21 Maggio 2009 | 00:59

Sorrisi è a Cannes: ecco la pagella quotidiana del Festival del cinema

Sorrisi non poteva mancare al Festival di Cannes e vi racconta la rassegna giorno dopo giorno, con tanto di promossi e bocciati...

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Sorrisi è a Cannes: ecco la pagella quotidiana del Festival del cinema

Sorrisi non poteva mancare al Festival di Cannes e vi racconta la rassegna giorno dopo giorno, con tanto di promossi e bocciati...

21 Maggio 2009 | 00:59 di

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Sorrisi non poteva mancare al Festival di Cannes e vi racconterà la rassegna giorno dopo giorno, con tanto di promossi e bocciati.

DOMENICA 24 MAGGIO

E siamo giunti al gran finale. Questa è una giornata di attesa: tutti i
film in concorso sono stati già proiettati, e questa sera sapremo
finalmente chi si aggiudica la Palma d’oro. Nell’attesa però possiamo
dare…

8
a Coco Chanel, la protagonista del film di chiusura (fuori concorso) «Coco Chanel & Igor Stravinsky». Ma non solo di quello. La donna che ha rivoluzionato il mondo della moda è in questi giorni al cinema con «Coco Avant Chanel» dove è interpretata da Audrey Tautou, nelle librerie con la biografia «Chanel» di Alfonso Signorini (Mondadori), ed è stata poco tempo fa protagonista di una fiction televisiva, dove aveva il volto di Barbora Bobulova e Shirley MacLaine. Insomma è proprio il suo momento.
Il film di Jan Kounen, in cui la protagonista è interpretata da Anna Mouglalis, si concentra sulla presunta storia d’amore tra la stilista e il grande musicista. È lei, donna in anticipo sui tempi, la prima a intuire la grandezza del russo, quando, nel 1913, assiste alla disastrosa prima di “La sagra della Primavera”. È sempre lei, più tardi, a invitare lui, in ristrettezze finanziarie, nella sua villa di Bel Respiro, perché possa creare liberamente. Nonostante la presenza della moglie di Igor, tra i due si scatena una breve ma travolgente passione, che lascerà un segno indelebile nell’opera di entrambi.

SABATO 23 MAGGIO

8
a Johnny Depp, Colin Farrell e Jude Law.
In «The imaginarium of doctor Parnassus», i tre sostituiscono in diverse sequenze Heath Ledger, morto prima che le riprese fossero finite (poteva succedere solo in un film di Terry Gilliam, dove qualsiasi deriva visionaria o divagazione onirica diventa accettabile). Ma a Cannes i tre hanno disertato il tappeto rosso e non faranno interviste o alcuna altra forma di promozione. Non per snobismo, ma per non togliere i riflettori dalla memoria dell’amico scomparso.

8
alla festa di Dolce e Gabbana che ogni anno segna il culmine e, in qualche modo, la conclusione della mondanità festivaliera. Tra le stelle che si sono date appuntamento al Baoli la più ammirata era Claudia Schiffer, che si è esibita in una sinuosa danza. Provavano a rubarle la scena Eva Herzigova e Valeria Marini, Dita Von Teese e Joaquin Phoenix, Kylie Minogue e Naomi Campbell, il regista Robert Rodriguez, il magnate Paul Allen e il principe Pierre Casiraghi. E ancora i musicisti degli U2 Bono e The Edge, mentre Domenico Dolce si è scatenato sulla pista per tutta la serata. Suonatori di tamburo e fiaccole sfavillanti, distribuite agli invitati, hanno illuminato la festa. Le danze sono esplose con l’esibizione dal vivo di Gloria Gaynor. Ovviamente si è fatta l’alba.

7 ½
alla saga del regista palestinese Elia Suleiman, “The time that remains”, che racconta la storia della sua famiglia di arabi israeliani (cioè che vivono in Israele pur appartenendo alla minoranza non-ebrea). Dal punto di vista politico, il film è fatalmente parziale (nel mondo di Suleiman gli israeliani sono un esercito di occupazione, punto e basta). Ma riesca anche a rendere l’idea di cosa significhi vivere l’intera vita trattato come un nemico o, nel migliore dei casi, da potenziale pericolo da tenere sempre sotto controllo. Come nell’esilarante scena in cui un ragazzo parlando al telefonino, mentre il cannone di un carrarmato lo tiene sempre sottomira muovendosi avanti e indietro, avanti e indietro, con cigolii terrificanti. Sono queste gag mute, quasi chapliniane, il vero tesoro del
film.

