29 Gennaio 2013 | 08:36

Baustelle, l’intervista per l’uscita di «Fantasma»: «Con questo album siamo tornati a casa»

Esce «Fantasma», il sesto album di inediti dei Baustelle, la band di Francesco Bianconi. «È un percorso, non è una raccolta di canzoni» dicono in questa lunga intervista. «Lo abbiamo inciso in parte nella nostra Montepulciano. Non tornavamo lì da anni per registrare. Volevamo fare le cose con calma. Siamo definitivamente tornati a casa»...

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Baustelle, l’intervista per l’uscita di «Fantasma»: «Con questo album siamo tornati a casa»

Esce «Fantasma», il sesto album di inediti dei Baustelle, la band di Francesco Bianconi. «È un percorso, non è una raccolta di canzoni» dicono in questa lunga intervista. «Lo abbiamo inciso in parte nella nostra Montepulciano. Non tornavamo lì da anni per registrare. Volevamo fare le cose con calma. Siamo definitivamente tornati a casa»...

Foto: Fantasma

29 Gennaio 2013 | 08:36 di

«Fantasma» sembra la colonna sonora di un film.
«In effetti volevamo fare un film horror ispirato a questo nostro nuovo lavoro, qualcosa di vagamente inquietante. Poi è sfumata l’idea».

Con il singolo «La morte (non esiste più)» avete spiazzato i vostri fan...
«Se non fosse così, se non li confondessimo, direbbero che siamo sempre uguali. Sul fatto che non siamo più quelli di “Sussidiario” hanno ragione. È naturale che io scriva oggi canzoni che rappresentano Francesco Bianconi a 40 anni e non più a venti. Nemmeno loro sono più gli stessi».

Questa cosa non viene molto capita, in generale.
«I primi album dei gruppi e delle band nate in ambito indie rock, per usare una brutta parola, fanno proseliti di nicchia. C’è molta gente che ti scopre con fatica, si crea un’affezione particolare. Anche io da ascoltatore tendevo a essere possessivo, mi è dispiaciuto, per esempio, quando i REM hanno pubblicato “Out of Time”, l’album della loro consacrazione.

È come se i fan vantassero un diritto su di voi, giusto?
«Esatto. Se poi fai un disco con più soldi e cominci a essere ascoltato non più da trenta persone, quei primi fan si sentono traditi a prescindere dal contenuto. È il dispiacere che qualcosa che era solo tuo diventa di tutti».

Lanciare un album vicino a Sanremo a mercato italiano quasi fermo è insolito.
«Abbiamo lanciato “Amen” con la stessa tempistica. Sanremo è una cosa, noi siamo un’altra. C’è spazio per tutti, la gente per fortuna non aspetta il Festival per comprare gli album. Sanremo è un evento mediatico, uno spettacolo televisivo. Forse non necessariamente un’occasione per promuovere un disco».

I vostri album non sono mai «facili», ci potere potete offrire una piccola guida all’ascolto di “Fantasma”?
«È un percorso, non è una raccolta di canzoni. È stato scritto con l’idea di avere un tema comune, il tempo. È un album che bisogna ascoltare dall’inizio alla fine consapevoli che è una cosa che non si fa più. La scaletta è il percorso che noi indichiamo. Non vogliamo imporlo, ma il disco è fatto apposta per essere ascoltato in sequenza. Nell’era dello shuffle e dello skip, ci rendiamo conto che è qualcosa di particolare, di più classico rispetto al modo attuale in cui viene ascoltata la musica.

Quale idea, legata al tema portante del tempo, volevate far passare attraverso il disco?
«Il tempo è visto come passaggio, in positivo e in negativo. Si parla della fine del tempo intesa come Apocalisse, come momento in cui arriverà la vera felicità. In “Radioattività” si cerca l’eterno nell’età e il bello nell’orrore. Ogni canzone ha una sfaccettatura. Il tempo è inteso come declinazione del passato che pesa sul presente, come male della società e in “Futuro” il tempo è nella difficoltà di vederlo chiaramente, soprattutto in momenti critici come questo, dove i giovani non riescono a immaginarsi tra vent’anni».

