01 Gennaio 2011 | 12:24

Patty Pravo, i miei primi 60 anni

pubblicato su Tv Sorrisi e Canzoni del 12 aprile 2008 di DARIO MALTESE Patty Pravo compie 60 anni mercoledì 9 aprile, ma di tempo per festeggiamenti e candeline non ne ha. E non ne vuole. C’è un disco appena pubblicato da far conoscere al pubblico, «Spero che ti piaccia… Pour toi», in cui si cimenta […]

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Patty Pravo, i miei primi 60 anni

pubblicato su Tv Sorrisi e Canzoni del 12 aprile 2008 di DARIO MALTESE Patty Pravo compie 60 anni mercoledì 9 aprile, ma di tempo per festeggiamenti e candeline non ne ha. E non ne vuole. C’è un disco appena pubblicato da far conoscere al pubblico, «Spero che ti piaccia… Pour toi», in cui si cimenta […]

Foto: pubblicato su Tv Sorrisi e Canzoni del 12 aprile 2008 di DARIO MALTESE Patty Pravo compie 60 anni mercoledì 9 aprile, ma di tempo per festeggiamenti e candeline non ne ha. E non ne vuole. C’è un disco appena pubblicato da far conoscere al pubblico, «Spero che ti piaccia... Pour toi», in cui si cimenta nel repertorio di Dalida in terpretando brani in arabo e francese; c’è «Bla bla bla», la sua ironica autobiografia e, soprattutto, c’è un nuovo tour davvero speciale. Anzi, un doppio tour che da maggio a ottobre la vedrà impegnata nei grandi teatri classici, dal San Carlo di Napoli alla Fenice di Venezia, dove sarà accompagnata da un’orchestra di 72 elementi e, contemporaneamente, in arene e palasport con uno spettacolo pop-rock. Di giorni liberi quindi ne rimangono pochi e lei, molto meno trasgressiva di quanto si pensi, li trascorre nella sua casa romana da dove, complice un terrazzo che si affaccia sui tetti del Quirinale, domina tutta la città. Qui Patty vive da sola, tra un juke-box perfettamente funzionante, attrezzi ginnici sparsi per le camere, due persone di servizio che però alla sera vanno via e l’inseparabile Memè, il gatto siamese di sette mesi che la segue ovunque. Che cosa rappresenta per lei la casa? «Un posto dove ti ritiri se hai dei giorni liberi e li trascorri piacevolmente, magari non facendo nulla». Quanti anni bisogna lavorare per permettersi una casa come questa? «Io lavoro da 42 anni. Per me è un dovere averne una così, dal momento che devo ricevere delle persone. Se fosse per me e se non facessi questo mestiere, non avrei assolutamente bisogno di una casa del genere. E comunque una bella casa non fa schifo a nessuno». Ne ha pure una a San Francisco. «Sì, è l’unica all’estero che ho tenuto, perché quella di Londra l’ho venduta. A San Francisco ci sono arrivata nel 1980 e da allora, appena posso, ci ritorno, perché lì ho dei veri amici». Qual è il suo rapporto con il denaro? «L’ho sempre disprezzato. Lavoro per quanto mi serve e mi faccio pagare per quanto valgo. Sono una donna ricca, soprattutto di spirito e di doni». Fa una vita regolare, va a letto presto? «No, magari! La mia naturale richiesta di sonno è di tre ore. Per la mia voce e per il mio lavoro però me ne servono almeno otto». Si fa sempre un «joint», uno spinello, prima di andare a dormire? «Quando ce l’ho, sì. Sono a favore della liberalizzazione delle droghe leggere e penso che un maggiorenne, se non dà fastidio o mette in pericolo gli altri, può fare ciò che vuole. Le vere follie sono altre, per esempio il fatto che a scuola o in discoteca giri robaccia, che si diano gli antidepressivi ai bambini. Sono sintomi di qualcosa che non va: una persona già cresciuta può fare certe esperienze anche forti, ma non prima dell’età matura». Come trascorre il tempo quando non lavora? «Non ho una giornata tipo. Quando lavoro sono una gran lavoratrice, quando sono libera decido all’ultimo momento. Posso dormire o alzarmi, studiare, posso non fare assolutamente nulla. Sembra facile, ma non lo è». Sta bene anche da sola? «Ringraziando il cielo, interiormente sto sempre molto bene, sono serena. È una mia predisposizione che nasce dall’aver visto quanto gli umani siano poco tranquilli, ma è anche una questione caratteriale. Io al mattino mi alzo positiva, non mi importa se magari la sera prima mi è crollato il mondo addosso. Mi basta parlare con il mio gatto, vedere i corvi e i gabbiani che volano sul terrazzo, le piante e sono contenta così». Come mai indossa ancora una fede matrimoniale al dito? «Invece di portarne quattro, quanti sono stati i miei mariti, e fare ridere, ne porto soltanto una. Ho scelto questa semplicemente perché è quella che mi sta bene al terzo dito». Recentemente ha dichiarato che «Pour toi» è un disco da