05 Settembre 2011 | 18:41

Venezia 2011, Abatantuono e Beppe Fiorello contro il razzismo

Il fine settimana della Mostra ha inalberato a Venezia il vessillo dell’impegno sociale, a favore dei migranti e contro ogni forma di razzismo. «Cose dell’altro mondo» di Francesco Patierno e «Terraferma» di Emanuele Crialese sono due modi di guardare cinematograficamente lo stesso problema; il primo è una commedia ambientata nel nord est, il secondo un film drammatico nel sud del sud d’Italia...

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Venezia 2011, Abatantuono e Beppe Fiorello contro il razzismo

Il fine settimana della Mostra ha inalberato a Venezia il vessillo dell’impegno sociale, a favore dei migranti e contro ogni forma di razzismo. «Cose dell’altro mondo» di Francesco Patierno e «Terraferma» di Emanuele Crialese sono due modi di guardare cinematograficamente lo stesso problema; il primo è una commedia ambientata nel nord est, il secondo un film drammatico nel sud del sud d’Italia...

05 Settembre 2011 | 18:41 di

Diego Abatantuono

Il fine settimana della Mostra ha inalberato a Venezia il vessillo dell’impegno sociale, a favore dei migranti e contro ogni forma di razzismo. «Cose dell’altro mondo» di Francesco Patierno e «Terraferma» di Emanuele Crialese sono due modi di guardare cinematograficamente lo stesso problema; il primo è una commedia ambientata nel nord est, il secondo un film drammatico nel sud del sud d’Italia.

In «Cose dell’altro mondo» (uscito in contemporanea al cinema) Diego Abatantuono è un imprenditore veneto che sfrutta gli immigrati nelle sue fabbriche e poi la sera conduce un programma Tv di invettive alla Borghezio («prendete il cammello e tornatevene a casa!»). Finché un giorno gli immigrati spariscono davvero, gettando nello scompiglio prima la cittadina, poi l’intero Veneto e tutto il paese. Nel frattempo Valerio Mastandrea, poliziotto in vacanza, gioisce perché la sua ex Valentina Lodovini stava per sposare un rivale di origini africane. Si ride molto: Abatantuono e Mastandrea (mai in scena insieme) hanno tempi comici infallibili. E anche se il tono è quello della favola, si riflette parecchio sulle ipocrisie di una società che disprezza gli extracomunitari ma in realtà li desidera perché mano d’opera a basso costo.

Anche «Terraferma» somiglia a una favola, ma solo per certi incantamenti stilistici e geografici. Il film di Crialese contrappone una famiglia di pescatori (il grande vecchio Mimmo Cuticchio, la vedova Donatella Finocchiaro, l’animatore turistico Giuseppe Fiorello, l’ingenuo Filippo Pucillo) e i migranti che, in piena stagione estiva, raggiungono sui barconi le coste dell’isola (nel film senza nome, nella realtà Linosa). Le norme vigenti vieterebbero di caricarli a bordo, ma la legge del mare dice il contrario: non si nega aiuto a chi rischia di annegare. Perciò discussioni, pescherecci sequestrati, turisti sconvolti, clandestini nascosti in garage (per salvare loro ma anche per evitare guai ai salvatori). La famiglia, che le avversità minacciano di disgregare come nei «Malavoglia» di Verga, dovrà compiere una scelta drastica.

Sia «Terraferma» che «Cose dell’altro mondo» sono stati accolti da ovazioni, in sala e in conferenza stampa. Il film più debole e leggero, quello di Patierno, ha praticamente avuto un trionfo, con quasi dieci minuti di applausi in Sala Grande e gli attori costretti all’inchino come fossero su un proscenio. Spia forse di un complesso di colpa verso una pellicola che ha avuto vita difficile (Treviso aveva sfrattato la troupem costringendola a trovare un’altra location; ma poi basta aprire le cronache dei giornali locali per trovare nuovi commenti infastiditi, perfino sull’accento veneto di Abatantuono).

«Terraferma» di Crialese, in gara nel concorso ufficiale e tra poco nei cinema, ha fatto storcere il naso ad alcuni critici: il messaggio sembra a tratti prevalere sulla forma. A noi sembra che «Terraferma» sia comunque anche migliore, più compatto e meno estetizzante dei precedenti film del regista, «Respiro» e «Nuovomondo». Appassiona, commuove, fa perfino sorridere (con un Giuseppe Fiorello sbruffone alla Sordi) ma il suo pregio maggiore è che riesce finalmente a raccontare un dramma che centinaia di Tg hanno reso insieme familiare e noioso. Se la sua critica alle leggi anti-clandestini venisse presa seriamente, il film di Crialese potrebbe provocare polemiche ben più pesanti del film di Patierno.

A metà percorso è ormai evidente come questa 68a Mostra del Cinema sia tra le più ricche e interessanti degli ultimi anni, con una raccolta di pellicole buone e più che buone. «Contagion», per esempio, di Steven Soderbergh, racconta con allucinante realismo cosa potrebbe succedere nel caso di una epidemia mondiale simile a quella temuta con l’«aviaria» e la «suina», dove un cast stellare (Winslet, Paltrow, Law, Fishburne, Cotillard, Damon) viene decimato dal virus: spettacolare, angosciante, attualissimo, sarà in sala già questo weekend.

Al Pacino ha portato al Lido uno dei suoi folli documentari sul teatro (qualcuno ricorda il bellissimo «Riccardo III»?). Si chiama «Wilde Salomé» perché dedicato alla «Salomé» di Oscar Wilde: un’ora e mezzo in cui notizie sull’autore, prove teatrali, riprese del dramma e reinvenzione cinematografica si intersecano ironicamente penetrando a fondo uno dei drammi più inquietanti che il teatro abbia mai prodotto. Si attende un coraggioso distributore italiano che lo acquisti.

«Shame» di Steve McQueen riporta sullo schermo Michael Fassbender, appena visto nei panni di Jung in «A dangerous method», qui un bel giovanotto vittima compulsiva di sesso-dipendenza, messo in crisi dall’arrivo della sorellina Carey Mulligan. Il contenuto è molto crudo (non mancano orge, masturbazioni e sangue) e il dramma del protagonista non riesce a farsi universale ma l’abnegazione di Fassbender potrebbe valergli un premio per l’interpretazione.

A margine, si sono fatti notare Matt Damon, che ha sfilato sul tappeto rosso rapato a zero per esigenze di copione, Piero Pelù dei Litfiba assalito dai fotografi all’Excelsior (il cantante è qui per un documentario di Teresa Marchesi su Fernanda Pivano), Jessica Chastain (la Salomé di Al Pacino) che ha abbagliato tutti con i suoi capelli rosso tiziano. E due ragazze, che gabbando la fastidiosa security antiterrorismo (che costringe la stampa a vari percorsi obbligati, controlli di badge, borse da aprire e metal detector) sono riuscite a infilarsi in Sala Darsena senza accredito né biglietto.