7
ai dispensatori di abbracci gratuiti che, con tanto di divisa che specificava il loro compito, si sono stabiliti sulla Croisette per abbracciare chiunque passasse. Non servirà a cambiare il mondo, ma è un simpatico modo di promuovere la condivisione e combattere l’indifferenza.

5
a Gaspar Noè, che ha portato il colpo finale ai già provati stomaci degli spettatori, con le scene di sesso brutale di «Soudain le Vide». Avrebbe voluto essere uno scandalo, ma è arrivato troppo tardi, ahimè; dopo un festival condito con scene shock le capacità di indignazione, anche nei più bacchettoni, sono ormai anestetizzate.

VENERDÌ 22 MAGGIO

8 (ex aequo)
a Quentin Tarantino e Marco Bellocchio, entrambi combattivi e appassionati in maniera trascinante, anche se diversissima. Due anni fa Tarantino si era detto deluso del cinema italiano contemporaneo, e Marco Bellocchio gli aveva risposto per le rime: “cafone e ignorante”. Destino beffardo: ora si ritrovano avversari a Cannes. Come continuerà il duello? Bellocchio aggiunge un’altra stoccata, mentre Quentin getta acqua sul fuoco e addirittura si definisce un suo fan. Una cosa però è certa: nessuno dei due è andato a vedere il film dell’altro.

GIOVEDÌ 21 MAGGIO

7+ + -
a Inglorious Basterds. E finalmente arrivò il film più atteso del festival: la storia del plotone di “bastardi senza gloria”, soldati ebrei disposti a tutto pur di uccidere i nazisti nella Francia occupata della guerra. Li guida Brad Pitt, graduato che bada al sodo, di poche parole, ma tutte pronunciate con un irresistibile accento da sudista. Il piano? Incendiare un cinema dove lo stato maggiore nazista, Hitler compreso, vuole assistere a un film di propaganda. Ma bisogna eludere lo straordinario fiuto del maligno Hans Landa (Christoph Waltz), il “Cacciatore di ebrei”. Ad aiutare i bastardi c’è una stella del cinema del terzo Reich (Diane Krueger), in realtà spia alleata. Framentario, scoppiettante, un po’ lento, con dialoghi lunghissimi intervallati da esplosioni d’azione, e una pioggia di citazioni sul cinema e dai maestri del cinema (il plagio da Sergio Leone è quasi imbarazzante, come nella scena del bastardo che esce dalla galleria dopo una lunghissima attesa sottolineata dalla musica e dal rintocco di una mazza contro la parete). Il mondo di Tarantino c’è tutto, anche se per la prima volta in trasferta “storica”. Un più per l’italiano comico di Brad Pitt, quando vuol farsi passare per straniero. Un altro più per certe trovate argute come la scena in cui si citano addirittura… Cenerentola e la sua scarpetta. Il meno è per gli scalpi: anche questo film ha la sua ordinaria sequenza raccapricciante.

8
alle feste, che stasera si sono superate con scontri fratricidi. Da una parte l’esclusivissimo party sulla spiaggia in onore di “Inglorious Basterds”, con fugace apparizione di sua maestà Brad Pitt. Dall’altra, il gala voluto dal presidente Gilles Jacob per festeggiare il cinema italiano, a cui hanno preso parte nostre dive come Virna Lisi, Claudia Cardinale, Ornella Muti, Maria Grazia Cucinotta, Giovanna Mezzogiorno e Asia Argento. In mezzo Paris Hilton, che al Vip Room presidiava la serata di Fashion tv. A farle da valletta, Solange Knowles, che si allena per diventare più celebre della sorella Beyoncé.