ascoltare quando si fa l’amore. «In realtà sono stata fraintesa. Volevo dire che è un disco che emoziona fino a farti ballare la danza del ventre». Ma eravate davvero così amiche con Dalida? In realtà il fratello di lei, Orlando Gigliotti, sostiene il contrario. «Effettivamente non eravamo particolarmente amiche, ma quando l’ho incontrata io, lei ancora non lavorava con il fratello. Diciamo che c’era una certa conoscenza, ci capitava spesso di lavorare insieme, io andavo di frequente a Parigi in quel periodo. Dalida mi trasci- nava in giro per shopping che io invece odio. Per me, comunque, si può cominciare a parlare di amicizia dopo trent’anni di rapporto». Con questo disco non ha avuto paura di fare un’operazione commerciale? «Sì, ma alla fine mi sono detta che non c’era niente di male perché Dalida ha un repertorio davvero interessante: cantava e parlava in cinque lingue». Come mai quest’anno non è andata a Sanremo? «La questione che avrei voluto esibirmi con il burqa se l’è inventata qualcuno. Baudo mi aveva chiamata per il solito medley, ma a me non andava. All’interno di uno show di due ore dal vivo può avere un senso e lo faccio con piacere, ma estirpato da quel contesto no. E poi mi fa un po’ senso la parola “superospite”. Ma che significa? Allora anche Loredana Berté, che ha fatto dei dischi meravigliosi, è una superospite». A proposito di colleghe, pensa davvero, come ha dichiarato recentemente, che Mina sprechi il suo talento? «Sì. E mi dispiace davvero. Con la sua voce potrebbe fare blues, innovare, rischiare, invece la sua recente produzione musicale è banale. Lo fa solo per i soldi e a me, da persona che ha avuto un dono qual è la mia voce, dispiace vedere negli altri un talento sprecato. Soprattutto in Mina che nella sua posizione potrebbe dare un grande esempio, portando qualcosa di nuovo». C’è oggi un’erede di Patty Pravo? «Me lo auguro. Anzi, sono convinta che in giro ci siano dei talenti. Ma sono scomodi, perché le case discografiche, al momento in grande difficoltà, preferiscono avere una vita più semplice lanciando dei prodotti “usa e getta”». A lato, Patty in un angolo del suo terrazzo da dove si domina un meraviglioso panorama della Roma antica, proprio nei pressi della Banca d’Italia. Lei è favorevole alle nuove tecnologie applicate alla musica? «Tutto sommato non è male che, grazie a Internet, un brano possa essere ascoltato in tempo reale in tutto il mondo. Io ho venduto oltre 100 milioni di dischi con mezzi normali, adesso occorre regolamentare il sistema per l’acquisto in Rete». Qual è la parte del suo lavoro che le piace meno? «Non sopporto la disorganizzazione, la confusione dei ruoli e la mancanza di professionalità. Se tutto funziona bene, del mio lavoro amo ogni cosa, ma soprattutto il palco. Per esempio, questa storia delle donne che non hanno mai cantato negli stadi non è vera. Io l’ho fatto all’inizio della mia carriera, prima ancora della Pausini». La tv le interessa, magari un «one woman show»? «Ne avevo proposto uno ad Agostino Saccà quando era direttore di Raiuno e gli era piaciuto molto. Poi sono cambiati i politici al vertice e di conseguenza anche le poltrone alla Rai e quindi il progetto si è bloccato. Ma è un’idea ancora aperta e forse prima o poi riuscirò ad attuarla». È una telespettatrice attenta? «No, guardo la tv qualche volta di notte. Ho vari decoder, mi fermo soprattutto su quella straniera: americana, inglese, indiana». E capisce anche quella indiana? «Io capisco pure il cinese: non so come, ma è così». Ha visto la fiction «Piper»? «No, me ne sono ben guardata». Quando è andata in onda ha detto di non conoscere Martina Stella, l’attrice che interpretava un personaggio ispirato a Patty Pravo. «Non ne avevo mai sentito parlare. E comunque non esiste usare il mio nome senza chiedermi il permesso. Mi avessero fatto una telefonata...». Ma questo suo distacco è reale? «Perché dovrei fingere? Sono distaccata dall’attualità; da poco ho ripreso a comprare i quotidiani, ma passo direttamente alle pagine della cultura per vedere se c’è qualcosa di interessante». Non andrà neanche a votare? «Io non ho mai votato e non ho intenzione di farlo adesso. Non vado a perdere il mio tempo così. Sono contro il sistema italiano. Bisognerebbe risistemare la Costituzione, valorizzare il rispetto dell’individuo che non è contemplato in nessun articolo. Io non faccio politica, ma arte, e non mi risulta che l’arte abbia mai influito sulla politica, mentre pare ultimamente che la politica stia influendo sull’arte». Chi sceglierebbe