04 Novembre 2011 | 16:29

Festival di Roma, RICHARD GERE e Marilyn Monroe chiudono in bellezza

Richard Gere chiude in bellezza la sesta edizione del Festival Internazionale di Roma. Il red carpet dell’attore americano, ieri sera, è stato il più selvaggio e affollato della manifestazione. Selvaggio certo non per il contegno del divo, lento e composto nel suo aplomb buddista, ma da parte del pubblico. Padri di famiglia e tranquille casalinghe si sono trasformare nei paparazzi della Dolce Vita, assiepati a urlare «Richard!» dietro le transenne, scalpitanti a fare foto col cellulare, arrampicati sulle scalinate della cavea per guadagnare uno scatto migliore...

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Festival di Roma, RICHARD GERE e Marilyn Monroe chiudono in bellezza

Richard Gere chiude in bellezza la sesta edizione del Festival Internazionale di Roma. Il red carpet dell’attore americano, ieri sera, è stato il più selvaggio e affollato della manifestazione. Selvaggio certo non per il contegno del divo, lento e composto nel suo aplomb buddista, ma da parte del pubblico. Padri di famiglia e tranquille casalinghe si sono trasformare nei paparazzi della Dolce Vita, assiepati a urlare «Richard!» dietro le transenne, scalpitanti a fare foto col cellulare, arrampicati sulle scalinate della cavea per guadagnare uno scatto migliore...

04 Novembre 2011 | 16:29 di

Richard Gere (foto ANSA)

Richard Gere chiude in bellezza la sesta edizione del Festival Internazionale di Roma. Il red carpet dell’attore americano, ieri sera, è stato il più selvaggio e affollato della manifestazione. Selvaggio certo non per il contegno del divo, lento e composto nel suo aplomb buddista, ma da parte del pubblico. Padri di famiglia e tranquille casalinghe si sono trasformare nei paparazzi della Dolce Vita, assiepati a urlare «Richard!» dietro le transenne, scalpitanti a fare foto col cellulare, arrampicati sulle scalinate della cavea per guadagnare uno scatto migliore.

Premiato con il Marc’Aurelio alla carriera, Gere non aveva film nuovi da promuovere, ma ha presentato «I giorni del cielo» che Terence Malick girò con lui nell’ormai lontano 1978. Una buona occasione per farlo ammirare a sua moglie, la collega Carey Lowell, che – pare – non l’avesse mai visto.

La presenza di Richard Gere ha risarcito le assenze di numerosi divi. Ma questa sesta edizione del Festival di Roma non si può dire malriuscita, tutt’altro, per la quantità di buoni film è anzi forse la migliore della sua ancora breve storia. Capolavori veri e propri (a parte le vecchie pellicole restaurate e ripresentate per l’occasione, dal muto «Rotaie» di Mario Camerini al classico «Colazione da Tiffany» di Blake Edwards), non se ne sono forse viste, ma il livello medio si è confermato elevato fino all’ultimo giorno. Fra le decine di proposte si sono visti anche film inutili, non del tutto adatti a gareggiare al concorso, oppure non riusciti, ma nessuno – come invece è capitato persino all’ultima eccellente edizione del festival di Venezia – effettivamente brutto.

Sorrisi italiani
Dopo le cupe pellicole dei primi giorni (vedi articolo precedente) il cinema italiano ha ritrovato il sorriso e la leggerezza con «La kryptonite nella borsa», esordio dello sceneggiatore e scrittore Ivan Cotroneo, di cui parliamo nel «Sorrisi» in edicola. Pupi Avati ci ha consegnato l’opera migliore dei suoi ultimi anni, «Il cuore grande delle ragazze», assegnando il ruolo di protagonista alla popstar Cesare Cremonini (ispirato al nonno del regista) e mettendogli accanto Micaela Ramazzotti (in una versione anni Trenta della bionda svampita di «Tutta la vita davanti»). Il grande sceneggiatore Furio Scarpelli, scomparso l’anno scorso, ci ha lasciato in eredità «Tormenti», uno specialissimo «film disegnato» su una passione amorosa nella Roma e nella Spagna alla vigilia della seconda guerra mondiale, animato dalle voci di Alba Rohrwacher, Luca Zingaretti e Omero Antonutti (lo distribuirà presto la Lucky Red). Infine Roberto Faenza ha spiazzato tutti con una pellicola realizzata a New York, con un gran cast hollywoodiano (Marcia Gay Harden, Peter Gallagher, Lucy Liu, Ellen Burstyn e il giovane divo in ascesa Toby Regbo), dal libro di Peter Gallagher «Un giorno questo dolore ti sarà utile» (in sala a febbraio). Il regista non è d’accordo, ma il suo film appare in tutto e per tutto come un film «americano»: nelle luci, nel ritmo, nella recitazione oltre che (ovviamente, data la nazionalità del romanzo) nella storia.

