02 Ottobre 2017 | 11:15

«Ferrari 312B», il film sulla monoposto che ha rivoluzionato la Formula 1

Arriva al cinema la vicenda di una delle vetture più innovative di sempre. Ne abbiamo discusso col giornalista Giorgio Terruzzi

 di Simone Sacco

«Ferrari 312B», il film sulla monoposto che ha rivoluzionato la Formula 1

Arriva al cinema la vicenda di una delle vetture più innovative di sempre. Ne abbiamo discusso col giornalista Giorgio Terruzzi

Foto: La rivoluzionaria Ferrari 312B che partecipò al mondiale di Formula 1 nei primi anni '70  - Credit: © Nexo Digital

02 Ottobre 2017 | 11:15 di Simone Sacco

Due storie che si accavallano, senza urtarsi mai, come nei migliori documentari che si rispettino. La contemporaneità alla ricerca di nuovi stimoli che affianca l’epica cruenta del 1970, quando le monoposto di Formula 1 (sature di benzina) potevano prendere fuoco fin dalla prima curva. Un documentario forse non per tutti, ma che tutti dovrebbero vedere per capire cosa significhi essere italiani e darci dentro, senza tante lamentele, nel creare un oggetto capace di emozionare ed innovare.

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Quello raccontato in «Ferrari 312B» dal regista Andrea Marini (nei cinema italiani il 9-10-11 ottobre) quindi non è solo un manuale di motoristica tradotto per immagini, ma una favola dove l’impegno nel volere far rivivere una “cosa” (in questo caso: una macchina rivoluzionaria) si scontra spesso con la delusione del tempo che passa inesorabile e dei componenti meccanici che si sgretolano. Un atto d’amore nei confronti della manualità («La 312B fu l’ultima vettura sportiva ad essere stata ancora progettata con la matita e l’aerografo», dice ad un certo punto Mauro Forghieri, uno dei protagonisti principali della pellicola) che deve fare i conti con la tecnologia odierna, senz’altro più arida, ma nettamente più affidabile in termini di sicurezza.

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La trama è essenziale: Paolo Barilla, vicepresidente della celebre industria emiliana e pilota a sua volta, acquista ciò che resta della Ferrari 312B per poterla rimettere in pista. L’obbiettivo è il Grand Prix di Monte Carlo del 2016: quello ovviamente Historique dedicato ai bolidi vintage che precede di qualche settimana il suo “fratello maggiore” dove a darsi battaglia saranno invece big delle quattro ruote come Sebastian Vettel, Lewis Hamilton o Daniel Ricciardo. Il percorso per il team Barilla non sarà affatto facile, tra restauri meticolosi, valvole che non fanno il proprio dovere e test in pista non esattamente confortanti; ma qui entra finalmente in scena Mauro Forghieri detto il “Furia”, responsabile del reparto tecnico Ferrari per ben ventidue anni (1962-1984) e "papà" della stessa 312B, e il documentario della Tarpini Production incomincia, per così dire, a rombare.

Anche perché, per dare spessore alla storia, viene raccontato l'avvincente Mondiale di Formula Uno del 1970, quando la stessa 312B fece il suo debutto riuscendo a imporsi al GP di Austria (vittoria di Jacky Ickx) e Monza (exploit di Clay Regazzoni), facendo intuire ai detestati garagisti/assemblatori inglesi (“detestati” da un certo Enzo Ferrari…) che il vento, lungo i circuiti, stava cambiando.

Altro non vi raccontiamo perché Ferrari 312B va gustato in sala con un occhio di riguardo ai suoi notevoli testimonial (il flusso del tempo si interrompe quando sullo schermo appaiono icone come Niki Lauda o Jackie Stewart) e al concetto di “dramma” (la morte di Jochen Rindt in quel di Monza) da sempre insito all’interno di uno sport crudele e consapevole al tempo stesso. Ci sembrava giusto, però, completare il giro dialogando con una voce autorevole del Circus. Quel Giorgio Terruzzi, giornalista di razza che ci ha fatto commuovere immaginandosi l’ultima notte sulla Terra di Ayrton Senna (raccontata benissimo nel suo libro Suite 200 del 2014) e voce onnipresente sui canali Mediaset quando c’è da documentare la magia dei Motori. A lui il suggello.

Giorgio Terruzzi: «"Ferrari 312B" racconta l'eccellenza italiana»

Giorgio, perché dovremmo andare al cinema a vedere «Ferrari 312B»?
«Perché si tratta di una scoperta. L’epica della Ferrari, ovviamente, nasce molto prima di questo leggendario modello però è stato proprio grazie alla 312B se la casa di Maranello ha dominato per gran parte degli anni ’70. E poi in questa pellicola si racconta anche del Novecento che fu il secolo della velocità, ma anche della violenza e del sangue. Un contrasto molto impegnativo e affascinante.»

I tecnicismi (numerose sono le scene suddivise tra officine e analisi ai box) non appesantiscono il racconto, ma al contrario lo rendono più fluido. Vero?
«Sì perché, se mi passi la metafora, non sono necessari dieci anni di Conservatorio per apprezzare la vista o il suono di un violino Stradivari… Il regista Andrea Marini ha accostato la 312B ad un’opera d’arte? Ok, la si pensi come si vuole, ma qui c’è senz’altro qualcosa da analizzare.»

La leva del documentario qual è? La nostalgia o l’eccellenza italiana (che, di suo, non dovrebbe conoscere età)?
«Io parlerei di eccellenza e basta. D’altronde stiamo ragionando di una macchina che stava all’interno di un mondo, quello di Maranello, dove il senso del fare era così appurato che non si potrebbe definirlo in nessun’altra maniera. Se non, appunto, eccellente.»

Spiaciuto che alcuni grandi piloti di oggi non appaiano nel lungometraggio per dire la loro?
«Onestamente preferisco avere al microfono gente come Jackie Stewart, Niki Lauda, Gerhard Berger e gli altri perché qui non stiamo intervistando il passato polveroso, ma persone di alta qualità, intelligenti e competenti pure sulle vicende attuali della F1. I ragazzi odierni invece temo che non sappiano neanche cosa fosse una Lotus 25... (la prima monoposto in assoluto a utilizzare un telaio monoscocca, molto più resistente di fronte agli urti. Ndr)»

Ultima domanda. Negli ultimi anni abbiamo avuto il blockbuster ‘Rush’ diretto da Ron Howard e due ottimi documentari come «Senna» e quest’ultimo sulla 312B. Forse il mondo del cinema sta recuperando un rapporto trascurato col mondo delle corse?
«Domanda complicata. Una cosa è realizzare un documentario, un’altra un film vero e proprio con degli attori che recitano in gara. Un circuito vuoto è come una piscina senz’acqua: un’enormità da riempire. E poi, in ultima analisi, questo resta uno sport complesso da raccontare. Molto complesso.»