tra Obama e Hillary? «Obama. Lo tengo sotto osservazione già da due anni: è un signore che potrà imprimere un cambiamento reale agli Stati Uniti e ha ampiezza di vedute». Si favoleggia dei viaggi di Patty Pravo nel deserto... «Ho fatto diverse traversate in solitaria, dalla Libia al sud del Marocco. Qui, viaggiando da sola, sono entrata in contatto con i tuareg che mi hanno consentito di unirmi a loro e questo per me è stato un onore. Certo non sono viaggi semplici: devo documentarmi, procurarmi le mappe. Io parto sempre con un piccolo kit di salvataggio: dal siero contro le punture, all’ago e il filo. La cosa più bella è quando sei da sola, perduta, non sai se arriverai a destinazione e lì ti senti felice. È una sensazione che non si può descrivere a parole, ma ci vuole una grande forza per viverla». C’è un viaggio che vorrebbe fare? «Per il momento non mi posso muovere, perché i prossimi tre anni sono già programmati con il lavoro. Dopo vorrei spingermi nei luoghi inesplorati del deserto del Sinai». Quali sono i suoi punti di riferimento? «Fa piacere avere qualcuno su cui contare, ma penso che il nostro punto di riferimento siamo noi stessi. I miei amici sono pochi e di lunga data e non abbiamo bisogno di stare continuamente al telefono e raccontarci tutto». Fa così anche con la sua famiglia? «Con mia madre ho un ottimo rapporto. Non ci facciamo le telefonate di cortesia: quando la chiamo è perché mi fa piacere rapportarmi con una persona che stimo e rispetto». Qual è il suo rapporto con il sesso? «Da questo punto di vista ho avuto una vita fortunata, ma penso che ci sia un tempo per ogni cosa. Certo, nella vita non si può mai sapere, magari può succedere che a 70 anni ti innamori ancora. Per me i rapporti sentimentali importanti partono dal sesso, ma sono legati a qualcos’altro di più misterioso. In questo momento non sono fidanzata. L’ultima storia risale a due anni fa con Edoardo Massimi, un ragazzo molto più giovane di me e con il quale continuo a collaborare perché è il mio chitarrista. Abbiamo un bel rapporto, così come ce l’ho con i miei quattro ex mariti». Li sente spesso? «Sì, ma di più le loro mamme. Uno è in giro per l’America perché ha fatto un disco di successo e sta suonando. Un altro pure. Un altro ancora se ne sta in barca perché ha ereditato e Gordon Fagetter, che è stato il mio primo marito, vive a Roma e fa il pittore». Si prenderebbe un uomo in casa? «Quando ci si abitua ad avere i propri spazi è difficile rinunciarci. Io sicuramente non sono una persona che si trasferisce in casa altrui. Certo, mi manca qualcuno che mi metta a posto i cd, che mi sistemi i faretti, che non mi faccia incasinare con i fili elettrici, ma non mi posso mettere una persona in casa solo per queste cose». Si risposerebbe? «Non credo. A meno che non me lo chiedano. Gli uomini me lo hanno sempre chiesto. Per me, non avendo voluto figli, non ce n’era bisogno». Si è pentita di non averne avuti? «No, perché più vedo come vanno i figli degli altri in ogni parte del mondo e più mi rendo conto che ho fatto bene. È una scelta importante che ho fatto da giovane e che ho portato avanti con convinzione. I figli sono incompatibili con la vita di un artista». Li adotterebbe da single? «Non lo so, forse cinque o sei, così si fanno compagnia, ma dovrei smettere di lavorare. Già con un gatto in casa è un impegno faticoso perché richiede tante energie, figurati con i figli! E poi i figli vanno fatti da giovani». Ultimamente si è tornato a discutere della legge sull’aborto. Cosa ne pensa? «Mia nonna mi ha parlato dell’aborto a otto anni raccontandomi come si faceva e fornendomi un’educazione sessuale molto realistica. Credo che all’aborto non ci si debba arrivare, ma se proprio è inevitabile allora meglio abortire il prima possibile e in ospedale tutelati dalla legge». Lei ha mai abortito? «No, ho sempre usato la pillola. Con tutti i sistemi di contraccezione che ci sono basta un po’ più di attenzione per evitare inconvenienti». Professionalmente quanto vuole andare avanti? «Fino a quando non sento di avere esaurito quello che avevo da dare. A quel punto mi ritirerò in una casa piccola, spero con Memè, magari vicino al deserto...». Non c’è niente che le manca oggi? «No. Sono contenta così». Quale regalo vorrebbe ricevere per il suo sessantesimo compleanno? «Se vuole la verità, nessuno. Altrimenti: un jet personale da 24 posti; una piccola isola, ma di quelle meravigliose tipo Fiji; un hotel a Dubai con servizio 24 ore su 24; una suite per Memè e… immaginate voi».

