22 Aprile 2013 | 14:05

Bastille, Sorrisi incontra la band rivelazione di «Pompeii»

«Pompeii» è la canzone più trasmessa dalle radio, l'album «Bad blood» ha esordito al numero uno in Inghilterra. Ciò nonostante, tengono i piedi ben saldi per terra: abbiamo incontrato i Bastille e ci hanno raccontato com'è cambiata la loro vita da quando sono diventati i fenomeni dell'anno.

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Bastille, Sorrisi incontra la band rivelazione di «Pompeii»

«Pompeii» è la canzone più trasmessa dalle radio, l'album «Bad blood» ha esordito al numero uno in Inghilterra. Ciò nonostante, tengono i piedi ben saldi per terra: abbiamo incontrato i Bastille e ci hanno raccontato com'è cambiata la loro vita da quando sono diventati i fenomeni dell'anno.

22 Aprile 2013 | 14:05 di

La loro «Pompeii» è la canzone più trasmessa dalle radio italiane e il quarto singolo più scaricato nel nostro paese. Nel Regno Unito, sono riusciti addirittura nell’impresa di piazzare il loro album d’esordio «Bad Blood» al primo posto della classifica. Ciò nonostante, il gruppo fondato dall’inglese Dan Smith tiene ancora i piedi ben saldi per terra: abbiamo incontrato i Bastille in una bella mattina di sole a Milano e ci hanno raccontato com’è cambiata la loro vita da quando sono diventati da una piccola band di pop alternativo in uno dei fenomeni dell’anno.

(nella foto, i Bastille: da sinistra, Kyle Simmons, Dan Smith, Will Farquarson e Chris Wood)

«Quest’anno siamo stati molto occupati, sempre in tour» ci raccontano. «È molto divertente, ed è sempre molto diverso. Abbiamo suonato in alcuni locali che fino a pochi anni fa potevamo solo sognarci: crescendo a Londra abbiamo visitato spesso quei posti e non avremmo mai e poi mai pensato di suonarci».

Ma questo successo improvviso non sembra avere cambiato il loro approccio semplice e umile: «Come band siamo abbastanza pessimisti, non sappiamo mai come reagire quando ci capitano cose che non avremmo mai immaginato. Non abbiamo un vocabolario adatto: siamo eccitati? Scioccati? Siamo in una fase di negazione? Non avremmo mai pensato di arrivare in Italia e incontrare persone che conoscono a memoria le nostre canzoni e il nostro album».

«Ci sentiamo come i vincitori di un concorso» dice Dan. «Abbiamo vinto la gara e ora siamo in questa fase, quella in cui tutti ci conoscono. Ci capita spesso di suonare in posti e chiederci “ma questo è un luogo dove suonano le band vere!”. Nessuno di noi ha mai voluto essere famoso o cose del genere. Siamo stati in televisione [a “Quelli che il calcio”, ndr] e c’erano dei fan fuori che ci aspettavano. E non siamo stati mai in Italia prima! Ci siamo detti: “Cosa ci facciamo qui? È bizzarro!”».

E il momento di gloria continuerà con tre date dal vivo, come supporter dei Muse. «È una delle nostre band preferite. È letteralmente un sogno che si avvera, ma cercheremo di non comportarci come dei fan sfegatati durante il tour. Nel backstage dei Brit Awards ho incontrato Frank Ocean e mi è venuto un colpo. È stato molto imbarazzante. Mi sono detto “non gli chiederò una foto, non gli chiederò una foto”… e poi gliel’ho chiesta! Sono stato pessimo» racconta Dan.

Il leader Smith, tra le altre cose, è un cinefilo accanito e l’influenza della sua passione si ritrova nella sua musica: «Non so spiegare come funzioni,  vedo ogni canzone come un tema autosufficiente, con la sua atmosfera, e uso la produzione e le parole per creare una cosa simile alla scena di un film. Nei primi mixtape era più palese la connessione, in questo album l’uso degli archi deriva dalla passione per le colonne sonore. Il caso di “Laura Palmer” è più ovvio, ma io vedo ogni canzone come una piccola storia, con dei dialoghi, conversazioni di un film».

«Quando scrivo una canzone non sono interessato a scrivere di me, perché penso di essere piuttosto noioso; quindi preferisco immaginare una situazione, condizionato magari da ciò che mi è accaduto in passato. Immagino me stesso in un altro scenario. Come in “Pompeii”: stavo leggendo quello che era successo a Pompei, stavo guardando le foto dei morti e ho pensato che fosse interessante immaginare una conversazione tra due cadaveri. Nella mia mente, è così che è nata la canzone».

L’amore per il cinema, prima della musica, aveva portato Dan su un’altra strada: «Scrivevo recensioni di film per il giornale dell’Università. Ma ero incapace a fare interviste. Una volta è venuta Regina Spektor per uno show alla radio ed è stato terribile, ero imbambolato e riuscivo solo a dire “sei fantastica!”. Ora siamo in tour da un po’, abbiamo fatto molte interviste, e abbiamo visto molti ragazzi nella stessa posizione: erano lì solo perché volevano incontrarci. Mi piaceva molto scrivere ma in Inghilterra è molto difficile mantenersi con il giornalismo. Avrei voluto fare un master, ma ho rinunciato e poi mi sono concentrato sulla band. Era bello produrre qualcosa di tangibile, ora è quello che faccio con la band».

