31 Ottobre 2011 | 12:45

Al Festival di Roma, fra Olivia Newton-John e Totò

«Sì, la canzone che canto nel film sarà il primo brano di un nuovo disco. Ci sto lavorando da tempo, uscirà nel corso del prossimo anno». Olivia Newton-John mi dà personalmente la notizia, in occasione della presentazione al festival della commedia australiana «A few best men». La Sandy di «Grease» è oggi una pimpante signora […]

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Al Festival di Roma, fra Olivia Newton-John e Totò

«Sì, la canzone che canto nel film sarà il primo brano di un nuovo disco. Ci sto lavorando da tempo, uscirà nel corso del prossimo anno». Olivia Newton-John mi dà personalmente la notizia, in occasione della presentazione al festival della commedia australiana «A few best men». La Sandy di «Grease» è oggi una pimpante signora […]

Foto: Olivia Newton-John (foto ANSA)

31 Ottobre 2011 | 12:45 di

«Sì, la canzone che canto nel film sarà il primo brano di un nuovo disco. Ci sto lavorando da tempo, uscirà nel corso del prossimo anno». Olivia Newton-John mi dà personalmente la notizia, in occasione della presentazione al festival della commedia australiana «A few best men». La Sandy di «Grease» è oggi una pimpante signora bionda, che continua a battersi per la prevenzione del cancro al seno e la preservazione della foresta amazzonica, sostenuta da qualche ritocco chirurgico e da un inguaribile spirito positivo.

«A few best men», sottotitolo «Tre uomini e una pecora» segna il suo ritorno al cinema, nel ruolo – secondario ma scatenato – di una signora dell’alta borghesia australiana che partecipa volenterosamente al disastro della cerimonia nuziale della figlia, innescato dai tre sciagurati amici inglesi dello sposo.

Vecchia amica del regista Stephan Elliott (quello di «Priscilla»), Olivia Newton-John ha saputo che nel suo nuovo film c’era una band impegnata a cantare durante tutta la cerimonia e ha pensato bene di proporsi. Il regista le ha però impedito di intonare qualsiasi brano, utilizzandola solo come attrice; la canzone nuova, «Weightless», arriva sui titoli di coda del film, e la Newton-John sfodera un timbro miracolosamente non lontano dai fasti di «Physical».

«A few best men» è la versione sboccata e spettacolare di «La peggior settimana della mia vita», con gag di dubbio gusto ma di sicuro impatto sul pubblico. Ne riparlermo quando la Lucky Red la distribuirà in sala, a fine febbraio.

Viva le donne (e i vampiri)
Moltissime le proiezioni e gli eventi offerti fin qui dal festival. Uno degli appuntamenti più attesi era la mini-anteprima di «Breaking Dawn – parte 1», quarta e penultima puntata della saga «Twilight», con nugoli di ragazzine schierate al bordo del red carpet già due ore prima che sfilassero i vampiretti Nikki Reed e Jackson Rathbone (membri della famiglia Cullen). L’entusiasmo dei fan si giustifica d’altronde solo per la presenza fisica dei due attori: i previsti 15 minuti di anteprima si sono rivelati un riassuntino delle puntate precedenti, il trailer (già visibile su Internet) del nuovo film, e tre sequenzine inedite intervallate da scene di backstage e annunci entusiastici del regista e degli addetti del marketing. Insomma, molto rumore per quasi nulla: il film d’altra parte è ormai lì lì per uscire (16 novembre).

Sul red carpet applausi a tante attrici: a Isabelle Huppert, negli ultimi anni interprete di severissimi drammi d’autore, che in «Mon Pire Cauchemar» accetta la sfida del comico contrapponendosi al belga Benoit Poelvoorde («Niente da dichiarare?»), uno sciamannato che le travolgerà la vita. Applausi alla fascinosa 65enne Charlotte Rampling, miliardaria morente in «The Eye of the Storm» di Fred Schepisi, acida commedia sul passare del tempo e i rimpianti del passato. Applausi a Kristin Scott Thomas, protagonista con Ethan Hawke dell’ambiguo noir «La femme du cinquieme», del polacco Pawlikowski.

