08 Settembre 2011 | 22:42

Venezia 2011, dopo i divi arrivano i fischi

Penultime cartucce dalla Mostra del cinema di Venezia. Ormai smaltita la sbornia di divi (Clooney, Madonna, Pacino, etc.) e di potenziali blockbuster, la rassegna si è da qualche giorno assestata su un andamento più tipicamente festivaliero, col film del «grande autore», la polemica sui fischi, l’operina sperimentale, il documentario-chicca...

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Venezia 2011, dopo i divi arrivano i fischi

Penultime cartucce dalla Mostra del cinema di Venezia. Ormai smaltita la sbornia di divi (Clooney, Madonna, Pacino, etc.) e di potenziali blockbuster, la rassegna si è da qualche giorno assestata su un andamento più tipicamente festivaliero, col film del «grande autore», la polemica sui fischi, l’operina sperimentale, il documentario-chicca...

08 Settembre 2011 | 22:42 di

Claudia Pandolfi e Filippo Timi

Penultime cartucce dalla Mostra del cinema di Venezia. Ormai smaltita la sbornia di divi (Clooney, Madonna, Pacino, etc.) e di potenziali blockbuster, la rassegna si è da qualche giorno assestata su un andamento più tipicamente festivaliero, col film del «grande autore», la polemica sui fischi, l’operina sperimentale, il documentario-chicca.

A tenere banco negli ultimi due giorni sono state soprattutto le discussioni su «Quando la notte», il film che Cristina Comencini ha tratto dal suo omonimo romanzo (2009), un quasi-melò su una guida montana (Filippo Timi) che la mamma ha abbandonato da piccolo, e una madre inquieta e trascurata (Claudia Pandolfi), tentata di ammazzare il bimbo di due anni che piange ininterrottamente. Per finire a letto insieme, la guida e la mamma ci mettono alcuni anni, cioè quasi tutte le due ore del film, passando per scene di pianto, battute che suonano finte, snodi narrativi improbabili (la Pandolfi torna a cercare Timi ma va ovunque tranne che a casa sua).

La mattina del 7 settembre, alla proiezione della stampa, le risatine sono cominciate dopo la prima mezz’ora, si sono moltiplicate, da isolate sono diventate di gruppo, finché sul finale un bel pezzo di sala è scoppiata a ridere come una scolaresca indisciplinata. Fischi e booo sui titoli di coda.Apriti cielo. La regista ha invocato il presunto argomento-tabù del film (la difficoltà di essere madre), il produttore (Riccardo Tozzi di Cattleya, suo marito) ha parlato di «violenza».

Non è la prima volta quest’anno (anche il film di Garrel con la Bellucci ha riscosso fischi e risate; la cosa capita regolarmente durante ogni edizione, e spesso la notizia non ha eco perché i cronisti decidono di sminuirla). Né la Comencini può consolarsi per gli applausi che il film, la sera stessa, ha avuto in Sala Grande dal pubblico. I festival sono un mondo a parte, dove
fra i 3.000 giornalisti accreditati serpeggia sempre la tentazione di usare il proprio giudizio come un’ordalia, il pubblico cade facile preda di entusiasmi perché il divo è lì a pochi metri (e la claque organizza maratone di applausi per le agenzie di stampa), mentre la reale qualità dei film rimane in secondo, terzo, quarto piano.

Che film è «Quando la notte»? Davvero l’argomento è quello «tabù» di una maternità non conciliata? Che differenza di linguaggio passa tra questo film e quello di una buona fiction televisiva? Giudichi il pubblico: quello vero che non è mai stato a un festival, che per vedere in sala una pellicola il sabato sera s’infila nel traffico, impazzisce per trovare un parcheggio, paga un biglietto sempre più salato e si sorbisce il vicino che grufola nel popcorn. Forse le critiche erano previste: «Quando la notte» sarà distribuito solo il 28 ottobre, a polemiche semidimenticate.

