10 Settembre 2010 | 13:34

Venezia 2010, dalla pagina al film con (doppio) salto mortale

Alla Mostra del Cinema sono stati presentati due film molto attesi, tratti da due bestseller: «La solitudine dei numeri primi» e «la versione di Barney». Ecco che cosa ne pensa l'inviato di Sorrisi, in attesa del verdetto che arriverà domani sera...

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Venezia 2010, dalla pagina al film con (doppio) salto mortale

Alla Mostra del Cinema sono stati presentati due film molto attesi, tratti da due bestseller: «La solitudine dei numeri primi» e «la versione di Barney». Ecco che cosa ne pensa l'inviato di Sorrisi, in attesa del verdetto che arriverà domani sera...

10 Settembre 2010 | 13:34 di

Da sinistra, Paolo Giordano, Saverio Costanzo, Alba Rohrwacher e Luca Marinelli

di ALBERTO ANILE

L’alleanza fra cinema e letteratura c’è sempre stata e sempre ci sarà. In genere ad avvantaggiarsene è il film, costruito intorno a un titolo letterario che ha già raggiunto il successo e che quindi ne regalerà un po’ anche alla sua versione cinematografica. È successo col «Gattopardo» e con «Il dottor Zivago», è successo e succederà con le varie rappresentazioni sacre tratte dalla Bibbia, ossia il più grande successo editoriale di tutti i tempi.

Doveva succedere anche con «La versione di Barney», capolavoro di Mordecai Richler. Il romanzo è uscito ben dodici anni fa: la densità del libro e il linguaggio politicamente scorretto, per di più alterato da una malattia degenerativa, dell’io narrante hanno infatti costretto gli autori a diversi tentativi prima di approdare alla sceneggiatura definitiva. Quella cinematografica è una «Versione di Barney» godibile ma semplificata, molto alleggerita degli improperi del protagonista, e in cui lo spunto del libro che Barney scrive per dire la sua (da cui il titolo) è stato totalmente eliminato. Le vicende di Barney Panofsky, ebreo americano messo a dura prova da tre mogli e il sospetto omicidio del suo miglior amico, rimangono notevoli grazie agli attori: Dustin Hoffman, umilmente relegato nella parte secondaria del padre di Barney, porta buonumore e un pizzico di follia, Rosamund Pike (il grande amore di Barney) ci mette la sua grazia apollinea e il suo sguardo da venere di ghiaccio, e Paul Giamatti, un moderno misto di Jack Lemmon e Walter Matthau, consacra in Barney una carriera di outsider buffi e imprevedibili. Il libro, uno dei romanzi più belli degli ultimi anni, rimane comunque molto distante: il probabile successo del film avrà almeno il nobile risultato di portare in dote al romanzo dei nuovi lettori.

Viene da un grande successo editoriale anche «La solitudine dei numeri primi». Il romanzo di Paolo Giordano, premiato nel 2008 con lo Strega, racconta le storie incrociate di Mattia, genietto matematico traumatizzato dalla scomparsa della gemella handicappata, e dell’anoressica Alice, condannata alla zoppia da un incidente sciistico. Entrambi oppressi in modi diversi dagli affetti distorti della famiglia, i due tragici picchiatelli potrebbero fare coppia fissa se non fossero impediti dalla propria paralisi emotiva. Nel tirarli fuori dal libro, Saverio Costanzo («Private», «In memoria di me») li ha immersi in atmosfere horror con tanto di musiche dei Goblin e di titoloni di testa stile anni Settanta, giocando a incrociare tra loro epoche ed episodi diversi, finché, nell’ultima parte del film, si immerge tutto in una narrazione fredda ed ovattata, in cui Alba Rohrwacher (Alice) esibisce una paurosa magrezza e Luca Marinelli (Mattia) una pancia fuori misura. Il dolore interiore diventa così dolore di corpi devastati, che si rinserrano in un abbraccio speranzoso nell’ultima inquadratura del film, finale leggermente diverso da quello del romanzo. Ispirato a una concezione fieramente d’autore, rigorosa ma un po’ punitiva (è stata eliminata l’unica parte umoristica del libro, la vendetta di Alice fotografa al matrimonio dell’odiosa ex compagna di scuola), il film ha ricevuto al Lido in egual misura applausi e fischi. In sala, dove la pellicola arriva proprio oggi, i lettori di Giordano ritroveranno grati personaggi e situazioni, con tagli e abbreviazioni inevitabili, piccole sorprese (la bella interpretazione di Isabella Rossellini, mamma di Mattia) e uno sguardo un po’ troppo cupo. Astenersi depressi.

Nel frullato di immagini offerte della Mostra, occorre dire ancora qualcosa sull’ultimo film di Marco Bellocchio, «Sorelle Mai», un originale esperimento a metà tra finzione, documentario ed esercitazione scolastica: sempre a un passo dall’onirico, stavolta Bellocchio mette in scena la propria famiglia, ora citando esplicitamente nomi e cognomi, ora camuffando persone e situazioni, chiamando sul set come attore il figlio PierGiorgio e offrendo due bei ruoli a Donatella Finocchiaro e ad Alba Rohrwacher.

Dichiaratamente più potabile, «Notizie degli scavi» ha creato una nuova coppia, Giuseppe Battiston (magnifico) nel ruolo dell’ingenuotto grassone, e Ambra Angiolini (una bella conferma) nei panni della prostituta che s’è sparata per amore, due soavi infelici che annullano le rispettive solitudini in un’affettuosa malinconia. Però il racconto di Lucentini da cui Emidio Greco ha tratto il film rimonta al ’64, e si sente: nell’Italia cinica di oggi i due personaggi risultano troppo leggeri e astratti; per trarne una commedia convincente ci sarebbe stato bisogno di Pietrangeli o di Emmer, e di quarant’anni di meno.

Qualche brivido lo prometteva (e l’ha mantenuto) «Road To Nowhere», di un maestro del cinema indipendente americano, Monte Hellman. Nato da una lavorazione in cui anche gli attori hanno aggiunto pezzi di storia e di immagini, «Road To Nowhere» intreccia la trama di un film in lavorazione, i fantasmi della vicenda reale da cui è tratto il plot e le indagini di un agente assicurativo che ha annusato dietro il set una colossale frode fiscale, il tutto incorniciato in una intervista video a una blogger. Un po’ film sperimentale e un po’ giallo metacinematografico, con qualche spruzzata di Lynch, il film pur suggestivo non è comunque indimenticabile.

Di capolavori qui al Lido in verità non se ne sono proprio visti; il che, unito all’imprevedibilità del presidente di giuria Quentin Tarantino, non lascia trapelare indiscrezioni attendibili sul possibile Leone d’Oro. Il nostro lo consegneremmo al western metaforico «Meek’s Cutoff» della regista Kelly Reichardt, che ha già per fortuna una distribuzione italiana (lo porterà in sala una casa piccola e coraggiosa come la Archibald); e un riconoscimento speciale lo daremmo a Kim Rossi Stuart, anche se il suo ritratto di «Vallanzasca» è fuori concorso. Per i premi veri comunque c’è poco da attendere, il verdetto arriverà domani sera.