3D: meglio Totò di Tintin
L’opera che finora ha forse più stupito è una vecchia pellicola del 1953, restaurata per l’occasione, un’operina che si chiama «Il più comico spettacolo del mondo» ed è entrata nella storia del cinema per essere il primo lungometraggio italiano di finzione in 3D. All’epoca il film venne distribuito con i classici occhialini (più o meno gli stessi di oggi: la tecnologia, in fondo, non è cambiata granchè) ma solo per pochi giorni: le difficoltà di proiezione resero consigliabile una riconversione repentina al tradizionale 2D, rimaneggiando l’introduzione dell’attore Enrico Viarisio, un elogio del nuovo sistema, che le magie del doppiaggio trasformarono in una goffa giustificazione del ritorno al formato classico.

Invisibile da anni (mai uscito in vhs o dvd, pochissimo trasmesso in tv), «Il più comico spettacolo del mondo» è anche uno dei film più rari interpretati da Totò. Da anni gli appasionati scambiano e contrabbandano vhs e dvd che sono la copia della copia della copia di vecchie trasmissioni su canali locali. La FilmAuro, che detiene i diritti della pellicola, l’ha finalmente tirata fuori dalla polvere: in un’epoca in cui il 3D se lo girano anche Ezio Greggio e Fausto Brizzi, tenere nascosto un Totò semi inedito e per di più in tre dimensioni era un delitto.

Le difficoltà non sono mancate. Qui non c’era solo da restaurare un vecchio film, che col tempo aveva pure perso per strada qualche fotogramma, ma due vecchi film. Il sistema brevettato nel ’53 (Podelvision, dalle iniziali dei produttori Ponti e DeLaurentiis) prevedeva infatti due pellicole da girare e proiettare simultaneamente, una per l’occhio destro e una per il sinistro. Rintracciarle e restaurarle entrambe pare sia stata un’impresa (filologicamente non perfetta: l’introduzione iniziale di Viarisio non è quella originale ma quella ridoppiata) ma il risultato è meraviglioso: non solo per avere riportato nitida ed enorme sul grande schermo la mimica sublime di Totò, ma anche per avere fatto riscoprire un 3D più semplice e insieme più strabiliante di quello esibito sempre qui al Festival, per esempio, da sua eccellenza Steven Spielberg con «Le avventure di Tintin». Il filmetto di Mario Mattoli racimola i suoi 70 minuti facendo la parodia di un kolossal circense di Cecil B. DeMille, «Il più grande spettacolo del mondo», e recuperando scene classiche del repertorio teatrale di Totò, ma nel frattempo tiene continuamente accesa l’attenzione dello spettatore grazio al lancio di oggetti verso la macchina da presa, spruzzi d’acqua, pennelli che si allungano verso lo spettatore, personaggi che si sporgono letteralmente oltre quella «parte parete» che nel cinema classico (e in tanto piatto 3D di questi giorni) è sempre e solo stata costituita dalla platea. 3D all’italiana insomma: poca spesa e tanta fantasia per il massimo risultato.

Difficile credere che un’azienda attenta all’incasso come la FilmAuro abbia condotto l’intera operazione per una, pur meritoria, opera di recupero del passato: il film si vedrà certamente in giro, al cinema (potrebbe uscire il prossimo maggio) o direttamente in dvd.

Malinconie italiane
Arrivati a metà tragitto, il bilancio del Festival è più che positivo. La sesta edizione della manifestazione (presidente Gian Luigi Rondi, direttore artistico Piera Detassis) sembra essere la migliore della sua ancora breve storia. La qualità della selezione 2011 è innegabile, non solo nella sezione dei film in concorso ma anche nel Focus sul cinema inglese (si è visto fra gli altri «The deep blue sea», romantico ritorno del maestro Terence Davies, da una piece di Terence Rattigan, con Rachel Weisz nel ruolo della moglie che abbandona il marito ed è abbandonata dall’amante), nella sezione Extra diretta da Mario Sesti (notevoli «Hollywood bruciata» e «La passione di Laura», ritratti del regista Nicholas Ray e dell’attrice Laura Betti, e l’appassionante «Project Nim» di James Marsh, imprevedibile documentario sullo scimpanzè che negli anni Settanta venne cresciuto per scommessa scientifica da una famiglia umana), fino ad Alice nelle città, la sezione del festival dedicata a bambini e ragazzi, che ieri ha presentato come evento speciale «La nuova guerra dei bottoni» di Christophe Barratier, entusiasmante remake del classico di Yves Robert, genialmente dislocato durante la seconda guerra mondiale, e con la partecipazione di Laetitia Casta.