Dopo il film della Comencini e «Terraferma» di Crialese, il terzetto di italiani del concorso ufficiale si è completato stamattina con «L’ultimo terrestre», esordio registico del fumettista Gipi (Gian Alfonso Pacinotti) da un romanzo a fumetti di Giacomo Monti. Il Tg3 annuncia l’arrivo degli alieni, ma gli italiani, ormai assuefatti a qualsiasi notizia, reagiscono più con curiosità che con paura. La fantascienza del soggetto è un pretesto per dipingere un’umanità imbrogliona e violenta, dove solo gli ingenui e i reietti hanno da guadagnare qualcosa dagli arrivi interstellari.

In sala dal 9 settembre, «L’ultimo terrestre» è un film originale, a volte spiazzante, più curioso che pregiato, con il tipico peccato originale del fumetto, il protagonista che è un adolescente non cresciuto (anche qui, e insomma!, c’è di mezzo un ultraquarantenne traumatizzato dalla sparizione della mamma).

Molti applausi ha avuto anche «Killer Joe», con Matthew McConaughey e Emile Hirsch, un noir di origine teatrale in cui i figli vogliono uccidere le mamme, i fratelli sono un po’ troppo gelosi delle sorelle, i poliziotti fanno i sicari e il bottino non viene incassato da nessuno. La cifra è quella della parodia; si comincia con qualche situazione parodossale e si finisce in un crescendo di sangue e colpi di scena, con la tentazione di «tarantineggiare». Regia saldissima di un veterano, il William Friedkin del primo «Esorcista» e del «Braccio violento della legge».

Fra le solite critiche ai festival, Venezia inclusa, c’è il fatto che i film sono davvero troppi, che neanche dormire poche ore per notte permette di vedere l’intero catalogo, e scriverne avrebbe un effetto elenco-telefonico. Accenniamo soltanto ad alcuni film tratti da classici della letteratura, un «Cime tempestose» di Andrea Arnold da Emily Brönte (riletto snobisticamente con il massimo effetto realistico, dentro il fango e la brutalità di una piccola comunità di agricoltori dello Yorkshire), un «Faust» di Alexander Sokurov da Goethe (un’inquieta ricerca filosofica immersa in un universo soffocante e pittoresco come un quadro fiammingo) e «I diari della falena» di Mary Harron, ispirato alla «Carmilla» di LeFanu (vistissimo horror pseudo vampiresco ambientato in un collegio femminile).

E poi ci sono i documentari, un vero sotto-festival di appuntamenti e scoperte. Passato Vasco Rossi, va segnalato soprattutto «Pasta nera» di Alessandro Piva, che ha tolto dall’oblio una di quelle imprese che solo l’Italia del dopoguerra poteva immaginare: fra il 1947 e il 1952, settantamila bambini lasciarono un sud affamato e devastato dai bombardamenti e, grazie all’Unione Donne Italiane (l’associazione femminile del Pci), vennero affidati temporaneamente a famiglie
dell’Emilia. Come dice nel documentario una delle ancora arzille organizzatrici, «questo è un paese che ogni tanto ha bisogno di ricordarsi che ha fatto delle cose bellissime»: «Pasta nera» ce lo fa ricordare. poi: il documentario di Antonello Sarno «Schuberth – l’atelier della dolce vita», su uno dei sarti (allora non si chiamavano ancora stilisti) che tutto il mondo ci invidiava, il montaggio di reportage cinematografici «Hollywood Invasion», assemblato da Marco Spagnoli dagli archivi NBCUniversal, e quello dei servizi Rai sulla Mostra dal ’68 al ’79, «Dai nostri inviati» (che passerà subito in Tv, domani 9 settembre, alle 22 su RaiStoria). Per finire con «Voi siete qui» di Francesco Matera, in cui Alberto Crespi, forte dell’esperienza di un bel programma Tv «La valigia dei sogni» (La7), torna sui luoghi di film mitici (da «Vacanze romane» a
«Febbre da cavallo») accompagnato da registi, attori o testimoni. Chicca nella chicca, perfino lo scontroso Nanni Moretti parla a ruota libera di «Caro diario» e «Ecce bombo», e intanto spiega alla troupe che cerca da tempo un televisore di quelli vecchi col tubo catodico, perché gli apparecchi con lo schermo piatto «hanno i colori troppo freddi» (e ha ragione).