17 Gennaio 2013 | 13:49

Frankenweenie, Django e gli altri: la guida di Sorrisi ai film del weekend

Tornano gli amabili mostri di Tim Burton in un... tenero horror. O, per essere più precisi, una storia del terrore vietata ai maggiori di 18 anni, dove i luoghi più spaventosi sono la scuola, la cameretta e il professore di scienze.

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Frankenweenie, Django e gli altri: la guida di Sorrisi ai film del weekend

Tornano gli amabili mostri di Tim Burton in un... tenero horror. O, per essere più precisi, una storia del terrore vietata ai maggiori di 18 anni, dove i luoghi più spaventosi sono la scuola, la cameretta e il professore di scienze.

Foto: di Quentin Tarantino

17 Gennaio 2013 | 13:49 di

«Frankenweenie» di Tim Burton

Tornano gli amabili mostri di Tim Burton in un… tenero horror. O, per essere più precisi, una storia del terrore vietata ai maggiori di 18 anni, dove i luoghi più spaventosi sono la scuola, la cameretta e il professore di scienze (a proposito, è impagabile il suo incontro con i genitori, dove dice: «Ormai siete troppo stupidi per capire la scienza, ma ai vostri bambini posso ancora aprire il cranio. È quel che sto cercando di fare!»). Se è vero che i piccoli amano essere spaventati (vedi Halloween), adoreranno questa storia di paura su misura per loro. La tecnica è quella dei pupazzi ripresi in «stop motion», già usata con successo da Burton in «Nightmare before Christmas» e «La sposa cadavere». Anche per il regista si tratta di un ritorno al passato: ispirato a sogni (o meglio incubi) della sua infanzia, «Frankenweenie» era già stato il titolo di uno dei suoi primi cortometraggi nel 1984. 

(Paolo Fiorelli)

«Django Unchained» di Quentin Tarantino

La traduzione letterale del titolo è «Django scatenato». Ma sarebbe meglio dire «Tarantino scatenato». Grande regista e gran macellaio, l’autore di «Pulp Fiction» ci offre la sua allucinata rivisitazione del genere western (anzi, dello spaghetti-western). E lo fa alternando dialoghi filosofici a esplosioni di violenza, disquisizioni sulla mitologia germanica a furiose sparatorie, con gli spruzzi di sangue che inondano di rosso lo schermo. Tutto per raccontare la dolorosa epopea di Django, schiavo nero che nel 1858 si disfa delle catene e attraversa il West alla ricerca della moglie da liberare, aiutato da un bizzarro compagno: il dottor Schultz, cacciatore di taglie tedesco dall’improbabile e aulico eloquio. I tocchi surreali di Tarantino sono evidenti fin dall’apparizione del mezzo di trasporto dei due, un carro da cavadenti sormontato da un enorme molare dondolante. Non mancano le scene esilaranti, come quella dove i membri del Ku Klux Klan litigano sui cappucci fatti male. Ma quando Tarantino arriva davvero al tema della schiavitù, quando mostra la grande vergogna della storia americana, non fa sconti. Qualche volta si dilunga, e il crescendo di tensione non funziona. Anche la durata, come tutto il resto, è epica: le quasi tre ore di film potevano tranquillamente diventare due.

(Paolo Fiorelli)

«Cercasi amore per la fine del mondo» di Lorene Scafaria

L’asteroide sta per arrivare: stavolta il pianeta è proprio spacciato. A poche settimane dal botto finale scoppiano tumulti in strada ma c’è anche chi taglia il prato, fa ginnastica o va a insultare i parenti. Al grigio assicuratore Steve Carell succede di venire piantato dalla moglie (una partecipazione spiritosa della vera consorte dell’attore). Decide allora di mettersi alla ricerca di un antico amore liceale accompagnato da Penny, una bizzarra vicina inglese col culto dei dischi in vinile. Mentre il tg scandisce il conto alla rovescia, i due incontrano personaggi stravaganti, riallacciano vecchi rapporti, pagano i propri debiti ai rimpianti e ai risentimenti ma soprattutto, nella buona tradizione hollywoodiana, crescono: l’irresoluto impiegato diventa capace di compiere grandi gesti, la scombiccherata Penny riassesta la propria vita a poche ore dalla fine annunciata. Con questo notevole debutto, la regista Lorene Scafaria firma una gradevolissima commedia catastrofica, in elegante equilibrio tra grottesco e romanticismo, e di probabile culto futuro. Il finale non si racconta. La cosa importante è che si esce dalla sala col sorriso sulle labbra. Come cantavano i Rem qualche anno fa, «è la fine del mondo e io mi sento bene».

(Alberto Anile)

«Qualcosa nell’aria» di Olivier Assayas

Il titolo italiano traduce un famoso pezzo dei Thunderclap Newman («Something in the air», annata ‘69). L’originale era «Après Mai»: «Dopo il maggio», quello francese, ossia dopo il ‘68. Giustamente premiato a Venezia, il film di Assayas è una ricognizione ragionata e non partigiana sul quel periodo, con un gruppo di ragazzi francesi che dopo la contestazione alla polizia vengono tentati dall’arte, dal cinema e dalla lotta armata, all’insegna comunque di un’energia e di un coraggio di mettersi in gioco che si può rimpiangere.

(A. An.)

«Ghost Movie» di Michael Tiddes

Ci sono una casa stregata, una coppia di vittime, un esorcista e un gruppo di ghostbusters. Ovvero l’orrore trasformato in barzelletta. Fra le responsabilità di «Paranormal Activity», oltre a una serie di inutili seguiti, c’è il mercato parallelo delle parodie. «Ghost Movie» viene distribuito da noi in contemporanea con gli Usa ma è già pronta un’altra caricatura, per aprile, sotto il titolo di «Scary Movie 5». Solo per cultori del genere.

(A. An.)