Tra i registi più amati, come Dan ha ripetuto più volte, c’è il nostro Dario Argento: «Ci piacerebbe che girasse un nostro video: spargete la voce! Quando ero giovane mi sono appassionato ai film horror. Ho cominciato da alcuni brutti film americani, poi ho esplorato di più il genere, ho scoperto gli horror asiatici e poi il “giallo” e quindi Dario Argento. Li ho visti tutti: “Suspiria”, “Opera”, “Profondo Rosso”. Amavo il fatto che li girasse senza audio, che ci fossero attori internazionali che sul set non si capivano tra loro e che Argento li doppiasse in seguito. Ma soprattutto visivamente sono lirici e drammatici, è una cosa che mi conquista tantissimo. Da lì è partita la mia passione per i film. E poi è arrivato David Lynch» dice, indicando la sua capigliatura, ispirata a quella del regista americano, e la maglietta con la scritta: «Io ho ucciso Laura Palmer».

Dopo l’abbandono del giornalismo, l’idea di una band è nata quasi per caso: «Prima di metterci insieme io stavo già facendo musica» racconta Smith. «Kyle Simmons [tasterista, ndr] era l’amico di un amico: un’estate, durante una bevuta, abbiamo cominciato a parlare di suonare insieme. Poi ne abbiamo riparlato da sobri. E l’abbiamo fatto davvero». Essere parte di un gruppo è tutta un’altra cosa rispetto agli esordi da solista: «Mi aiuta con la timidezza. Le prime volte me ne rimanevo nascosto dietro la tastiera, adesso invece giro per il palco con il microfono in mano. E nonostante mi piacesse comporre da solo nella mia stanza, ho sempre desiderato avere un gruppo. È molto più divertente. Molti dei brani sono scritti da me, quindi il rapporto con i testi non è cambiato molto da quando siamo una band. Ma andando avanti con il tempo potremo vedere come questo approccio cambierà. In fondo siamo in tour e siamo insieme tutto il tempo, sarà interessante vedere come cambieranno le cose con i prossimi album.»

Per il momento, la stampa musicale sfodera spesso il paragone con i Coldplay, che sfiora un nervo scoperto per Dan e compagni: «È un confronto interessante ma pensiamo che sia un po’ pigro» dicono. «Siamo inglesi, abbiamo un accento inglese, facciamo canzoni popolari. Al di là di questo? Non abbiamo niente contro di loro, sono una grande band; ma è un po’ frustrante essere sempre confrontati con una band completamente differente. Una delle cose contro cui ci siamo scontrati è il bisogno di definirci: il genere che facciamo non è pop, non è indie, allora cos’è? È importante per noi chiarire che… non ci interessa davvero. Volevamo solo fare un album di canzoni che troviamo interessanti, alcune molto “live” con archi epici, altre più minimali ed elettroniche. Ma quando fai la tua musica, ci senti cose diverse da quelle che ci sentono gli altri».

E si comincia già a lavorare per il prossimo album: «Stiamo cercando di scrivere anche “on the road”. Per adesso sono uscite quattro o cinque canzoni che non sono ancora finite. Sono molto diverse tra loro, una canzone è un brano leggero, un altro ha sonorità che ricordano “2001” di Dr Dre. Sarà interessante sentire le varie influenze nel corso del tempo. Ci piacerebbe avere un secondo album entro il prossimo anno. Penso che sia possibile».

Intanto è arrivato anche il nuovo singolo «Laura Palmer», con tanto di video ufficiale. «Odio recitare nei video musicali. Ma va fatto, la gente se lo aspetta, quindi cerco di divertirmi nel farlo. Ci sono tantissime persone che sognano di fare quello che facciamo noi, bisogna lasciare alle spalle il cinismo». Il titolo del brano si rifà a «Twin Peaks», la serie tv di culto di David Lynch, ma il video ufficiale si discosta dall’omaggio esplicito.

«Abbiamo avuto un dibattito» racconta Smith: «All’inizio doveva essere un omaggio a “Twin Peaks”, ma poi abbiamo pensato che non tutti conoscono la serie. Molta gente si sarebbe persa il riferimento, chi lo conosce avrebbe potuto pensare a un insulto. Così abbiamo pensato di fare qualcosa di completamente diverso: un video che spiegasse il nostro fastidio nell’apparire in un video: rapiti, torturati e costretti a fare un video pop stucchevole con i laser e il fumo. La cosa buffa è che siamo stati in uno show in Inghilterra dove mostravano solo le clip della parte con i laser: l’ironia si era completamente perduta!»

Nel frattempo, continuano i concerti e i Bastille si sentono più a loro agio: «Siamo fortunati ad aver avuto due anni per sviluppare le canzoni in Inghilterra come una band dal vivo. Più suoniamo le canzoni, più ci viene facile. All’inizio eravamo più preoccupati di quello che facevamo sul palco, ora è più naturale e quindi anche molto più divertente per noi. Suonare con il pubblico che canta insieme a noi è fantastico».

Ma la loro testa rimane sulle spalle e i piedi per terra: «La scorsa estate eravamo ancora una piccola band, e in un grande festival siamo usciti sul palco e tutti sapevano i testi delle canzoni. Sei mesi prima che l’album uscisse! Lì ci siamo guardati e ci siamo detti: “è veramente assurdo”. Ma non ci sentiamo ancora una band di successo. Siamo persone normali, ci sembra che stia succedendo a qualcun altro. Come quando eravamo tra i primi posti in classifica nel Regno Unito e tutti dicevano che avevamo una “battaglia di chart con One Direction e Justin Timberlake”. Quando l’ho riferito a mia sorella al telefono ho pensato: è veramente una cosa strana da dire ad alta voce!».