04 Aprile 2011 | 10:29

Vasco Rossi si confessa come non mai

Ma come comportarsi con Vasco Rossi? Sul serio va preso sul serio, perché è Vasco. Ma poi bisogna distinguere le battute dalle confessioni, il gusto dello sberleffo dalla sua profonda visione della vita e qui la cosa si fa difficile, perché come tutti i grandi rocker non cambia espressione cambiando tono, parla come canta e anche a guardarlo fisso negli occhi, beh, c’è sempre il rischio che ti prenda un po’ in giro senza che tu te ne accorga...

 di

Vasco Rossi si confessa come non mai

Ma come comportarsi con Vasco Rossi? Sul serio va preso sul serio, perché è Vasco. Ma poi bisogna distinguere le battute dalle confessioni, il gusto dello sberleffo dalla sua profonda visione della vita e qui la cosa si fa difficile, perché come tutti i grandi rocker non cambia espressione cambiando tono, parla come canta e anche a guardarlo fisso negli occhi, beh, c’è sempre il rischio che ti prenda un po’ in giro senza che tu te ne accorga...

04 Aprile 2011 | 10:29 di

Vasco Rossi (foto Massimo Sestini)

Ma come comportarsi con Vasco Rossi? Sul serio va preso sul serio, perché è Vasco. Ma poi bisogna distinguere le battute dalle confessioni, il gusto dello sberleffo dalla sua profonda visione della vita e qui la cosa si fa difficile, perché come tutti i grandi rocker non cambia espressione cambiando tono, parla come canta e anche a guardarlo fisso negli occhi, beh, c’è sempre il rischio che ti prenda un po’ in giro senza che tu te ne accorga. Per esempio, dice: «Sono il più grande artista italiano sotto i 60 anni». Ma questa frase non la diceva Bret Easton Ellis, lo scrittore americano di «American Psycho», quando aveva meno di quarant’anni? Comunque: Vasco appare in grande forma (jeans, cintura borchiata e maglietta nera) per parlare (anche) del suo nuovo straordinario album, «Vivere o niente», 12 pezzi cantati e suonati come solo lui sa fare, «con tutto il necessario», come dice una sua canzone («Rewind»): sax, chitarre e rock spianato. A giugno ripartirà in tour negli stadi (tra cui l’Heineken Jammin Festival a Mestre l’11 giugno e quattro date a San Siro tra il 16 e il 22), «perché dal vivo, dài, sono il più bravo di tutti». Talmente «il più bravo di tutti» che la Scala sta pensando seriamente di allestire uno spettacolo di balletto sulle sue canzoni. Chi l’avrebbe detto? Nemmeno lui, forse. Forse nemmeno scherzando. Lui che al massimo fa: «Eh… già», come la canzone che da settimane impazza in radio: «Eh, già, io sono ancora qua».
Scusi, Vasco, ma c’era bisogno di sottolinearlo che lei è ancora qua?
«Beh, diciamo che dopo “Vita spericolata” ero a posto, avevo scritto la canzone della vita. E invece sono trent’anni che ci sono, che scrivo canzoni oneste e sincere, che quando le riascolto ho un po’ di timore, e invece alla fine ogni volta sono proprio contento».
È contento anche di quest’album?
«Il disco continua il discorso con i fan, anzi, non mi piace chiamarli fan, con quelli che ascoltano, che si commuovono, che capiscono quando dico che “faccio dei debiti con me”. Se uno non capisce, col cavolo che io mi metto a spiegarglielo».
Il titolo è: «Vivere o niente». Quel niente sta per?
«Nel senso che tanto non sappiamo perché siamo qua, quel “niente” sta per niente, o vivi o non vivi, o vivi o subisci. Io ho scelto di vivere anche la mia vita spericolata, che non significava vita drogata. Quando Ricky Martin cantava “La vida loca” andava bene, io invece facevo una canzone in cui me la prendevo con la Coca-Cola e tutti pensavano che inneggiassi alla cocaina».
Perché ce l’aveva con la Coca-Cola?
«Era una critica alla pubblicità che ho sempre considerato un veicolo di messaggi falsi».
Però ha dato una sua canzone allo spot della Fiat.
«Perché la Fiat è la Fiat, e mi ha chiamato dopo trent’anni che mi trattavano come il più grande paria di tutti i tempi. È stata una bella rivincita, no?».