Che cosa vi ha portato in Polonia per le registrazioni?
«Noi ci siamo andati con l’idea di soddisfare il nostro primo grande sogno di sempre, avere un’orchestra dentro un nostro album. Avremmo potuto registrare con suoni digitali, ma non sarebbe stata la stessa cosa. Abbiamo fatto una ricerca, abbiamo visto quali erano i costi, cercando professionisti capaci. Alla fine Enrico Gabrielli, che ha arrangiato parte del disco, ha suonato con la sezione di archi di questa orchestra in alcuni live di Mike Patton in Europa. Così abbiamo deciso di lavorare con loro. Sono stati bravissimi, abbiamo registrato in soli due giorni in un auditorium stupendo».

E poi siete tornati dopo tanto tempo nella vostra terra, a Montepulciano.
«Sì, per l’album ha avuto un influenza incredibile, abbiamo costruito uno studio mobile. Non tornavamo lì da anni per registrare. Volevamo fare le cose con calma, volevamo un posto dove si sta bene e non c’è alcuna pressione temporale. Siamo definitivamente tornati a casa».

Dopo 10 anni di carriera, avete ancora un pubblico vero e molto vasto di giovanissimi. 
«Ci fa davvero piacere. Il pubblico, a nostro avviso, non si sceglie e non si seleziona. Chi sta da questa parte dovrebbe scrivere cosa sente e offrirlo a tutti. Ci rendiamo conto che “Fantasma” possa essere considerato un disco “difficile” per un ragazzino. Magari è vero, magari no. A 16 anni ascoltavo i cantautori e sono sicuro di non essere stato l’unico. Mi piaceva ascoltare cose diverse dagli altri. E penso che oggi valga lo stesso per molti altri. I teenager non sono così facili come sembra».

A volte identificano in lei, Francesco Bianconi, l’incarnazione di uno dei pochi autori capaci di produrre testi di qualità. In Italia ci sono pochi autori bravi? Può essere vero?
«Fino a metà Anni 80 c’era un sacco di musica rock alternativa, c’erano il pop e i cantautori. Si poteva scegliere. Oggi o sono morti o non hanno più idee, una cosa normale, potrà succedere anche a me. Non diamo troppa importanza a questo mondo, che alla fine è un mondo di canzonette. Ora c’è troppa musica leggera e tutto il resto è frammentassimo. A influenzare la gente è chi è più visibile o più appetibile per la stampa. È strano perché nell’era della Rete uno dovrebbe avere più libertà, ma di fatto ricercare in Internet costa fatica, non è semplice. E questo crea la sensazione che manchino le buone canzoni. E invece ci sono, eccome».

Quindi ci sono ancora cosa belle scritte per il grande pubblico.
«Rimango molto interessato a Battiato perché è uno di quelli che continua a fare cose non banali, non ha mai perso l’ispirazione, ricerca e si sente. Ci possono essere delle scelte di arrangiamento meno condivisibili oggi, ma Battiato è un esempio di via maestra di chi scrive per tutti, con elevatissima qualità. Magari ce ne fossero come lui».

E la teoria per cui «i rapper sono i nuovi cantautori»?
«I rapper mi interessano molto. Ci sono dei dischi rap che sono fondamentali nella storia della musica. Questo non significa che tutto il rap mi piaccia. Molto di quello che sento adesso trovo sia la versione televisiva e radiofonica di questo genere musicale, nella peggiore accezione del termine. Potenzialmente tra i rapper ci sono nuovi e bravi cantautori, ma potenzialmente anche un nuovo sottofondo. Dipende dalle cose che si dicono, può essere divertimento questa musica ma se il rap è immediatezza della parola e diventa solo questo, no, non ci siamo».

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