In mezzo a tanto ben di dio cinematografico, costituito soprattutto da proposte originali e spesso dirette al cuore dello spettatore, la produzione italiana sembra volersi distinguersi con un approccio più d’autore, indagando le angosce contemporanee del nostro paese, dal grigiore milanese all’inquinamento pugliese ad una livida Torino.

«Il mio domani» di Marina Spada indaga le inquietudini di una inedita Claudia Gerini milanese, una vita irrisolta tra relazioni sentimentali scadenti, un lavoro discutibile al soldo dei manager d’azienda, e una famiglia rovinata da antichi rancori. Tutto giocato su una narrazione ellittica (la regista evita spesso di raccontare gli eventi fondamentali, li suggerisce raccontandone il prima o il dopo), propone in extremis la salvezza della protagonista con un cambio repentino di lavoro e di prospettive a cui, dopo tanto realistico dolore, si fa un po’ fatica a credere. Gli spettatori potranno verificare a partire dal 4 novembre, quando il film arriverà in sala.

Uscirà invece l’11 «Il paese delle spose infelici» di Pippo Mezzapesa, dall’omonimo romanzo di Mario Desiati. Dalle brume metropolitane lombarde ci trasferiamo nell’assolata estate pugliese, dentro un paesino dove i ragazzi crescono tra un campo di calcio e la tentazione dello spaccio. Il tempo non è quello presente (dovremmo essere alla fine degli anni Ottanta) ma non è ben specificato e non sembra comunque troppo lontano dall’oggi: il percorso parallelo di due amici, uno più tenero e studioso, l’altro più atletico e violento, viene vivificato e sconvolto dalla conoscenza di Annalisa (una magnetica Aylin Prandi), una ragazza deragliata dalla morte improvvisa del promesso sposo. Al contrario che nel film della Spada, qui l’esordiente Mezzapesa cerca la bellezza dell’inquadratura, gioca con la colonna sonora rock, poggia parte del fascino della pellicola sul lavoro di fotografia. Il risultato è una specie di neorealismo lussureggiante, una sorta di bellezza addolorata che però non riesce a imprimersi nel cuore dello spettatore.

Un vecchio maestro del nostro cinema, il Giuliano Montaldo di «Sacco e Vanzetti» e «L’Agnese va a morire», tenta un approccio più tradizionale con «L’industriale», scritto insieme alla moglie Vera Pescarolo e al giornalista Andrea Purgatori. In una Torino quasi in bianco e nero (la fotografia, ricercatissima, è di Arnaldo Catinari), Pierfrancesco Favino cerca di salvare la sua fabbrica di pannelli solari dall’avidità delle banche; la gelosia per la moglie (Carolina Crescentini) complicherà le cose. Disoccupazione, crisi, strozzinaggio delle banche: ecco finalmente una pellicola che accetta la scommessa di parlare del nostro presente. Il melodramma arricchisce ma anche un po’ avvilisce il soggetto principale; del resto, solo il Visconti di «Rocco e i suoi fratelli» era riuscito a creare un capolavoro mescolando impegno sentimentale e tragedia erotica. Da vedere, comunque (al cinema entro la prima metà del 2012). Alla proiezione ufficiale, lunga ovazione al presidente Napolitano.

Il prossimo film italiano è «Il cuore grande delle ragazze»; serpeggia preoccupazione per il regista Pupi Avati, improvvisamente colto da un malore mentre assisteva a un’altra pellicola del festival. Speriamo tutti che domani sia in grado di presentare personalmente la sua più recente creatura.