23 Maggio 2013 | 16:57

Carlo Verdone: «Per un comico raccontare disastri e fragilità di oggi è una sfida sempre più grande»

«Ho cambiato la bellezza di cinque soggetti, un record. Cerco qualcosa che piaccia al produttore ma soprattutto a me. E mi devo sbrigare a scrivere, il film deve essere in sala il prossimo febbraio» dice a Sorrisi l'attore-regista, nelle sale con «La grande bellezza» di Paolo Sorrentino...

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Carlo Verdone: «Per un comico raccontare disastri e fragilità di oggi è una sfida sempre più grande»

«Ho cambiato la bellezza di cinque soggetti, un record. Cerco qualcosa che piaccia al produttore ma soprattutto a me. E mi devo sbrigare a scrivere, il film deve essere in sala il prossimo febbraio» dice a Sorrisi l'attore-regista, nelle sale con «La grande bellezza» di Paolo Sorrentino...

Foto: ANSA

23 Maggio 2013 | 16:57 di

Carlo Verdone è un po’ nervoso. Lo incontriamo poco prima della partenza per Cannes, dove ha accompagnato «La grande bellezza», il film di Paolo Sorrentino in cui interpreta uno scrittore fallito. Ma non è questo il problema. «Più tardi ho appuntamento col dentista» mi dice nel suo salotto alle pendici del Gianicolo «per il maledetto granuloma che mi affligge da mesi, lo stesso che m’impedì di andare a Sanremo per la giuria di qualità. Avevo una guancia così, sembravo Totò. Non ne posso più».

Distraiamoci col cinema: mi racconta di quando Sorrentino la chiamò?
«Ero seduto su quella poltrona a studiare la “Cenerentola” di Rossini, di cui dovevo fare la regia in mondovisione, e squilla il telefono. “Sono Paolo Sorrentino, ti devo parlare”. Sorrentino arriva qui a casa, mi accenna a un personaggio di scrittore all’interno di una specie di “Dolce Vita” all’incontrario, una “Brutta Vita”. Poi dice: “La cosa migliore è che tu legga il copione”, mi mette in mano un volume che sembra l’enciclopedia Treccani e va via. Stacco tutti i telefoni: in due ore l’avevo già letto. L’ho chiamato, mi sono permesso di dirgli un paio di cose sul mio personaggio e lui le ha accolte. Sul set ho recitato quello che aveva scritto».

Sorrentino è un regista esigente.
«Il primo giorno viene nella roulotte, mi chiede di provare la scena e a un certo punto mi fa “Non è così che la vorrei”. M’è venuto il sudore freddo! “Mi piacerebbe una leggera ironia, un mezzo sorriso”. “Paolo mio, dammi venti minuti che faccio delle prove…”. Mi sono sentito preso in contropiede. Al primo ciak avevo, come dire, una leggerissima ansia da prestazione. Non mi succedeva da “Compagni di scuola”».

Quei baffetti erano veri?
«No, tutto quello che mi faccio crescere sulla faccia mi fa venire l’allergia. Preferisco avere l’allergia per la colla il tempo delle riprese e poi… metterce un po’ de cortisone. Ma ho girato sempre con grande piacere. Sorrentino è il regista italiano che più mi interessa, “Il divo” e “L’uomo in più” sono film molto importanti. E poi “La grande bellezza” parla di Roma, quindi io ci volevo essere».

Una Roma molto cupa, però. Il film è una specie di requiem.
«Requiem è la parola giusta. Una grande scenografia e tanti personaggi che errano vagabondi nella depressione, nella solitudine, nella noia. Sono anime superstiti in un cimitero monumentale. Ma il film è un’analisi istologica non solo di Roma: di tutta la società di oggi, senza etica, senza figure autorevoli».

Oggi le figure più autorevoli sembrano i comici. Ma di questo lei si è recentemente lamentato.
«Nessuno ha il coraggio di dirlo però lo pensano tutti. Non ce l’ho con Crozza o altri, fanno il loro lavoro, ma stiamo attenti a non far diventare la satira troppo burla. Ci sono dei grandi programmi tv che per due ore ci tengono impegnati a capire cosa succede, e improvvisamente arriva il siparietto in cui si deve ridere, perché gli sponsor vogliono il picco di ascolti. Non va bene! Viviamo in un momento tragico, in cui la gente si suicida o spara ai Carabinieri: fare le cose comiche mentre ne parli è di cattivo gusto, confondi le idee agli italiani».

Cosa comporta questo per un autore di commedie come lei?
«Che non posso non raccontare i disastri e le fragilità di oggi. In “Posti in piedi in Paradiso” l’ho fatto. La sfida per il comico è sempre più grande».

Di cosa parlerà il suo prossimo film da regista?
«È un altro motivo per cui sono nervoso. Ho cambiato la bellezza di cinque soggetti, un record. Cerco qualcosa che piaccia al produttore ma soprattutto a me. E mi devo sbrigare a scrivere, il film deve essere in sala il prossimo febbraio. E questo significa iniziare a girare in settembre».

Intanto ai primi di giugno esce «Carlo!», un documentario su di lei presentato al Festival di Roma. Ma gli omaggi non si ricevono a fine carriera?
«Già, ci ho pensato su un’intera giornata; oerché farlo se sono ancora vivo? Ho accettato a patto di non fare quello di cui tutti dicono “Quant’è bravo!”. È venuta fuori una cosa sincera, in cui mi ritrovo».