MERCOLEDÌ 20 MAGGIO

7
a «Los abrazos rotos» di Pedro Almodovar. La trama come sempre è parecchio contorta. La segretaria Lena (Penelope Cruz) si concede al potente Matel (José Luis Gòmez) dopo che questi l’ha aiutata a curare il padre malato. In breve i due si mettono insieme, ma quando la donna va a fare un provino dal regista Mateo (Lluis Homar), tra i due scoppia una furibonda passione. Peccato che Matel sia anche il produttore del film, nonché il papà di un ragazzino che ha il compito di seguire Lena e filmare qualsiasi cosa faccia. Le vicende del film si intrecciano con quelle del film-nel-film (che poi è un rifacimento di “Donne sull’orlo della crisi di nervi”), e a salti temporali in avanti, dove scopriamo che Lena è morta e Mateo è diventato cieco. Ma come? E perché?

Tra quattro mesi Almodovar compirà 60 anni e si vede. Il film contiene molti suoi temi classici: la forza inarrestabile della gelosia, l’imprevedibilità dei sentimenti, la paternità negata, e famiglie allargate al di fuori di qualsiasi schema (altro che Pacs). Ma il ritmo furibondo e quasi isterico del passato si è trasformato in un andamento più compassato, mentre il tono da sulfureo si fa malinconico e persino meditabondo. Impeccabile la messa in scena, la regia e gli attori, a cominciare da Penelope Cruz. Il film sfiora una miriade di temi senza approfondirne troppo nessuno; è più complesso delle prime opere del regista, ma molto meno graffiante.

7
alla festa della Festa del cinema di Roma (scusate la ripetizione). Ormai ribattezzata Festival Internazionale del Film, viene a farsi pubblicità in territorio «nemico» (ma mai come Venezia). Sulla Plage del Palmes, tra un cocktail e l’altro, l’ospite d’onore è stato lo scrittore Paulo Coeho, che alla kermesse in programma nella Capitale dal 15 al 23 ottobre presenterà in anteprima “The experimental witch project”, il suo primo lavoro da regista.

8
per la longevità a Alain Resnais. che 61 anni fa (ne ha 86) firmava il suo primo film «Van Gogh» e che oggi è al festival con «Les herbes folles”. Nel frattempo ha girato «Notte e nebbia» (sui campi di sterminio), «L’anno scorso a Marienbad», «Horishima mon amour», “Smoking e No Smoking…”. Quasi tutti titoli di ispirazione letteraria, come questo, tratto da un romanzo col gusto del mistero: una donna perde la borsetta, un uomo la raccoglie… e ne nasce una girandola di imprevedibili conseguenze.

7 1/2
al trasformismo di Jim Carrey, che nel giro di 24 ore presenta due film diversissimi: «Un canto di Natale», la supertradizionale storia Disney tratta da Dickens (ma da vedere co gli occhialini 3D), e la commedia non proprio per famiglie «I love you Philip Morris»

MARTEDÌ 19 MAGGIO

8
a Giovanna Mezzogiorno, intensa e commovente nel film di Marco Bellocchio «Vincere». Qui interpreta Ida Dalser, Che diede a Benito Mussolini il suo primo figlio, prima di essere messa in disparte a favore di Rachele e della «famiglia ufficiale» del Duce. L’incapacità di negare la propria identità, e di restarsene in silenzio in un angolo, segneranno la rovina sua e del bambino. Un film particolare, girato con uno stile povero (per scelta stilistica, giurano i produttori; ma forse anche per ragioni economiche), misto (alle immagini di fiction si alternano quelle degli storici cinegiornali dell’Istituto Luce) e statico (rarissimi i movimenti di camera, con l’effetto di creare un’atmosfera teatrale). La prima parte è un po’ faticosa, ma poi il dramma della protagonista ti prende dentro ed esplode in scene memorabili. Tre fra tutte: Ida che guarda il “Monello” di Chaplin e vi rilegge la sua storia; che si arrampica sulle grate del manicomio per gettare al vento le sue inutili lettere; o la liberatoria ribellione della gente del paese quando, per l’ennesima volta, vengono a prenderla per internarla. Mussolini era così, non era così? Per chi la cerca, la polemica è servita su un piatto d’argento.

