01 Gennaio 2011 | 18:05

Bandolero tra rabbia e malinconie

pubblicato sul numero di Sorrisi dell’11 maggio 1997 Malinconie e invettive. Come reazione al tempo che passa, quel tempo “che non si innamora due volte di uno stesso uomo”, che “ti mette nelle tasche diamanti di vetro”, che inganna e svanisce. A inseguirlo, a cercare di scalfirlo se non di fermarlo, un bandolero ormai stanco, […]

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Bandolero tra rabbia e malinconie

pubblicato sul numero di Sorrisi dell’11 maggio 1997 Malinconie e invettive. Come reazione al tempo che passa, quel tempo “che non si innamora due volte di uno stesso uomo”, che “ti mette nelle tasche diamanti di vetro”, che inganna e svanisce. A inseguirlo, a cercare di scalfirlo se non di fermarlo, un bandolero ormai stanco, […]

Foto: pubblicato sul numero di Sorrisi dell’11 maggio 1997 Malinconie e invettive. Come reazione al tempo che passa, quel tempo "che non si innamora due volte di uno stesso uomo", che "ti mette nelle tasche diamanti di vetro", che inganna e svanisce. A inseguirlo, a cercare di scalfirlo se non di fermarlo, un bandolero ormai stanco, "senza treni da assaltare, senza banche da rapinare", ma non arreso. Questa potrebbe essere la sintesi del nuovo disco di Roberto Vecchioni, "El bandolero stanco" appunto. Dieci canzoni attraversate da ritmi sudamericani, dense di tanghi e di salse, di spaghetti western conditi con versi napoletani, di addii, di miti rivoluzionari e di preghiere laiche. "Il bandolero stanco sono io ma anche tutte quelle persone che non hanno accettato di essere solo dei numeri, che non si sono mai accontentate. Che hanno deciso di giocare con la vita, scommettendo sui sogni e sulla fantasia. Ma che col tempo si sono intorpidite, ripiegate su se stesse. Stanche e perciò votate ai bilanci. Di volta in volta malinconici, rabbiosi, ma anche gonfi di speranza. Il bandolero, in fin dei conti, è un ribelle che non molla". E, da vero ribelle, il quasi cinquantaquattrenne Vecchioni ha ancora voglia di indignarsi. Come ne "La corazzata Potëmkin", beffardo ritratto dei poeti e degli intellettuali di oggi che, di metafora in metafora, finiscono "per non capire più se c' è un senso sotto". "E' una canzone nata da alcuni fatti personali", spiega il cantautore milanese. "In tanti dibattiti a cui ho partecipato ho avvertito l'alterigia e la spocchia di molti poeti nei confronti della canzone d' autore. Peraltro, io adoro la poesia, ma è vero che ci sono dei poeti che la stanno rovinando, che la stanno portando via dalla gente. E quel vuoto, fatalmente, viene riempito proprio dai cantautori che loro chiamano scribacchini". La filippica termina con una confessione inaspettata: "Anch' io ho scritto poesie. Una carrettata. Non penso proprio sia il caso di pubblicarle. In Italia il problema non è quello dei geni incompresi, ma quello dei "non geni compresi troppo"". Le invettive non risparmiano neanche i "Compa eros", dal titolo di un altro pezzo dell' album. "Sono quei rivoluzionari che si sono imborghesiti. Nella canzone li chiamo con nomi sudamericani, ma in Juliano è facile riconoscere Ferrara, in Felipe Liguori e in Pancho, l' unico che non si è arreso, Bertinotti". Il Vecchioni di oggi, però, alla militanza affianca la riflessione, alla lotta il disincanto. In "Quest'uomo" è il padre di quattro figli a parlare. "L'ho dedicata soprattutto alle mie due figlie, che hanno 22 e 14 anni. E' la storia di un "buffo uomo ridicolo" che aspetta a casa, la sera, il loro ritorno. Un uomo che non è più sicuro di credere nei valori della sua gioventù ma che spera di rivederli sui volti dei suoi figli". La riflessione diventa preghiera, seppur laica, in "La stazione di Zima", toccante invocazione di un ateo a Dio. "I miei amici cattolici dicono che la fede è un dramma, perchè ti impegna continuamente. Ma anche non avere fede è una sfortuna, perchè ti aggrappi ai vetri pur di trovare qualcosa. Questa è la storia d' un uomo con la fede martoriata e con un dubbio spaventoso tra l' esistenza e la presenza di Dio. A me che ci sia o non ci sia non me ne frega niente. E' la presenza che non sento, perchè è lontana, fatta di grandi numeri, troppo grandi per me. Sono abituato a cose più piccole. Mi basta che vinca l'Inter o che mia moglie mi faccia una carezza la sera". Un minimalismo che si ritrova nel gusto di raccontare i personaggi della Storia attraverso scene inusuali di vita quotidiana. Vecchioni lo ha fatto con Alessandro Magno in un libro di racconti pubblicato di recente e con Rimbaud e Robinson in alcune canzoni del passato. Ora è la volta di Che Guevara visto con gli occhi della madre. "Se avessi scritto del Che guerrigliero in Bolivia avrei ottenuto un' immagine sbiadita di un mito già raccontato, e bene, da tanti scrittori. Quello che mi interessa, invece, è il distacco dal mito, dall' immagine asettica dei libri di scuola". E qui è il professore di liceo, 27 anni di onorata carriera, a salire in cattedra. "Mi piace spiegare la Storia attraverso gli uomini e i loro sentimenti, più che con le sconfitte e le vittorie. Qui mi interessava il rapporto di un uomo col suo destino e della madre con quest' uomo che ha un destino così grande. Potevo anche scegliere la Madonna e Cristo, perchè la situazione non cambia molto. Però al mio senso laico della vita era più vicino il Che". Così il bandolero Vecchioni continua per la sua strada, fatta di lezioni di greco e di latino, di una breve serie di concerti, cui in autunno seguirà una lunga tourn,e con Staino e altri fumettisti, di un romanzo, il primo, per Einaudi: "Sarà la storia di un linguista e di una quindicenne delusa da un amore". Un bandolero stanco, ma con tanta voglia di galoppare ancora.

