01 Gennaio 2011 | 17:11

Il Prof dei sogni

di Valeria Vignale pubblicato sul numero di Sorrisi del 16 maggio 1999 “Sogna, ragazzo, sogna, non cambiare un verso della tua canzone, non lasciare un treno fermo alla stazione”. Finalmente Roberto Vecchioni, cantautore e professore di lettere, ha unito i due binari della sua esistenza: “Sogna, ragazzo, sogna”, il brano che dà pure il titolo […]

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Il Prof dei sogni

di Valeria Vignale pubblicato sul numero di Sorrisi del 16 maggio 1999 “Sogna, ragazzo, sogna, non cambiare un verso della tua canzone, non lasciare un treno fermo alla stazione”. Finalmente Roberto Vecchioni, cantautore e professore di lettere, ha unito i due binari della sua esistenza: “Sogna, ragazzo, sogna”, il brano che dà pure il titolo […]

Foto: di Valeria Vignale pubblicato sul numero di Sorrisi del 16 maggio 1999 "Sogna, ragazzo, sogna, non cambiare un verso della tua canzone, non lasciare un treno fermo alla stazione". Finalmente Roberto Vecchioni, cantautore e professore di lettere, ha unito i due binari della sua esistenza: "Sogna, ragazzo, sogna", il brano che dà pure il titolo al nuovo album, è una canzone-lezione. E stavolta l'insegnante del liceo classico "Beccaria" di Milano canta ai suoi ragazzi la materia in cui l' ha laureato la vita: i sogni. Inseguiti per 56 anni e qui declinati nelle dieci canzoni di questo suo 24 lavoro. L'inguaribile sognatore, maglietta un po' sgualcita di chi non bada alle apparenze, ci riceve in un ufficio un po' spoglio che si riempie subito della voglia di chiacchierare di musica e parole. "E' il mio démone, la parola. Sacra. Se non trovo quella giusta, non dormo la notte", racconta lui. "Scrivere è la mia psicanalisi, mi serve a sviscerare le emozioni. Io canto il dubbio continuo che abbiamo dentro, i valori e le nostalgie a cui ci aggrappiamo". Perché ha sentito il bisogno di invitare i ragazzi a sognare? "Perché li vedo un po' persi. Quelli degli Anni 70 volevano cambiare il mondo, sognavano troppo. Per quelli di oggi, la vita è un labirinto e loro finiscono per protrarre l'infanzia il più possibile. Vorrei che capissero davvero che cosa significa vivere per un ideale". E lei, professore, non si è mai perso? "Forse sì, ma il rigore morale mi ha sempre portato indietro. Otto anni fa, per esempio. C' è stato un periodo in cui bevevo troppo. I miei figli mi chiedevano di giocare, ma io ero preso da altro. A un certo punto mi dissi: "Fai schifo". E smisi". In questo album, lei canta anche la vita quotidiana, le piccole gioie. "La vita piena, quella descritta dal poeta turco Nazim Hikmet, di cui ho ripreso i versi: la vita è così forte che "quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire". A proposito di poeti, ha composto anche "Canzone per Alda Merini", che ha vissuto rinchiusa in un manicomio. "E' nata dalla nostra amicizia. L' Alda mi emoziona: t'incanta con storie straordinarie. Ho provato a calarmi nei suoi anni in manicomio. Lei ne è stata felice". Si è immaginato donna anche in "Ritratto di signora in raso rosa"... "E' il ritratto di me, che faccio la donna di casa perché sono stufo del palcoscenico. Perché in questo periodo ho voglia di cantare la vita ordinaria al posto di quelle straordinarie. La mia casalinga dice al suo uomo: "Non scalerò montagne per te... Mi batterò per te con un esercito di idraulici, condomini, dentisti, bottegai; mi coprirò delle ferite della noia, quelle che nessuno vede e non sanguinano mai"". E poi ci sono i sogni diventati rimpianti. ""I commedianti" è la storia di un uomo che voleva fare l'artista, ma rinuncia per amore della famiglia e riscopre quel desiderio da vecchio. La vita costringe a scegliere, ma il sogno non muore mai". Lei, invece, è riuscito a realizzarsi come artista, insegnante, marito, padre di quattro figli. Come fa? "Ce la faccio da schizoide. Mi divido. Sono sempre un po' arruffone, un po' distratto. Ma quando sei contento di te stesso, riesci a darti anche agli altri. E io sono felice". Era questo che inseguiva da ragazzo? "Sì. Ho iniziato a scrivere canzoni a 15 anni perché ero timidissimo: non riuscivo a parlare con le ragazze e, se m' innamoravo, potevo solo cantarglielo, il mio amore. Lo facevo alle feste. A una ho perfino mandato un pezzo inciso sul Geloso, il registratore a bobine. Già allora mi piaceva creare emozioni, qualcosa che facesse venire la pelle d' oca". Com'erano i primi brani? "Inascoltabili. Mischiavo il rock disimpegnato americano alla Paul Anka con le canzoni francesi impegnate stile Aznavour. Ricordo un pezzo tremendo: "Lei mi ha lasciato, se la trovate, impiccatela per me, ma impiccatela d' azzurro"... Poi mi sono affinato, però prima di incidere "Parabola", nel ' 71, ho bussato sei anni alle porte dei discografici". E oggi cosa sogna? "Di scrivere romanzi. E portare nelle università la storia della canzone d' autore, come ho proposto al ministro Berlinguer. Prima ho bisogno di fermarmi un po' , recuperare il tempo che ho tolto a mia moglie, ai miei figli e a me stesso".

