14 Marzo 2013 | 11:29

Richard Gere, l’intervista di Sorrisi alla star di «La frode» in sala dal 14 marzo

Te lo ripeti come un mantra, lo slogan che per decenni ha cresciuto generazioni di cronisti: «I fatti separati dalle opinioni». Anche se poi, quando stai per incontrare uno degli uomini più affascinanti del pianeta in un’intervista «one to one», come gli americani chiamano gli incontri faccia a faccia, ti rendi conto che a volte le opinioni se ne infischiano dei fatti.

 di

Richard Gere, l’intervista di Sorrisi alla star di «La frode» in sala dal 14 marzo

Te lo ripeti come un mantra, lo slogan che per decenni ha cresciuto generazioni di cronisti: «I fatti separati dalle opinioni». Anche se poi, quando stai per incontrare uno degli uomini più affascinanti del pianeta in un’intervista «one to one», come gli americani chiamano gli incontri faccia a faccia, ti rendi conto che a volte le opinioni se ne infischiano dei fatti.

Foto: Photography By Myles Aronowitz

14 Marzo 2013 | 11:29 di

Te lo ripeti come un mantra, lo slogan che per decenni ha cresciuto generazioni di cronisti: «I fatti separati dalle opinioni». Anche se poi, quando stai per incontrare uno degli uomini più affascinanti del pianeta in un’intervista «one to one», come gli americani chiamano gli incontri faccia a faccia, ti rendi conto che a volte le opinioni se ne infischiano dei fatti. Lui è Richard Gere, 63 anni spesi a collezionare successi cinematografici, impegni umanitari e cuori femminili, cosa che gli riesce così bene forse perché non ci si applica per niente.

È atterrato a Roma tra un volo da Amsterdam e uno per Londra, in una giornata dedicata all’anteprima italiana di «La frode», il suo ultimo film. La mattina compare in conferenza stampa in camicia e abito scuro, tazza di tè in mano, savoir faire innato. Gli basta mezz’ora per conquistare tutti, tra chi pretende un Oscar per il suo magnate protagonista del film e chi cerca di trovare contraddizioni tra il suo essere buddista e star di Hollywood. Il pomeriggio, quando le addette stampa italiane ti avvisano che mancano tre (sì, proprio tre) minuti al tuo faccia a faccia, cerchi di darti una «mission possible». Ma quale? Scovare una domanda che non gli abbiano già fatto? Trovargli un difetto? Portarsi a casa uno di quei suoi sorrisi a capo inclinato sfoggiati fin da «American Gigolo» e «Pretty Woman»? Noi ci proviamo.

Perché ha scelto un personaggio che, dietro la facciata dorata, è un baro negli affetti e negli affari?
«Il protagonista del film, Robert Miller, per me è un personaggio fantastico. Si muove in una zona grigia, molto umana. Non è un mostro o uno psicopatico. Gli errori che commette sono banali, gli stessi che vengono commessi su larga scala nel nostro mondo. Lui mente, è vero. Ma chi non ha mentito qualche volta? Lui fa compromessi. Ma chi non ne ha mai fatti?».

Uno strano tipo di cattivo, per cui si fa il tifo…
«Con il regista Nicholas Jarecki abbiamo molto discusso sul finale. Ma ciò che conta sono le domande poste dalla storia. Il messaggio è lo specchio in cui ci riflettiamo. Che si abbiano soldi e potere o che non si abbia nulla, siamo dominati dall’impulso di sentirci al centro dell’universo e di considerare gli altri al nostro servizio: un inganno che è la causa dei guai del mondo. La società è piena di Robert Miller: nella finanza, in politica, nello spettacolo. Se c’è un club esclusivo, una volta che sei dentro non ne esci più. Ti senti un semidio al di sopra della legge».

Tra bene e male sembra non ci siano limiti definiti. Lei come li distingue?
«È difficile. Il mio unico criterio è chiedermi se una cosa sia buona o cattiva per gli altri».

È un caso che il suo personaggio si chiami come la galleria d’arte di New York dove ha conosciuto sua moglie Carey Lowell?
«Quando l’ho letto nella sceneggiatura, m’è venuto un colpo. Pensavo che il regista l’avesse fatto per compiacermi e l’ho chiamato. Ma lui non sapeva neppure che esistesse la galleria».

In quel caso fu colpo di fulmine?
«Appena l’ho guardata negli occhi ho immediatamente capito che era “lei”».

Anche per Carey è stato così?
«No. Non ha mai ammesso di averlo capito in quel momento. In realtà, però, non lo ha neanche negato (ride)».

Da buddista crede nella reincarnazione. Ha scoperto chi era nelle vite passate? E cosa vuole per il futuro?
«Non ho desideri. Ciò che conta è vivere il presente. Non ho scavato per scoprire dettagli del mio passato, ma mi è capitato di imbattermici. È qualcosa, però, che voglio tenere per me».

Cosa spera per il suo amato Tibet?
«Il problema più grave è quello delle persone che si autoimmolano. Dal 2009 sono stati in 101 a darsi fuoco contro l’occupazione cinese. Il Tibet è un lager in cui non possono entrare i difensori dei diritti umani, né i giornalisti, nemmeno i tibetani all’estero. Il cambiamento verrà da dentro la Cina: è il popolo cinese che comincia a far sentire la sua voce. Anche se il partito comunista non si sta allontanando dalla dittatura».

Ha un figlio di 13 anni. Quali sono i momenti più belli che condividete?
«Quelli improntati al gioco, agli sport come il baseball e in generale alla fisicità, perché creano un forte legame e permettono di tirare fuori realmente chi sei». n