01 Gennaio 2011 | 12:24 di

pubblicato su Tv Sorrisi e Canzoni del 12 aprile 2008

di DARIO MALTESE

Patty Pravo compie 60 anni mercoledì 9 aprile, ma di tempo per festeggiamenti e candeline non ne ha. E non ne vuole. C’è un disco appena pubblicato da far conoscere al pubblico, «Spero che ti piaccia… Pour toi», in cui si cimenta nel repertorio di Dalida in terpretando brani in arabo e francese; c’è «Bla bla bla», la sua ironica autobiografia e, soprattutto, c’è un nuovo tour davvero speciale. Anzi, un doppio tour che da maggio a ottobre la vedrà impegnata nei grandi teatri classici, dal San Carlo di Napoli alla Fenice di Venezia, dove sarà accompagnata da un’orchestra di 72 elementi e, contemporaneamente, in arene e palasport con uno spettacolo pop-rock.

Di giorni liberi quindi ne rimangono pochi e lei, molto meno trasgressiva di quanto si pensi, li trascorre nella sua casa romana da dove, complice un terrazzo che si affaccia sui tetti del Quirinale, domina tutta la città. Qui Patty vive da sola, tra un juke-box perfettamente funzionante, attrezzi ginnici sparsi per le camere, due persone di servizio che però alla sera vanno via e l’inseparabile Memè, il gatto siamese di sette mesi che la segue ovunque.

Che cosa rappresenta per lei la casa?
«Un posto dove ti ritiri se hai dei giorni liberi e li trascorri piacevolmente, magari non facendo nulla».