7
a Eric Cantona, che si è prestato a diventare un altro se stesso nella commedia «Looking for Eric», con cui l’impegnatissimo Ken Loach (un tempo etichettato col nomignolo di “unico comunista d’Inghilterra”) abbandona per una volta i toni drammatici e ci fa finalmente sorridere. Nel film il virtuoso quanto imprevedibile calciatore è una sorta di fantasma che insegna la vita a un suo fan, a suono di massime del tipo «Io non sono un uomo. Io sono Cantona!».

7 e 1/2
alla serata (in due tempi) di Chopard, uno dei momenti clou della mondanità festivaliera. Prima tappa all’Hotel Martinez, dove le madrine d’eccezione Hilary Swank e Marion Cotillard.hanno consegnato il riconoscimento che ogni anno va ai due attori più promettenti: per il 2009 sono David Kross (il ragazzo che amava Kate Winslet in «The Reader») e Lea Seydoux (la vedremo in «Inglorious Basterds» di Tarantino). Poi tutti al Baoli per un party esclusivo. Ma perché poi Chopard è così legata al festival? Semplice: la casa di gioielli realizza ogni ann la Palma d’Oro che viene assegnata al film vincitore, oltre a firmare buona parte dei preziosi che le star indossano ogni giorno sul tappeto rosso. Ieri, per esempio, quello di Eva Herzigova.

LUNEDÌ 18 MAGGIO

5
a Lars Von Trier e al suo film provocatorio/terapeutico. Alle 14 in punto di oggi critici e giornalisti hanno avuto finalmente risposta alla loro angosciosa domanda: chi è il più grande regista del mondo? «Sono senza dubbio io» ha rivelato Lars Von Trier nella sua conferenza stampa, «e tutti gli altri sono sopravvalutati». Sarà difficile trovare qualcuno che condivida questa opinione a Cannes. Il film che presenta quest’anno il regista danese, l’attesissimo «Antichrist», ha deluso. Non tanto perché scandaloso (questo era scontato). Neppure perché sadico e misogino: queste componenti c’erano già tutte in «Le onde del destino», anche se meglio mascherate (e furono in molti, allora, a non capirlo). Ma perché, a differenza di «Le onde del Destino», «The Kingdom» o «Dogville», è un brutto film.
Assente la qualità artistica (che rendeva memorabili, seppur disturbanti, quei titoli) resta solo l’indiscussa capacità di Lars di generare disgusto nello spettatore. Qui ci riesce con una scena di automutilazione femminile dove la protagonista si taglia le parti intime con le forbici, bilanciata da un’eiaculazione maschile di sangue. E lo scandalo è servito.

« Antichrist » e’ sostanzialmente un horror in cui Charlotte Gainbourg svolge il ruolo della strega e Willem Dafoe quello del « classico » uomo troppo tonto per accorgersi di quanto siano cattive le donne, e quindi loro vittima naturale. I due si ritirano in un capanno nei boschi per superare il lutto della morte del loro bambino: troveranno invece la discesa agli inferi. «Non devo giustificarmi per quello che mostro» ha risposto Lars a chi gli chiedeva conto di tanta morbosità. «Tagliare la scena incriminata sarebbe stato come mentire » (e qui torniamo al discorso fatto per “Kinatay”: vedi sotto). «Da due anni ero in depressione, in questo film ho messo le mie paure ed è stato terapeutico». Vallo a spiegare a chi deve pagare il biglietto…

7
all’affettuoso omaggio che il Festival ha tributato a Pietro Germi con la proiezione di un documentario sul grande regista, intitolato «Il bravo, il brutto, il cattivo», seguito dalla vesrione restaurata di «Signore e signori». Nel primo sfilano i divertenti aneddoti di Stefania Sandrelli, Pupi Avati, Lando Buzzanca. Il secondo non ha bisogno di commenti: capolavoro.

6–
a Johnny Holliday. Il rocker, che per i francesiè un po’ quello che sarebbero per noi Adriano Celentano e Vasco Rossi messi insieme (mito totale), ha annunciato di essere stufo di concerti e di voler solo dedicarsi al cinema. Ma dopo aver assistito al suo ultimo trionfale tour, e averlo visto nel thrillerone in salsa cinese «Vengeance», lo consigliamo
caldamente di ripensarci…

7
alla sfilata di star. Ora è il turno di Paris Hilton (per mezz’ora in posa davanti ai fotografi prima di entrare a un party: nuovo record di Cannes), Virginie Ledoyen, Kristin Scott Thomas, Rachel Weisz, Diane Kruger. Avvistata anche Simona Ventura. Questa sera il party più atteso è quello di Chopard ; cercherà di rubargli qualche invitato la pin-up
Dita Von Teese, spogliandosi al Vip Room.