Un altro regista, l’inglese Michael Winterbottom, ha giocato a fare l’esule; con «Trishna» ha addirittura trasportato il romanzo di Thomas Hardy «Tess d’Uberville» dall’Inghilterra di fine Ottocento all’India di oggi. Malgrado l’approccio documentaristico e la splendida Freida Pinto nel ruolo principale, il risultato è però piuttosto inerte.

Negli ultimi giorni ha molto divertito «Butter», satira dell’America ingessata e beghina devota a Bush, dove Jennifer Garner intraprende la carriera politica gareggiando con una ragazzina afroamericana a chi riesce a fare le migliore sculture di burro; a fare lo scemo c’è pure un inedito Hugh Jackman, in partecipazione speciale.

Se questa è televisione…
Le due pellicole più stupefacenti degli ultimi giorni sono «Too big to fail» di Curtis Hanson, agghiacciante rievocazione del crollo Lehman Brothers e dell’inizio dell’attuale crisi del sistema capitalistico, e lo spionistico «Page Eight» di David Hare, con un sardonico Bill Nighy che tenta di sopravvivere ai maneggi e ai compromessi del governo inglese. Opere stupefacenti perché, dotate di gran ritmo e personalità, e sorrette entrambe da un cast eccellente, sono entrambe film per la Tv (il primo è stato prodotto dall’americana Hbo, il secondo dall’inglese BBC). Tutte e due grandi storie, che hanno a che fare con la Storia con la S maiuscola, la prima esplicitamente, la seconda in forma indiretta ma non meno polemica, con un coraggio «politico» e una presa spettacolare di cui non sempre il cinema è capace. «Too big to fail» è fra l’altro già visibile, da oggi su Sky Cinema 1HD.

I migliori
Tra poco in Sala Sinopoli verranno annunciati e consegnati i premi. I nostri personali riconoscimenti andrebbero al bellissimo film d’apertura di Luc Besson, «The Lady», sulla leader birmana Aung San Suu Kyi, che ci auguriamo di vedere presto nelle nostre sale; e a «My Week with Marilyn» di Simon Curtis, che racconta il difficile rapporto tra Marilyn Monroe (Michelle Williams, bravissima) e Laurence Olivier (interpretato dal suo erede Kenneth Branagh) durante l’unico film che li vide insieme, «Il principe e la ballerina»: una pellicola vecchio stile, scritta e fotografata con tutta la cura di cui è capace la cinematografia britannica (coproducono gli americani Weinstein, che pare vogliano portarla agli Oscar), in cui la passione degli interpreti e dei realizzatori scavalca senza fatica l’ostacolo del film con i sosia delle star e l’agguato di una sterile cinefilia.

Appello finale
Tra poco, su questo sito, leggerete anche i vincitori del Festival. Le nostre ultime righe le spendiamo per rilanciare l’appello di Bill Nighy, l’attore britannico protagonista di «Page Eight», che l’altra sera si è presentato al pubblico rievocando il suo primo amore, una ragazza italiana conosciuta nel 1968, sperando che si trovasse in sala: l’attore l’ha invocata, ne ha fatto il nome, ma la «carrambata» non ha avuto luogo. La ragazza del ’68 si chiama Raffaella Carabini. Se ci legge, sappia che quell’inglese compassato e dinoccolato, dopo 44 anni, non l’ha mai scordata.