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Carmen Consoli presenta il nuovo album «L’abitudine di tornare»

L’attesa, lunghissima, finisce oggi. Ma i fan non dovevano temere: come recita il titolo del nuovo disco, Carmen ha «L’abitudine di tornare». E anche questa volta lo ha fatto con un album bello e prezioso.

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Carmen Consoli presenta il nuovo album «L’abitudine di tornare»

L’attesa, lunghissima, finisce oggi. Ma i fan non dovevano temere: come recita il titolo del nuovo disco, Carmen ha «L’abitudine di tornare». E anche questa volta lo ha fatto con un album bello e prezioso.

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Quando nel 1996 Carmen Consoli andò per la prima volta (tra i Giovani) al Festival di Sanremo a cantare «Amore di plastica», già si poteva intuire che la cantautrice catanese (ai tempi 21enne) avrebbe cambiato a suo modo la storia della musica italiana: nei decenni successivi è diventata, con un pugno di dischi straordinari, una delle firme più apprezzate e costanti della nostra canzone. Ma negli ultimi cinque anni la «cantantessa» ha preferito il silenzio: un periodo dedicato alla sua vita privata e alla nascita di suo figlio, che ora ha un anno e mezzo.

L’attesa, lunghissima, finisce oggi. Ma i fan non dovevano temere: come recita il titolo del nuovo disco, Carmen ha «L’abitudine di tornare». E anche questa volta lo ha fatto con un album bello e prezioso.

Il primo dei suoi dieci brani inediti, già lanciato in radio, è proprio quello che dà il titolo al disco: una storia d’amore spietata raccontata dal punto di vista di un’amante di lunga data, di una «eterna seconda». L’album continua con un inno malinconico all’adolescenza, «Ottobre», e la nostalgia per il passato traspare anche nell’ironica «Sintonia imperfetta», dove Carmen canta «L’amore ai tempi dei miei nonni era sognante» su un arrangiamento inusuale (con un pizzico di elettronica).

La maturità di questo album si sente però anche nei temi affrontati: la Consoli ha sempre avuto un occhio di riguardo per i drammi della Storia («Un sorso in più») o dell’attualità («Eco di sirene») e qui non si smentisce: «Esercito silente» è un affresco di una Palermo segnata dall’omertà («Chissà se il buon Dio perdonerà il silenzio»), in «E forse un giorno» appare lo spettro della disoccupazione («Mio marito non lavora da un po’ e insieme al sorriso ha detto addio a salute e dignità») e in «La notte più lunga» si racconta uno sbarco trasformato in «un reality in mondovisione». Non manca l’ennesimo grande ritratto di donna: «La signora del quinto piano».

Tornare è una buona abitudine, farlo con questa intensità non è da tutti.