DOMENICA 17 MAGGIO

8

alla capacità di stupire del festival, che non si esaurisce mai. Ancora confusi per esserci svegliati sotto la neve (portata sulla spiaggia per presentare il nuovo film Disney «A Christmas Carol», ovvero «Un canto di natale», con Jim Carrey), per poco non finivamo calpestati dalle zampone di Baby, un elefante che passeggia tranquillamente sulla Croisette per celebrare la riapertura dello storico White Palm Hotel. Roba da chiedersi se per caso non avevamo bevuto troppo la sera prima, alla sontuosa festa del film «Precious», dove Mariah Carey ha catalizzato l’attenzione di tutti. Ma la risposta è no.

7+

alla sfilata di star sul tappeto rosso (e dintorni). Arrivato il weekend, il festival gira ormai a pieno regime e le stelle si moltiplicano: avvistati tra gli altri Lanny Kravitz, Paulo Coelho, Jerry Lewis e Quentin

Tarantino, che non ha voluto perdersi il film del suo regista preferito Park Chan-wook (a cui, quando era presidente della giuria, aveva assegnato il Grand Prix).

7 ½

alla festa di Millennium sulla spiaggia di fronte all’hotel Carlton. Per l’occasione uno storico locale parigino, lo Chat Chat, è stato ricostruito in luogo, con tanto di soggiorno con libreria e camera da letto

(affollatissima). Una breve apparizione degli attori ha scatenato le danze: tra tutti spiccava la protagonista del film, Noomi Rapace, con una minaccioso abito decorato da borchie argentate.

7

a «Samson e Delilah». Un film che mostra le impietose condizioni di vita degli aborigeni australiani. Il protagonista è un ragazzo che vive senza speranze e senza futuro in una fatiscente comunità, e si stordisce

sniffando benzina. L’incontro con la coetanea Delilah sembra portare un cambiamento, i due fuggono insieme, ma solo per precipitare nella più totale emarginazione. Solo alla fine sembrerà accendersi un raggio di speranza. Il film è praticamente muto (anche perché i protagonisti, nella loro desolazione, sanno a malapena articolare una frase), eppure con la sola forza delle immagini riesce a veicolare un senso di affetto e simpatia per i due giovani nonostante lo squallore che li circonda. Del resto «Samson e Delilah» sembra una favola allegra se confrontato a.

5

A «Kinatay». Il regista filippino Brillante Mendoza si sta specializzando nel ruolo di documentarista dell’orrore. Dopo «Serbis», senza dubbio il titolo più deprimente della scorsa edizione, quest’anno ha portato al festival «Kinatay», che lo supera di gran lunga per durezza e disperazione. È la storia di Peping, giovane aspirante poliziotto che si ritrova a dover partecipare alla «missione» di una gang di agenti

corrotti. Missione che consiste nel prelevare una prostituta che ha sgarrato, violentarla, ucciderla, tagliarla a pezzi (il tutto mostrato sullo schermo). La pellicola ricorderebbe un qualsiasi «splatter» se non fosse per l’assenza di compiacimento e il piglio documentaristico della messa in scena. Un film di denuncia? Certo, ma che non convince nel suo programmatico squallore. E riapre un eterno dilemma del cinema e di ogni

narrazione in generale, riassumibile così: sicuramente al mondo accadono molte cose orribili, ma questa è una ragione sufficiente per portarle sullo schermo senza filtro e con ricchezza di dettagli? Il fatto che

esiste la tortura è un motivo valido per mettere in scena due ore di supplizio? E dovremo prima o poi celebrare il primo regista che avrà il «coraggio» di mostrare i prigionieri di Auschwitz mentre muoiono nelle

camere a gas? Noi abbiamo parecchi dubbi, ma le opinioni divergono e sempre lo faranno.

