera la Casa Bianca era diventata Casa bianca rossa e verde: era tutto tricolore, tutto italiano, mi aspettavo che avessero dipinto anche lui. Eravamo in fila, invitati americani e invitati italiani, e a un certo punto ho visto che s'era infilato anche Matteo Renzi. Arrivato da Obama ci siamo abbracciati, mi ha detto di aver visto "La vita è bella" con tutta la famiglia, è stato un momento toccante e inobliabile».

Nicoletta Braschi. «Con il suo ingresso nei miei film è cambiato tutto il mio cinema, è cominciata la vera commedia. Il comico puro vola alto, la donna lo lega alla vita, alla realtà. Con Nicoletta abbiamo fatto tutto insieme, è stata sua l'idea di produrci da soli: è stata la mia benedizione».

I primi film. «Li ho visti al contrario, dietro uno schermo all'aperto, per non pagare il biglietto, da bambino. Il primissimo fu "Ben Hur". Il primo da pagante dentro un cinema è stato "Lo specchio della vita": in sala alla fine piangevano tutti, anch'io, e mi resi conto che questo mezzo era più potente di qualsiasi arma a disposizione di un dittatore».

Daunbailò. «Ho incontrato Jim Jarmusch nella giuria del Festival di Salsomaggiore, avevamo sempre le stesse idee ed erano diverse da tutti gli altri. Con Nicoletta e sua moglie Sarah Driver diventammo amici, e ci volle dentro il film che stava scrivendo, mettendoci così come ci amava: una cosa rischiosissima in una pellicola, ma a lui è riuscita».

Charlie Chaplin. «Il più grande. Quando vidi "La febbre dell'oro" uscii frastornato. E se uno non piange alla fine di "Luci della città" vuol dire che è disumano. Ora ce ne stiamo forse un po' dimenticando, ma lui è misteriosamente in grado di far ridere rimanendo sempre poetico».

Johnny Stecchino. «All'inizio era un'idea di Vincenzo Cerami per un suo racconto: gli dissi che avrebbe potuto nascerne un film divertentissimo. Sono enormemente debitore a Cerami, mi ha insegnato a costruire le storie, e mi manca tanto».

Dio. «Quando chiesero a Totti se era cattolico, lui ha risposto: "E che devo da esse?". Lo dico anch'io, da italiano è difficile scrollarsi di dosso duemila anni di religione. Diciamo che credo fortissimamente in Dio ma non so se c'è».

Il papa 1. «Quando dissi "Wojtylaccio" a Sanremo lo feci per affetto, ma venni processato per oltraggio alla religione e a capo di stato straniero: venni condannato a versare un milione di lire e a un anno di galera con la condizionale. Anni dopo Giovanni Paolo II mi fece chiamare perché voleva vedere "La vita è bella" con me: il giorno dopo, e io ero appena partito per l'America! Tornai subito di nuovo a Roma, ma Nicoletta rimase a Los Angeles, perché aveva un'influenza tale che il medico le aveva detto: "Lei non può viaggiare neanche se la chiama il papa". Arrivato in Vaticano, dove stuoli di suore polacche si inchinavano al passaggio di Wojtyla come in una specie di ola mistica, glielo dissi, e lui scoppiò a ridere: "Il medico? ...Il papa? ...Io?". Gli dissi anche del "Wojtylaccio" ma non si ricordava, secondo me non ne aveva mai saputo niente».

Il papa 2. «Dopo la prima serata tv sui Dieci Comandamenti, papa Francesco mi chiamò a casa. Alle 8 del mattino, però. E gli attori, si sa, vanno a letto all'alba e si alzano tardi. Chi prese il telefono rispose: "Sta dormendo, richiami domani". Al Papa! Cose da pazzi! Potessi raccontarlo al mio babbo... E il bello è che papa Francesco il giorno dopo richiamò davvero! Mi disse: "Ma lo sai il bene che fai?"

La vita è bella. «Fu un trionfo d'amore inaspettato. Volevo mettere un corpo comico in una situazione estrema, ma non in una commedia, quel film è stato subito pensato come una tragedia. Infatti tanti, tantissimi, si opponevano alla morte finale del protagonista, dicevano che il comico non può morire».

Prossimi film. «Ho sentito quello che ha detto Tom Hanks, gli rispondo che anch'io sono pronto a fare un film con lui. Adesso sono in un momento in cui sono pieno di un'allegria irreprimibile, dopo anni in cui non dirigo un film sto pensando che il mio prossimo dovrà essere così».