Si sente ancora addosso questo pregiudizio?
«Morirò prima io di questo pregiudizio, mi sa. Un pregiudizio che ha fatto leggere in modo distorto molte delle cose che ho scritto. Negli Anni 80 molti non ascoltavano nemmeno le mie canzoni, negli Anni 90 improvvisamente si sono messi ad ascoltarle e si sono accorti che non erano né pericolose né brutte e così è arrivato questo successo pazzesco. Eh già…».
Sulla copertina dell’album lei fugge in auto. Da cosa fugge Vasco?
«L’artista è un uomo in fuga dall’ipocrisia, dai benpensanti che lo vogliono far star zitto, dai posti di blocco dei conformisti, di quelli che hanno paura di chi dice le cose come stanno».
Hanno paura che lei dica cosa?
«Di tutto, che parli della droga, che parli di canzoni, che io sia libero come sono libero. Nel nuovo album dico: “Io te lo voglio urlare/Io sto male”. Basta con la menata che stiamo sempre bene».
Lei sta talmente male… che sta già lavorando a nuove canzoni!
«Io e il mio gruppo siamo come Dolce e Gabbana, lavoriamo sempre sulla collezione del prossimo anno. E poi le confesso: lavoro anche per fare l’album postumo, ho addirittura già inciso alcuni pezzi. Nel caso malaugurato mi dovesse succedere qualcosa, voglio che l’album “postumo” non venga considerato una speculazione».
Che se ne fa delle canzoni che avanzano?
«L’ultima che ho scritto si chiama “I soliti”. Per la Mannoia sono dieci anni che voglio scrivere, adesso io e Curreri abbiamo scritto un pezzo per lei e lei ancora non lo sa».
Come mai scrive sempre per le donne? Irene Grandi, Patty Pravo…
«Sono cresciuto in mezzo alle donne, ho una sensibilità femminile, amo la donna profondamente, ci sono delle auto che rimango lì incantato a guardarle, poi passa una donna e sparisce tutto».
Perché ha scritto un pezzo per Noemi?
«Leggo un’intervista dove lei dice che laverebbe i piatti per una mia canzone. Mi è piaciuta la battuta, e allora dico: “Chi è?”. Sono andato ad ascoltare la sua canzone su iTunes e ho scritto un pezzo che fosse nel suo stile».
Come funziona per lei l’ispirazione?
«Quando viene è un miracolo. Io ho degli sbalzi di umore terrificanti, ci sono giorni difficili, poi finalmente scrivo una canzone e mi scarico».
Questa volta quale è venuta di getto?
«“L’aquilone”. Ero in tournée, a Rimini, vedevo sulla spiaggia gli aquiloni. Il giorno dopo all’alba in albergo ho preso la chitarra e mi sono messo a suonare. All’inizio la chiamavo “la canzone stupida” e non la facevo sentire a nessuno, perché è una canzone che ha davvero troppa carne al fuoco…».
Il segreto è mettere meno «carne al fuoco»?
«Adoro la sintesi. La gente non ha più tempo di ascoltare, devi arrivare direttamente al cuore con una frase sola. Una canzone deve avere due o tre concetti. Non tanti, come quelle dei cantautori».
Quindi non le piacciono i cantautori?
«Se dovessi dire cosa penso sul serio di certi cantanti… Alcuni, anche di grande successo, li farei sparire. Artisticamente, eh? D’altronde, i cantanti suscitano sempre sentimenti di odio e di amore».
Chi sono quelli che le piacciono?
«Mi piace Zucchero, mi piace la crescita di Jovanotti, mi piace abbastanza Ligabue. Ma il genere che mi fa emozionare è quello degli U2, dei Green Day…».
Dice che la vita «è un caso e non un dono». La sua musica è un caso o un dono?
«È un caso: la natura mi ha fatto nascere per caso e mi ha dato questo talento per caso. Ma la vita non me l’ha data nessuno, siamo noi il miracolo».
Quindi, lei non crede.
«A 15 anni sono stato in un collegio di preti per tre anni, poi mi è passata la fede. Io rispetto la religione, rispetto che uno abbia una grande illusione, come diceva Sant’Agostino. Poi ci sono quelli che non credono più in Dio e credono nell’oroscopo. Allora preferisco ancora chi crede nelle grandi illusioni».