01 Gennaio 2011 | 18:05 di

pubblicato sul numero di Sorrisi dell’11 maggio 1997

Malinconie e invettive. Come reazione al tempo che passa, quel tempo “che non si innamora due volte di uno stesso uomo”, che “ti mette nelle tasche diamanti di vetro”, che inganna e svanisce. A inseguirlo, a cercare di scalfirlo se non di fermarlo, un bandolero ormai stanco, “senza treni da assaltare, senza banche da rapinare”, ma non arreso. Questa potrebbe essere la sintesi del nuovo disco di Roberto Vecchioni, “El bandolero stanco” appunto. Dieci canzoni attraversate da ritmi sudamericani, dense di tanghi e di salse, di spaghetti western conditi con versi napoletani, di addii, di miti rivoluzionari e di preghiere laiche.

“Il bandolero stanco sono io ma anche tutte quelle persone che non hanno accettato di essere solo dei numeri, che non si sono mai accontentate. Che hanno deciso di giocare con la vita, scommettendo sui sogni e sulla fantasia. Ma che col tempo si sono intorpidite, ripiegate su se stesse. Stanche e perciò votate ai bilanci. Di volta in volta malinconici, rabbiosi, ma anche gonfi di speranza. Il bandolero, in fin dei conti, è un ribelle che non molla”. E, da vero ribelle, il quasi cinquantaquattrenne Vecchioni ha ancora voglia di indignarsi.

