03 Settembre 2011 | 00:29

Venezia 2011, strizzacervelli e «film de guerra»

Venezia, giorno n°3. Passa sugli schermi «A dangerous method», incautamente dato da qualcuno come favorito al Leone d’Oro. E’ la storia di un triangolo cruciale per la nascita della psicoanalisi, quello che legò, in un circolo di amicizia, colleganza e gelosie di varia natura, Sigmund Freud (Viggo Mortensen), il suo seguace Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), e Sabina Spielrein (Keira Knightley)...

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Venezia 2011, strizzacervelli e «film de guerra»

Venezia, giorno n°3. Passa sugli schermi «A dangerous method», incautamente dato da qualcuno come favorito al Leone d’Oro. E’ la storia di un triangolo cruciale per la nascita della psicoanalisi, quello che legò, in un circolo di amicizia, colleganza e gelosie di varia natura, Sigmund Freud (Viggo Mortensen), il suo seguace Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), e Sabina Spielrein (Keira Knightley)...

03 Settembre 2011 | 00:29 di

Keira Knightley (foto ANSA)

Venezia, giorno n°3. Passa sugli schermi «A dangerous method», incautamente dato da qualcuno come favorito al Leone d’Oro. E’ la storia di un triangolo cruciale per la nascita della psicoanalisi, quello che legò, in un circolo di amicizia, colleganza e gelosie di varia natura, Sigmund Freud (Viggo Mortensen), il suo seguace Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), e Sabina Spielrein (Keira Knightley).

Il coinvolgimento emotivo di Jung con la Spielrein (prima sua paziente, poi sua allieva e collega) è uno degli elementi alla base della rivalità tra Freud e Jung,che nel corso degli anni presero strade differenti nella diagnosi e nellaterapia dei disturbi mentali. Ai tre luminari vanno aggiunti Otto Gross(Vincent Cassel), psichiatra nevrotico e drogato, e Emma Jung (Sarah Gadon), moglie ricca e paziente. Tutte figure e vicende storiche che il film – con qualche azzardo – spinge oltre il limite dell’accertabile, mettendo in scena una relazione sessuale tra Jung e la Spielrein mai dimostrata.

«E’ vero», ci ha detto a tu per tu la Knightley, «ma dalle lettere della Spielrein e dagli scritti di Jung è chiaro che i due oltrepassarono di sicuro i limiti professionali».

L’operazione offre spunti interessanti, a partire dal confronto con il più casto e romantico «Prendimi l’anima» di Roberto Faenza, film costruito sugli stessi personaggi. Stavolta il nome del regista, David Cronenberg, suggeriva abissi angosciosi e scoppi di violenza; «A dangerous method» è invece un film freddo, trattenuto, dove i sentimenti fluiscono sotterranei per emergere d’improvviso (il classico «momento-Cronenberg» arriva quando la Spielrein si avventa con un coltellino sul volto di Jung): in sostanza una grande, sottile, raggelata fiction d’autore.

Nei panni di Freud, Viggo Mortensen è curioso ma credibile (guardategli la faccia quando si accorge che sulla nave per l’America lui è in seconda classe mentre Jung sale in prima); Keira Knightley si scatena in impressionanti spasmi muscolari, con la chiara volontà di far dimenticare la levigata bambolina che pubblicizza Chanel. Un bravissimo Fassbender incarna Jung, personaggio che, fragile e mentitore com’è, nel film non fa certo una bella figura. Il vero malato è lui, il futuro grande psicanalista che arriverà – a differenza di Freud e della Spielrein – a vedere la fine delle due guerre mondiali; «A dangerous
method» è in fondo la cronaca di come Jung sia stato curato dagli insegnamenti di Freud, dai consigli di Gross, dall’amore impetuoso di Sabina e da quello vigile della moglie.

Il film di Cronenberg è tratto da una piece teatrale (di Christopher Hampton), come il film di Clooney «Le idi di marzo» e «Carnage» di Polanski. Tre ottimi film, tratti da tre ottimi testi. Un segnale che, dopo anni impiegati a inseguire un’autorialità esasperata, i registi di cinema stanno forse rivalutando il ricorso a testi altrui.

Delle altre proiezioni di questo inizio festival recuperiamo almeno «Scialla!» (in gergo giovanile romano «stai bene», «stai tranquillo»), dove un ex insegnante disilluso e deragliato (Fabrizio Bentivoglio) riscopre la gioia di vivere trovandosi tra capo e collo un figlio non previsto, un sedicenne desideroso più di fare a pugni che di studiare: una spassosa, imprevedibile commedia che pare abbia fatto sganasciare dalle risate Nanni Moretti, mimetizzato nella folla degli spettatori.

Esordio alla regia dello sceneggiatore Francesco Bruni, «Scialla!» contiene la battuta (cinefila) più riuscita di questo inizio veneziano. La pronuncia una modella davanti al primo film di Truffaut, sulle gesta del dodicenneAntoine Doinel: «“I 400 colpi”? Ma che è, un film de guerra?».