Quanti anni bisogna lavorare per permettersi una casa come questa?
«Io lavoro da 42 anni. Per me è un dovere averne una così, dal momento che devo ricevere delle persone. Se fosse per me e se non facessi questo mestiere, non avrei assolutamente bisogno di una casa del genere. E comunque una bella casa non fa schifo a nessuno».

Ne ha pure una a San Francisco.
«Sì, è l’unica all’estero che ho tenuto, perché quella di Londra l’ho venduta. A San Francisco ci sono arrivata nel 1980 e da allora, appena posso, ci ritorno, perché lì ho dei veri amici».

Qual è il suo rapporto con il denaro?
«L’ho sempre disprezzato. Lavoro per quanto mi serve e mi faccio pagare per quanto valgo. Sono una donna ricca, soprattutto di spirito e di doni».

Fa una vita regolare, va a letto presto?
«No, magari! La mia naturale richiesta di sonno è di tre ore. Per la mia voce e per il mio lavoro però me ne servono almeno otto».

Si fa sempre un «joint», uno spinello, prima di andare a dormire?
«Quando ce l’ho, sì. Sono a favore della liberalizzazione delle droghe leggere e penso che un maggiorenne, se non dà fastidio o mette in pericolo gli altri, può fare ciò che vuole. Le vere follie sono altre, per esempio il fatto che a scuola o in discoteca giri robaccia, che si diano gli antidepressivi ai bambini. Sono sintomi di qualcosa che non va: una persona già cresciuta può fare certe esperienze anche forti, ma non prima dell’età matura».

Come trascorre il tempo quando non lavora?
«Non ho una giornata tipo. Quando lavoro sono una gran lavoratrice, quando sono libera decido all’ultimo momento. Posso dormire o alzarmi, studiare, posso non fare assolutamente nulla. Sembra facile, ma non lo è».

Sta bene anche da sola?
«Ringraziando il cielo, interiormente sto sempre molto bene, sono serena. È una mia predisposizione che nasce dall’aver visto quanto gli umani siano poco tranquilli, ma è anche una questione caratteriale. Io al mattino mi alzo positiva, non mi importa se magari la sera prima mi è crollato il mondo addosso. Mi basta parlare con il mio gatto, vedere i corvi e i gabbiani che volano sul terrazzo, le piante e sono contenta così».

Come mai indossa ancora una fede matrimoniale al dito?
«Invece di portarne quattro, quanti sono stati i miei mariti, e fare ridere, ne porto soltanto una. Ho scelto questa semplicemente perché è quella che mi sta bene al terzo dito».

Recentemente ha dichiarato che «Pour toi» è un disco da ascoltare quando si fa l’amore.
«In realtà sono stata fraintesa. Volevo dire che è un disco che emoziona fino a farti ballare la danza del ventre».

Ma eravate davvero così amiche con Dalida? In realtà il fratello di lei, Orlando Gigliotti, sostiene il contrario.
«Effettivamente non eravamo particolarmente amiche, ma quando l’ho incontrata io, lei ancora non lavorava con il fratello. Diciamo che c’era una certa conoscenza, ci capitava spesso di lavorare insieme, io andavo di frequente a Parigi in quel periodo. Dalida mi trasci- nava in giro per shopping che io invece odio. Per me, comunque, si può cominciare a parlare di amicizia dopo trent’anni di rapporto».

Con questo disco non ha avuto paura di fare un’operazione commerciale?
«Sì, ma alla fine mi sono detta che non c’era niente di male perché Dalida ha un repertorio davvero interessante: cantava e parlava in cinque lingue».

Come mai quest’anno non è andata a Sanremo?
«La questione che avrei voluto esibirmi con il burqa se l’è inventata qualcuno. Baudo mi aveva chiamata per il solito medley, ma a me non andava. All’interno di uno show di due ore dal vivo può avere un senso e lo faccio con piacere, ma estirpato da quel contesto no. E poi mi fa un po’ senso la parola “superospite”. Ma che significa? Allora anche Loredana Berté, che ha fatto dei dischi meravigliosi, è una superospite».