SABATO 16 MAGGIO

8

per l’apparizione, da vera diva, di Monica Bellucci. Il suo arrivo sulla Croisette ha monopolizzato i fotografi e per le altre star di passaggio (tra cui Juliette Binoche) non c’è stato nulla da fare. Meno convincente (vedi sotto) il suo film.

6-

al thriller psicologico «Non ti voltare», dove Monica Bellucci e Sophie Marceau interpretano la stessa donna. Si parte infatti con l’attrice francese sulla scena che, nel corso della storia, si trasforma in quella italiana. Anche i personaggi che la circondano cambiano, ma pare che la protagonista sia l’unica ad accorgersene, il che la porta ovviamente sull’orlo della follia. Il motivo della misteriosa trasformazione è da cercarsi in un trauma della sua infanzia, in Puglia… Il segno meno è per i discutibili ritocchi digitali con cui, per buona parte del film, le facce delle due attrici vengono fuse in una. Insomma, la regista prende troppo alla lettera la metafora della storia (la protagonista è divisa in due). Oltretutto, bisognerebbe chiedere a Sophie Marceau cosa ci sia di tanto sconvolgente nel trasformarsi nella Bellucci. Non è che molte donne ne sarebbero invece felici?

6/7

a Jane Campion. Il suo «Bright Star», dedicato alla storia d’amore tra il poeta romantico John Keats e Fanny Brawne, è una parziale delusione. Certo, la ricostruzione d’epoca è impeccabile, l’eleganza e il gusto dei dettagli rivelatori sono sempre quello per cui l’autrice è famosa (basti guardare la prima sequenza, in cui l’atto di cucire è filmato come un’opera d’arte). Ma la forza della travolgente passione tra i due protagonisti resta fuori dal film, troppo convenzionale, nel suo stile elegante, per riuscire davvero a esprimerla. Si intuisce che ciò che veramente interessa all’autrice, come sempre, sono gli imprevedibili sentieri del desiderio femminile (quelli che ha esplorato in ogni suo film, da «Lezioni di piano» a «In the Cut»). Fanny è un’altra delle sue eroine coraggiose e passionali, che pur di realizzarsi non esita a infrangere le regole del tempo: lei, ragazza di buona famiglia e quindi destinata a un ricco matrimonio, che s’innamora di un poeta squattrinato e senza futuro (naturalmente dal punto di vista economico). Ancor più restano inspiegati il perché della grandezza di Keats e la forza della poesia. Per descriverli Jane si rifà al mito romantico del poeta morente e malato, con tanto di ciocca di capelli dell’amata conservata in una busta… Onestamente roba non di uno, ma due secoli fa. Anche se una cosa va detta: oggi un film d’amore così, senza neppure una scena di sesso, è più provocatorio e controcorrente di quanto non sia stato, a suo tempo, «Ultimo tango a Parigi».

7

a «Taking Woodstock» con cui Ang lee racconta, in chiave di commedia, tutta la mitologia degli anni Sessanta che si coagulò attorno allo storico raduno-concerto. La musica, però, resta sullo sfondo: quello che conta è l’atmosfera.

7 ½

all’umiltà e alla sincerità di Francis Ford Coppola. La prima, perché ha accettato che il suo film non fosse nel concorso principale (lui, l’autore de «Il Padrino» e «Apocalipse Now», il vincitore di 5 oscar!) ma nella sezione collaterale «Quinzaine des réalisatuers». La seconda, perché sentite cosa dice di Hollywood: «La Mecca del Cinema ormai è una dittatura. Le case di produzione vogliono leggere il copione, scegliere gli attori, tagliare o aggiungere scene alla storia. Il tutto con un solo scopo: fare sempre lo stesso film, in modo da andare sul sicuro. È vero, anche i produttorri di un tempo erano impiccioni, ma almeno conoscevano e amavano il cinema. Adesso invece dobbiamo fare riferimento a banche e multinazionali che trattano i film come fossero scarpe o telefonini…”.

In «Tetro» Coppola racconta la storia di una famiglia di emigranti italiani in Argentina in cui non è difficile intravedere scampoli di autobiografia. «Anch’io, come l protagonista, inoltravo il mio fratello maggiore, anche la mia famiglia è piena di artisti, in particolare musicisti, così via…». E alla provocatoria domanda su chi sia più famoso oggi tra lui e la figlia Sofia risponde «Lei, senza dubbio. Ma su chi è più bravo non saprei».