Come ne “La corazzata Potëmkin”, beffardo ritratto dei poeti e degli intellettuali di oggi che, di metafora in metafora, finiscono “per non capire più se c’ è un senso sotto”. “E’ una canzone nata da alcuni fatti personali”, spiega il cantautore milanese. “In tanti dibattiti a cui ho partecipato ho avvertito l’alterigia e la spocchia di molti poeti nei confronti della canzone d’ autore. Peraltro, io adoro la poesia, ma è vero che ci sono dei poeti che la stanno rovinando, che la stanno portando via dalla gente. E quel vuoto, fatalmente, viene riempito proprio dai cantautori che loro chiamano scribacchini”. La filippica termina con una confessione inaspettata: “Anch’ io ho scritto poesie. Una carrettata. Non penso proprio sia il caso di pubblicarle. In Italia il problema non è quello dei geni incompresi, ma quello dei “non geni compresi troppo””.

Le invettive non risparmiano neanche i “Compa eros”, dal titolo di un altro pezzo dell’ album. “Sono quei rivoluzionari che si sono imborghesiti. Nella canzone li chiamo con nomi sudamericani, ma in Juliano è facile riconoscere Ferrara, in Felipe Liguori e in Pancho, l’ unico che non si è arreso, Bertinotti”.

Il Vecchioni di oggi, però, alla militanza affianca la riflessione, alla lotta il disincanto. In “Quest’uomo” è il padre di quattro figli a parlare. “L’ho dedicata soprattutto alle mie due figlie, che hanno 22 e 14 anni. E’ la storia di un “buffo uomo ridicolo” che aspetta a casa, la sera, il loro ritorno. Un uomo che non è più sicuro di credere nei valori della sua gioventù ma che spera di rivederli sui volti dei suoi figli”.

La riflessione diventa preghiera, seppur laica, in “La stazione di Zima”, toccante invocazione di un ateo a Dio. “I miei amici cattolici dicono che la fede è un dramma, perchè ti impegna continuamente. Ma anche non avere fede è una sfortuna, perchè ti aggrappi ai vetri pur di trovare qualcosa. Questa è la storia d’ un uomo con la fede martoriata e con un dubbio spaventoso tra l’ esistenza e la presenza di Dio. A me che ci sia o non ci sia non me ne frega niente. E’ la presenza che non sento, perchè è lontana, fatta di grandi numeri, troppo grandi per me. Sono abituato a cose più piccole. Mi basta che vinca l’Inter o che mia moglie mi faccia una carezza la sera”.

Un minimalismo che si ritrova nel gusto di raccontare i personaggi della Storia attraverso scene inusuali di vita quotidiana. Vecchioni lo ha fatto con Alessandro Magno in un libro di racconti pubblicato di recente e con Rimbaud e Robinson in alcune canzoni del passato. Ora è la volta di Che Guevara visto con gli occhi della madre. “Se avessi scritto del Che guerrigliero in Bolivia avrei ottenuto un’ immagine sbiadita di un mito già raccontato, e bene, da tanti scrittori. Quello che mi interessa, invece, è il distacco dal mito, dall’ immagine asettica dei libri di scuola”. E qui è il professore di liceo, 27 anni di onorata carriera, a salire in cattedra. “Mi piace spiegare la Storia attraverso gli uomini e i loro sentimenti, più che con le sconfitte e le vittorie. Qui mi interessava il rapporto di un uomo col suo destino e della madre con quest’ uomo che ha un destino così grande. Potevo anche scegliere la Madonna e Cristo, perchè la situazione non cambia molto. Però al mio senso laico della vita era più vicino il Che”.

Così il bandolero Vecchioni continua per la sua strada, fatta di lezioni di greco e di latino, di una breve serie di concerti, cui in autunno seguirà una lunga tourn,e con Staino e altri fumettisti, di un romanzo, il primo, per Einaudi: “Sarà la storia di un linguista e di una quindicenne delusa da un amore”. Un bandolero stanco, ma con tanta voglia di galoppare ancora.