A proposito di colleghe, pensa davvero, come ha dichiarato recentemente, che Mina sprechi il suo talento?
«Sì. E mi dispiace davvero. Con la sua voce potrebbe fare blues, innovare, rischiare, invece la sua recente produzione musicale è banale. Lo fa solo per i soldi e a me, da persona che ha avuto un dono qual è la mia voce, dispiace vedere negli altri un talento sprecato. Soprattutto in Mina che nella sua posizione potrebbe dare un grande esempio, portando qualcosa di nuovo».

C’è oggi un’erede di Patty Pravo?
«Me lo auguro. Anzi, sono convinta che in giro ci siano dei talenti. Ma sono scomodi, perché le case discografiche, al momento in grande difficoltà, preferiscono avere una vita più semplice lanciando dei prodotti “usa e getta”».

A lato, Patty in un angolo del suo terrazzo da dove si domina un meraviglioso panorama della Roma antica, proprio nei pressi della Banca d’Italia.

Lei è favorevole alle nuove tecnologie applicate alla musica?
«Tutto sommato non è male che, grazie a Internet, un brano possa essere ascoltato in tempo reale in tutto il mondo. Io ho venduto oltre 100 milioni di dischi con mezzi normali, adesso occorre regolamentare il sistema per l’acquisto in Rete».

Qual è la parte del suo lavoro che le piace meno?
«Non sopporto la disorganizzazione, la confusione dei ruoli e la mancanza di professionalità. Se tutto funziona bene, del mio lavoro amo ogni cosa, ma soprattutto il palco. Per esempio, questa storia delle donne che non hanno mai cantato negli stadi non è vera. Io l’ho fatto all’inizio della mia carriera, prima ancora della Pausini».

La tv le interessa, magari un «one woman show»?
«Ne avevo proposto uno ad Agostino Saccà quando era direttore di Raiuno e gli era piaciuto molto. Poi sono cambiati i politici al vertice e di conseguenza anche le poltrone alla Rai e quindi il progetto si è bloccato. Ma è un’idea ancora aperta e forse prima o poi riuscirò ad attuarla».

È una telespettatrice attenta?
«No, guardo la tv qualche volta di notte. Ho vari decoder, mi fermo soprattutto su quella straniera: americana, inglese, indiana».

E capisce anche quella indiana?
«Io capisco pure il cinese: non so come, ma è così».

Ha visto la fiction «Piper»?
«No, me ne sono ben guardata».

Quando è andata in onda ha detto di non conoscere Martina Stella, l’attrice che interpretava un personaggio ispirato a Patty Pravo.
«Non ne avevo mai sentito parlare. E comunque non esiste usare il mio nome senza chiedermi il permesso. Mi avessero fatto una telefonata…».

Ma questo suo distacco è reale?
«Perché dovrei fingere? Sono distaccata dall’attualità; da poco ho ripreso a comprare i quotidiani, ma passo direttamente alle pagine della cultura per vedere se c’è qualcosa di interessante».

Non andrà neanche a votare?
«Io non ho mai votato e non ho intenzione di farlo adesso. Non vado a perdere il mio tempo così. Sono contro il sistema italiano. Bisognerebbe risistemare la Costituzione, valorizzare il rispetto dell’individuo che non è contemplato in nessun articolo. Io non faccio politica, ma arte, e non mi risulta che l’arte abbia mai influito sulla politica, mentre pare ultimamente che la politica stia influendo sull’arte».

Chi sceglierebbe tra Obama e Hillary?
«Obama. Lo tengo sotto osservazione già da due anni: è un signore che potrà imprimere un cambiamento reale agli Stati Uniti e ha ampiezza di vedute».

Si favoleggia dei viaggi di Patty Pravo nel deserto...
«Ho fatto diverse traversate in solitaria, dalla Libia al sud del Marocco. Qui, viaggiando da sola, sono entrata in contatto con i tuareg che mi hanno consentito di unirmi a loro e questo per me è stato un onore. Certo non sono viaggi semplici: devo documentarmi, procurarmi le mappe. Io parto sempre con un piccolo kit di salvataggio: dal siero contro le punture, all’ago e il filo. La cosa più bella è quando sei da sola, perduta, non sai se arriverai a destinazione e lì ti senti felice. È una sensazione che non si può descrivere a parole, ma ci vuole una grande forza per viverla».