VENERDÌ 15 MAGGIO

7 ½

a Thirst (Sete), film in concorso del coreano Park Chan-Wook, diventato celebre con gli apologhi sanguinari di «Old Boy» e «Lady Vendetta». E qui non si smentisce di certo. Abbiamo a che fare con un prete vampiro travolto da irresistibile passione per una ragazza che presto diventerà sua simile. Ma procurarsi il prezioso liquido rosso non è facile… Il

sangue scorre dappertutto, filo rosso di un film che alterna toni da commedia a sprazzi di vero e proprio horror-movie. Roba per stomaci fortissimi, e sequenze capaci di far sembrare Tarantino un’educanda; ma sempre riscattate da uno stile e un gusto del dettaglio che tengono avvinghiato lo spettatore. Inutile aggiungere che, dopo «Twilight» e in attesa di «New Moon», al cinema è proprio il tempo dei vampiri innamorati…

7

ad Andrea Arnold, esploratrice dei degradi e disagi urbani dell’Inghiterra più derelitta, che già si era fatta notare al festival con «Red Road». Un’autrice che non lascia in ombra gli aspetti desolanti delle relazioni umane, anzi li illumina con uno sguardo che può essere crudo, ma sempre partecipe. In «Fish Tank», altro film in concorso, la Arnold mette in scena il disagio di Mia, una quindicenne che vive con una sorella e la mamma. Quando quest’ultima porta a casa il suo nuovo fidanzato, si innesta una serie di reazioni a catena…

7-

al messaggio promozionale più originale finora visto al Festival. Per sovrastare gli altri mille analoghi, il produttore Roland Emmerich ha fatto approntare una piattaforma marina che solleva un muro di spruzzi d’acqua su cui, come su uno schermo, viene proiettato il trailer del film «2012». Per chiarire le idee sul tema apocalittico del film, ricordiamo che il 2012 è l’ultimo anno previsto dal calendario Maya. E quindi segnerebbe la fine del mondo. Il segno meno è per il rumore di fondo che fa vibrare i tavoli di tutti i locali della Croisette ogni volta che lo spottone va in onda – cioè ogni 10 minuti.

GIOVEDÌ 14 MAGGIO

7 ½

alla cerimonia di apertura, ricca di richiami all’infanzia e al sogno: dai palloncini che decoravano il Palais alle piccole ballerine in tutù. Quasi a ricordare che, in tempi di crisi, il cinema è lì per farci sognare e regalare buonumore. Almeno il primo giorno (poi sono annunciati vari film truculenti).

6

alla sfilata sul tappeto rosso, tutto sommato povera per essere quella del giorno d’apertura: i grandi nomi verranno poi. Intanto si sono goduti i riflettori soprattutto le star francesi Claude Lelouch, Jean Roquefort, Charles Aznavour (che doppia il protagonista del film d’apertura «Up»), supportati dalla bellissima indiana Aishwarja Ray e dall’americana

Elizabeth Banks. E naturalmente tutti i membri della giuria, tra cui spiccavano la nostra Asia Argento, Robin Wright Penn e la «presidentessa» Isabelle Huppert (vestita Armani).

8

al film «Up», che ha aperto il festival. Avete mai sognato di volare via appesi a un palloncino? È esattamente quello che fa l’anziano protagonista («un mix cartoonesco di Clint Eastwood, Spencer Tracy, Walter Matthau e mio nonno» ci ha detto il regista Pete Docter). Solo che, dopo aver appeso la casa a una montagna di palloncini, si ritrova come passeggero clandestino un piccolo esploratore alla ricerca di «una persona anziana da

aiutare». Tutta la prima parte è folgorante per freschezza, tenerezza, comicità. Leggero calo nella seconda, dove si passa ad avventure e inseguimenti in stile Indiana Jones, un po’ già visti. E il 3D? Grandioso, certo. Ma la storia è così coinvolgente che dopo 10

minuti lo si dimentica. Come ci ha detto John Lasseter, il guru della Disney-Pixar: «Il 3D è solo un modo di raccontare la realtà come la conosciamo davvero. Voglio dire, noi vediamo il mondo a colori, giusto? E appena il cinema è stato in grado di mostrarli, ha abbandonato il bianco e nero. Lo stesso succederà con il 3D: perché mai dovrei farti vedere un mondo piatto, se finalmente sono in grado di ricreare la profondità? Non

per questo però, buttiamo via i film di Chaplin! Perché alla fine quello che conta davvero sono la storia e le emozioni che riesce a dare».

