08 Settembre 2017 | 19:50

David Gilmour «Live at Pompeii», un concerto fuori dal comune

Il leggendario chitarrista inglese arriva nei cinema con un film-concerto che incanta lo sguardo 46 anni dopo la "prima volta"

 di Simone Sacco

David Gilmour «Live at Pompeii», un concerto fuori dal comune

Il leggendario chitarrista inglese arriva nei cinema con un film-concerto che incanta lo sguardo 46 anni dopo la "prima volta"

08 Settembre 2017 | 19:50 di Simone Sacco

Ma quand'è che arrivano i Pink Floyd? Eh, arrivano, arrivano. Il film-concerto di David Gilmour, Live at Pompeii, è già iniziato da oltre mezz'ora, ma te ne accorgi fin da subito che si tratta di una escalation all’interno di una performance assolutamente non comune.

Prima di tutto per via della struggente location che per i fan del gruppo inglese (250 milioni di copie in carriera) è innanzitutto un luogo della memoria: l’anfiteatro romano di Pompei (edificato nel 70 A.C. ed unica testimonianza di ciò che resta della cittadina campana distrutta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 D.C.) ospitò infatti per la prima e unica volta i Pink Floyd nell’ottobre del 1971. Roger Waters e soci si trattennero nell’arena quattro giorni di fila suonando parecchia musica (tratta soprattutto da Meddle, il disco che uscì proprio quell'anno) mentre il regista Adrian Maben provvedeva a filmare una pellicola sperimentale che, sebbene uscita solo nel 1974 e con l’aggiunta di alcune sequenze postume parigine, fece decisamente clamore. Anche perché quello fu un concerto senza pubblico con dei Floyd non ancora travolti dal successo globale di The Dark Side Of The Moon.

E poi per il suono visto che in sala si è accolti da un audio Dolby Atmos (che rappresenta lo stato dell’arte a livello di pulizia) mentre le immagini scorrono lussuriose in formato 4K. Tutto perfetto e tipicamente pinkfloydiano, se non fosse che la performance di Gilmour e della sua spettacolare band (tra cui si segnalano i tastieristi Chuck Leavell e Greg Phillinganes) si prende il suo tempo, come è giusto che sia, in attesa di decollare definitivamente.

Prima un breve preambolo con il chitarrista e i suoi turnisti che provano in una piovosa Brighton alla presenza di un pastore tedesco coccolato da Polly Samson (la signora Gilmour) e per nulla spaventato dalla potenza del suono. Poi l’arrivo in aereo a Napoli, un rapido soundcheck condito da parole evocative dello stesso Dave («Questo è un posto magico, ma anche un'arena di fantasmi» con il pensiero che corre subito alla figura di Richard Wright) e finalmente lo show che, quando andò in scena in Italia (7 e 8 luglio del 2016), scatenò sul web parecchie polemiche sia per l’esiguo numero di biglietti in vendita che per il prezzo esorbitante degli stessi. Acqua passata, comunque.

Un po’ di album nuovo (il rock leggero, quasi alla Chris Rea, della titletrack Rattle That Lock), un pizzico di anni ’90 (la sempre sensuale What Do You Want From Me tratta da The Division Bell, penultimo disco nella vicenda dei Pink Floyd), brividi palpabili nella doppia dedica allo stesso Wright scomparso nel 2008 (prima con l’esecuzione cristallina di The Great Gig In The Sky seguita dai cori suadenti di A Boat Lies Waiting), una Wish You Were Here eseguita magnificamente e infine si comincia a fare sul serio con la campana percossa dal batterista Steve Di Stanislao (già collaboratore di un altro David: il californiano Crosby) per una riproposizione quasi metal di High Hopes.

Da qui Live at Pompeii entra davvero in una dimensione imponente e torrenziale - in una parola: floydiana - merito di un Gilmour stretto parente di quello che dominava in Pulse, il fenomenale live portato in scena con la sua band-madre nell’anno di grazia 1994. La delirante One Of These Days scalda gli animi come gli enormi bracieri posizionati attorno all’anfiteatro mentre Shine On You Crazy Diamond si dipana per una dozzina di minuti con la partecipazione di un giovane sassofonista hipster brasiliano (tale João Mello) che sul finale ci spara addosso un assolo degno di John Coltrane.

La massiccia Sorrow è sempre più oscura man mano che passa il tempo (uscì esattamente trent’anni fa) e Run Like Hell diventa perfino spiritosa nel suo incedere funky con tutto il gruppo (leader compreso) celato dietro dei Rayban da Blues Brothers. Gruppo che comprende il vero braccio destro di Gilmour: quel Guy Pratt al basso che sul palco è sempre presentissimo mentre nella vita privata si è sposato Gala Wright (la figlia di Rick) diventando, a suo modo, un parente dei Floyd, uno di famiglia. E poi assomiglia in maniera impressionante al nostro Luca Marchegiani, l'ex portiere della Lazio ed ora opinionista a Sky, ma questo è solo un dettaglio di poco conto...

Chiudono la pellicola due gemme lunari (Time più la reprise di Breath) e quella Comfortably Numb che sarà pure un immancabile cavallo di battaglia di Gilmour, ma lui la esegue alla bella età di 71 primavere come se da questa dipendesse il destino del mondo, animato da una seconda o terza giovinezza. Applausi scroscianti. Laser che non danno tregua. Colori che esplodono.

Tutto ciò lo potrete vedere anche voi il 13, il 14, 15 settembre nelle sale cinematografiche selezionate mentre a fine mese arrivano, tramite Sony, i relativi supporti audio (doppio CD e quadruplo vinile) e video (doppio DVD e Blu Ray). E se l’assassino torna sempre sul luogo del delitto, stavolta c’è stata una piccola variazione: mister David Gilmour ha riabbracciato l'incantevole Pompei per salvare il rock, anche quello di questi anni, sempre più tenue. E rinverdire quel miracolo fondato nel lontano 1965, tra gli altri, da un certo Syd Barrett. Il predecessore del buon Dave.