18 Luglio 2017 | 11:56

Paolo Villaggio: Fantozzi ora è in paradiso

Paolo Villaggio muore il 3 luglio, ma il suo Fantozzi è stato (anzi è) un simbolo, una maschera immortale, un modo di essere italiani, addirittura un linguaggio. Ripercorriamo la sua vita per ricordarlo

 di Paolo Fiorelli

Paolo Villaggio: Fantozzi ora è in paradiso

Paolo Villaggio muore il 3 luglio, ma il suo Fantozzi è stato (anzi è) un simbolo, una maschera immortale, un modo di essere italiani, addirittura un linguaggio. Ripercorriamo la sua vita per ricordarlo

Foto: Paolo Villaggio

18 Luglio 2017 | 11:56 di Paolo Fiorelli

Di fronte alla mostruosa impresa che mi è stata affidata (riassumere in un solo articolo la megavita e la megacomicità di Paolo Villaggio) ho la salivazione azzerata. Vorrei scrivere, ma... «mi si sono intrecciati i diti». E tutto ciò è davvero fantozziano. Perché Paolo Villaggio è stato più che un comico: è stato (anzi è) un simbolo, una maschera immortale, un modo di essere italiani, addirittura un linguaggio.

Per ricordarlo, dal 21 luglio arrivano in edicola con Sorrisi più di 30 DVD che ripercorrono i titoli della sua carriera.

Prima di diventare tutto questo, però, era un bambino paffutello che insieme col gemello Piero (poi diventato matematico e da lui sempre considerato «il vero genio della famiglia») frequentava le scuole elementari a Genova sotto il fascismo (erano nati nel capoluogo ligure il 30 dicembre 1932). Anche se diventerà il simbolo di tutti i più umili impiegati, in realtà Paolo proviene da una famiglia benestante e prestigiosa. E forse questo favorisce gli incontri eccellenti che segnano subito la sua vita, a partire da quello con Paolo Fresco che poi sarà anche presidente della Fiat. Ma il primo sodalizio artistico importante è con Fabrizio De André, con cui scrive i testi di varie canzoni: la più famosa è «Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers». I due resteranno sempre molto amici, accomunati anche da un certo gusto per l’irriverenza, la provocazione, la spietata sincerità. Intanto conosce la futura moglie Maura e, nell’attesa di farsi strada con il cabaret, non disdegna lavori più stabili. Uno in particolare, nell’azienda metallurgica Cosider, dove si occupa di gestire gli eventi aziendali, si rivelerà una grandiosa fonte di spunti per il suo personaggio più famoso, Fantozzi. Ma prima dovranno passare oltre dieci anni di esibizioni in teatri e locali con la compagnia goliardica Baistrocchi di Genova. E mentre nascono i figli Elisabetta (nel 1959) e Pierfrancesco (nel 1965), Maurizio Costanzo lo nota e gli suggerisce di esibirsi a Roma, poi al Derby di Milano. Villaggio comincia così a farsi conoscere anche fuori da Genova.

Nel 1968 l’esordio in tv. Il programma è «Quelli della domenica», tra gli autori ci sono dei geni come Marcello Marchesi ed Enrico Vaime, oltre al già citato Costanzo, e Villaggio colpisce tutti per lo stile «cattivo» con cui aggredisce ironicamente ospiti e pubblico. Una cosa mai vista in tv, che dopo un primo momento di smarrimento ottiene un successo strepitoso. È sempre a «Quelli della domenica» che nel 1968 debutta il progenitore di Fantozzi, Giandomenico Fracchia, impiegato con due terribili nemici: il capoufficio Gianni Agus e il «pouf» su cui proprio non riesce a sedersi.

Qualche anno più tardi, nello stesso varietà, tratteggia per la prima volta il personaggio di Fantozzi, in racconti che poi nel 1971 diventeranno un libro (oltre un milione di copie vendute) e finalmente, nel 1975, il film. È la consacrazione. Il ragionier Ugo Fantozzi entra immediatamente nell’immaginario degli italiani come il prototipo del tapino sempre vessato e umiliato dai suoi superiori. A stupire e divertire tutti sono soprattutto due aspetti. Il primo è la cattiveria inaudita con cui è dipinto il personaggio, resa sopportabile solo dai toni surreali. Al contrario di altre maschere perseguitate ma buone (da Paperino a Charlot), Fantozzi è un vero uomo senza qualità, anzi straripante di difetti. Eppure, incredibilmente, simpatico. Il secondo tratto distintivo è l’iperbole continua. Tutto nel mondo di Fantozzi è comicamente esagerato. Tra il 1975 e il 1999 Fantozzi sarà protagonista di dieci film (senza contare gli altri personaggi simili che Villaggio porterà sullo schermo).

Un successo così grande da mettere fatalmente in ombra tutti gli altri titoli di una carriera comunque ragguardevole, da «La voce della Luna» (1990) di Fellini a «Il segreto del bosco vecchio» (1993) di Ermanno Olmi. Nel 1992 riceve anche il Leone alla carriera a Venezia, di cui andava giustamente orgoglioso. Fino ad allora non lo avevano mai dato a un comico. Paolo Villaggio muore il 3 luglio, a 84 anni, per le complicazioni del diabete di cui soffriva da tempo. «Se dopo la morte voglio essere cremato?» aveva dichiarato qualche anno fa. «Tutto sommato preferirei essere bollito». Ciao Paolo. Non smetterai mai di strapparci risate. 

Il dizionario di Paolo Villaggio

Paolo Villaggio con i suoi personaggi ha inventato anche un modo di parlare. E le sue comiche espressioni sono usate da tutti noi. Eccone alcune.

Fantozziano: L’aggettivo è entrato anche nel vocabolario Treccani col significato di «penoso, impacciato e servile».

Venghi! Vadi! Batti lei!: Gli assurdi «congiuntivi» di Fantozzi vengono usati per esprimere soggezione o per canzonare chi usa un italiano scorretto. Celebre il tris: «Lei venghi qua, no vadi là, e si muovi!».

Mi si sono intrecciati i diti!: Seguita dal naturale completamento «Me li streccia?» esprime insostenibile imbarazzo.

È una c...ta pazzesca!: Frase diventata il grido liberatorio di chi si ribella verso ciò che è considerato obbligatorio lodare.

Poltrona in pelle umana: Espressione proverbiale di potere aziendale: «L’hanno promosso, ora ha la poltrona in pelle umana».

La nuvola di Fantozzi: Altrettanto proverbiale, indica la sfortuna che perseguita chi è già pieno di guai.

Il Megadirettore galattico: La massima carica in azienda.

È stato crocefisso in sala mensa: Quando si riceve una punizione esemplare sul lavoro.

Organizzazione «alla Filini»: Dicesi di evento dalla preparazione disastrosa.

Rutto libero: Uno dei pochi simboli di libertà dei sottomessi (ma solo a casa loro!).

Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare: Forse il più noto dei paradossali titoli nobiliari della saga, diventato sinonimo di aristocrazia pomposa e sprezzante.

Salivazione azzerata: Esprime ansia fuori controllo di fronte ai superiori o al fascino di una bella donna.

Come è umano lei!: Espressione di supremo servilismo, di solito rivolta a chi ci sta maltrattando.

Dott. ing. avv. grand’uff. lup. mann.: Irresistibile parodia dei titoli di merito di manager e dirigenti, strappa sempre la risata (a patto di ricordarla tutta).