5

all’altro film in concorso, il cinese «Spring Fever» (o, se da puristi preferite il titolo originale, «Chun Feng Chen Zui De Ye Wan»). Contorta storia di amori etero e omosessuali, mostrati anche con ampie e dettagliate scene di amplessi e raccontati con una fotografia mesta e sgranata, che sprofonda presto nella confusione. Non mancano i virtuosismi di regia, gli attori sono bravi, ma l’insieme non riesce a coinvolgere.

MERCOLEDÌ 13 MAGGIO

9

alla selezione dei registi in concorso.

Davvero difficile immaginare una parata di grandi nomi come quella schierata quest’anno dal festival. A suon di fotogrammi si daranno battaglia il veterano Alain Resnais (che esattamente 50 anni fa girava «Hiroshima mon amour»), l’irriverente Quentin Tarantino, il melodrammatico Pedro Almodovar, lo scandaloso Lars Von Trier, la romantica Jane Campion, il populistico Ken Loach, l’enigmatico Michael Haneke, il virtuosistico Ang Lee, lo psicanalitico Marco Bellocchio (vedi sotto) e il sanguinario Park Chan-Wook (quello di «Old Boy» e «Lady Vendetta»).

7

alla parata di divi presenti.

Quest’anno i riflettori si punteranno su Brad Pitt, Monica Bellucci, Sharon Stone, Willem Dafoe, Jim Carrey, Ewan McGregor, Colin Farrell, Sophie Marceau. Diane Kruger. Isabelle Huppert… Ogni film sperimentale deve esser bilanciato da un blockbuster di Hollywood; ogni giovane talento sconosciuto da un divo, possibilmente d’oltreoceano. È questa la legge non scritta del Festival, in perenne equilibrio tra ricerca e tradizione, rischio de nuovo e sicurezza del celebre.

7 e ½

alla presenza italiana.

Dopo la memorabile abbuffata del 2008 (con «Gomorra» e «Il Divo» entrambi premiati), che del resto faceva seguito alla memorabile snobbata del 2007 (neanche un italiano invitato), quest’anno il nostro cinema è ben rappresentato. In concorso c’è «Vincere» di Marco Bellocchio, con Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi; Asia Argento è membro della giuria principale mentre Paolo Sorrentino è il presidente di quella della sezione «Un certain regard»; Chiara Caselli e Monica Bellucci sfileranno sul tappeto rosso alle anteprime dei loro film. E la sera del 20 maggio 25 attrici italiane, da Claudia Cardinale a Virna Lisi, da Valeria Golino a Maria Grazia Cucinotta, faranno da madrine alla serata in onore del nostro cinema, con la proiezione dell’edizione restaurata di «L’avventura» di Michelangelo Antonioni. A proposito, l’immagine sul manifesto del festival è tratta proprio da quel film e ritrae Monica Vitti. Onestamente, ci possiamo lamentare?

6-

All’enorme statua di un Transformer che campeggia di fronte all’Hotel Carlton per pubblicizzare il secondo, imminente capitolo della saga.

È un bel giocattolone, ma chi vi mangia sotto sembra preoccupato dall’idea che possa crollare, o peggio ancora animarsi e cominciare a sparare, come succede nel film.

5

alla crescita del Festival, che in realtà quest’anno è una decrescita.

Colpa della crisi, che non risparmia neppure l’isola felice della settima arte. Al Marché, dove si visionano e acquistano i titoli che poi vedremo uscire nelle nostre sale per tutto l’anno, l’offerta è calata del 25% (ma parliamo comunque di 1004 titoli, di cui 752 in anteprima). «Sarà contento chi dice che il Festival è invivibile perché c’è troppa folla», ha commentato il presidente Gilles Jacob con francesissimo aplomb.

(di Paolo Fiorelli)