C’è un viaggio che vorrebbe fare?
«Per il momento non mi posso muovere, perché i prossimi tre anni sono già programmati con il lavoro. Dopo vorrei spingermi nei luoghi inesplorati del deserto del Sinai».

Quali sono i suoi punti di riferimento?
«Fa piacere avere qualcuno su cui contare, ma penso che il nostro punto di riferimento siamo noi stessi. I miei amici sono pochi e di lunga data e non abbiamo bisogno di stare continuamente al telefono e raccontarci tutto».

Fa così anche con la sua famiglia?
«Con mia madre ho un ottimo rapporto. Non ci facciamo le telefonate di cortesia: quando la chiamo è perché mi fa piacere rapportarmi con una persona che stimo e rispetto».

Qual è il suo rapporto con il sesso?
«Da questo punto di vista ho avuto una vita fortunata, ma penso che ci sia un tempo per ogni cosa. Certo, nella vita non si può mai sapere, magari può succedere che a 70 anni ti innamori ancora. Per me i rapporti sentimentali importanti partono dal sesso, ma sono legati a qualcos’altro di più misterioso. In questo momento non sono fidanzata. L’ultima storia risale a due anni fa con Edoardo Massimi, un ragazzo molto più giovane di me e con il quale continuo a collaborare perché è il mio chitarrista. Abbiamo un bel rapporto, così come ce l’ho con i miei quattro ex mariti».

Li sente spesso?
«Sì, ma di più le loro mamme. Uno è in giro per l’America perché ha fatto un disco di successo e sta suonando. Un altro pure. Un altro ancora se ne sta in barca perché ha ereditato e Gordon Fagetter, che è stato il mio primo marito, vive a Roma e fa il pittore».

Si prenderebbe un uomo in casa?
«Quando ci si abitua ad avere i propri spazi è difficile rinunciarci. Io sicuramente non sono una persona che si trasferisce in casa altrui. Certo, mi manca qualcuno che mi metta a posto i cd, che mi sistemi i faretti, che non mi faccia incasinare con i fili elettrici, ma non mi posso mettere una persona in casa solo per queste cose».

Si risposerebbe?
«Non credo. A meno che non me lo chiedano. Gli uomini me lo hanno sempre chiesto. Per me, non avendo voluto figli, non ce n’era bisogno».

Si è pentita di non averne avuti?
«No, perché più vedo come vanno i figli degli altri in ogni parte del mondo e più mi rendo conto che ho fatto bene. È una scelta importante che ho fatto da giovane e che ho portato avanti con convinzione. I figli sono incompatibili con la vita di un artista».

Li adotterebbe da single?
«Non lo so, forse cinque o sei, così si fanno compagnia, ma dovrei smettere di lavorare. Già con un gatto in casa è un impegno faticoso perché richiede tante energie, figurati con i figli! E poi i figli vanno fatti da giovani».

Ultimamente si è tornato a discutere della legge sull’aborto. Cosa ne pensa?
«Mia nonna mi ha parlato dell’aborto a otto anni raccontandomi come si faceva e fornendomi un’educazione sessuale molto realistica. Credo che all’aborto non ci si debba arrivare, ma se proprio è inevitabile allora meglio abortire il prima possibile e in ospedale tutelati dalla legge».

Lei ha mai abortito?
«No, ho sempre usato la pillola. Con tutti i sistemi di contraccezione che ci sono basta un po’ più di attenzione per evitare inconvenienti».

Professionalmente quanto vuole andare avanti?
«Fino a quando non sento di avere esaurito quello che avevo da dare. A quel punto mi ritirerò in una casa piccola, spero con Memè, magari vicino al deserto…».

Non c’è niente che le manca oggi?
«No. Sono contenta così».

Quale regalo vorrebbe ricevere per il suo sessantesimo compleanno?
«Se vuole la verità, nessuno. Altrimenti: un jet personale da 24 posti; una piccola isola, ma di quelle meravigliose tipo Fiji; un hotel a Dubai con servizio 24 ore su 24; una suite per Memè e… immaginate voi».