01 Gennaio 2011 | 17:11 di

di Valeria Vignale

pubblicato sul numero di Sorrisi del 16 maggio 1999

“Sogna, ragazzo, sogna, non cambiare un verso della tua canzone, non lasciare un treno fermo alla stazione”. Finalmente Roberto Vecchioni, cantautore e professore di lettere, ha unito i due binari della sua esistenza: “Sogna, ragazzo, sogna”, il brano che dà pure il titolo al nuovo album, è una canzone-lezione. E stavolta l’insegnante del liceo classico “Beccaria” di Milano canta ai suoi ragazzi la materia in cui l’ ha laureato la vita: i sogni. Inseguiti per 56 anni e qui declinati nelle dieci canzoni di questo suo 24 lavoro. L’inguaribile sognatore, maglietta un po’ sgualcita di chi non bada alle apparenze, ci riceve in un ufficio un po’ spoglio che si riempie subito della voglia di chiacchierare di musica e parole. “E’ il mio démone, la parola. Sacra. Se non trovo quella giusta, non dormo la notte”, racconta lui. “Scrivere è la mia psicanalisi, mi serve a sviscerare le emozioni. Io canto il dubbio continuo che abbiamo dentro, i valori e le nostalgie a cui ci aggrappiamo”.

Perché ha sentito il bisogno di invitare i ragazzi a sognare?
“Perché li vedo un po’ persi. Quelli degli Anni 70 volevano cambiare il mondo, sognavano troppo. Per quelli di oggi, la vita è un labirinto e loro finiscono per protrarre l’infanzia il più possibile. Vorrei che capissero davvero che cosa significa vivere per un ideale”.

E lei, professore, non si è mai perso?
“Forse sì, ma il rigore morale mi ha sempre portato indietro. Otto anni fa, per esempio. C’ è stato un periodo in cui bevevo troppo. I miei figli mi chiedevano di giocare, ma io ero preso da altro. A un certo punto mi dissi: “Fai schifo”. E smisi”.

In questo album, lei canta anche la vita quotidiana, le piccole gioie.
“La vita piena, quella descritta dal poeta turco Nazim Hikmet, di cui ho ripreso i versi: la vita è così forte che “quando sarai sul punto di morire, pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire”.

A proposito di poeti, ha composto anche “Canzone per Alda Merini”, che ha vissuto rinchiusa in un manicomio.
“E’ nata dalla nostra amicizia. L’ Alda mi emoziona: t’incanta con storie straordinarie. Ho provato a calarmi nei suoi anni in manicomio. Lei ne è stata felice”.

Si è immaginato donna anche in “Ritratto di signora in raso rosa”…
“E’ il ritratto di me, che faccio la donna di casa perché sono stufo del palcoscenico. Perché in questo periodo ho voglia di cantare la vita ordinaria al posto di quelle straordinarie. La mia casalinga dice al suo uomo: “Non scalerò montagne per te… Mi batterò per te con un esercito di idraulici, condomini, dentisti, bottegai; mi coprirò delle ferite della noia, quelle che nessuno vede e non sanguinano mai””.

E poi ci sono i sogni diventati rimpianti.
“”I commedianti” è la storia di un uomo che voleva fare l’artista, ma rinuncia per amore della famiglia e riscopre quel desiderio da vecchio. La vita costringe a scegliere, ma il sogno non muore mai”.

Lei, invece, è riuscito a realizzarsi come artista, insegnante, marito, padre di quattro figli. Come fa?
“Ce la faccio da schizoide. Mi divido. Sono sempre un po’ arruffone, un po’ distratto. Ma quando sei contento di te stesso, riesci a darti anche agli altri. E io sono felice”.

Era questo che inseguiva da ragazzo?
“Sì. Ho iniziato a scrivere canzoni a 15 anni perché ero timidissimo: non riuscivo a parlare con le ragazze e, se m’ innamoravo, potevo solo cantarglielo, il mio amore. Lo facevo alle feste. A una ho perfino mandato un pezzo inciso sul Geloso, il registratore a bobine. Già allora mi piaceva creare emozioni, qualcosa che facesse venire la pelle d’ oca”.

Com’erano i primi brani?
“Inascoltabili. Mischiavo il rock disimpegnato americano alla Paul Anka con le canzoni francesi impegnate stile Aznavour. Ricordo un pezzo tremendo: “Lei mi ha lasciato, se la trovate, impiccatela per me, ma impiccatela d’ azzurro”… Poi mi sono affinato, però prima di incidere “Parabola”, nel ‘ 71, ho bussato sei anni alle porte dei discografici”.

E oggi cosa sogna?
“Di scrivere romanzi. E portare nelle università la storia della canzone d’ autore, come ho proposto al ministro Berlinguer. Prima ho bisogno di fermarmi un po’ , recuperare il tempo che ho tolto a mia moglie, ai miei figli e a me stesso”.