03 Agosto 2013 | 04:32

Claudio Cecchetto, l’uomo delle stelle. Intervista al talent scout più famoso d’Italia

«Mi annoia tutto, sono incontentabile: quando trovo chi mi elettrizza, mi accendo. Sempre alla ricerca di gente che vada contro i canoni classici. In definitiva, fanno quello che vorrei fare io se ne fossi capace. Jovanotti è il più grande artista che abbiamo in Italia»....

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Claudio Cecchetto, l’uomo delle stelle. Intervista al talent scout più famoso d’Italia

«Mi annoia tutto, sono incontentabile: quando trovo chi mi elettrizza, mi accendo. Sempre alla ricerca di gente che vada contro i canoni classici. In definitiva, fanno quello che vorrei fare io se ne fossi capace. Jovanotti è il più grande artista che abbiamo in Italia»....

Foto: © PIGI CIPELLI 2013 - 06�72013 PORTOFERRAIO, SPIAGGIA DELLA BIODOLA. CLAUDIO CECCHETTO FOTOGRAFATO ALL' ISOLA D'ELBA PRESSO L'HOTEL HERMITAGE DI PORTOFERRAIO.

03 Agosto 2013 | 04:32 di

Max Pezzali, una delle sue tante scoperte, oggi va in giro per la Penisola a caccia di tormentoni in «Nord Sud Ovest Est», in onda ogni lunedì su Italia 1. Ma la verità è che non c’era bisogno di fare tanta strada: le nostre estati (tante, se non tutte) portano la firma di Claudio Cecchetto.

Lo abbiamo raggiunto nella sua casa milanese in zona San Siro. È una via di mezzo fra il rifugio di Diabolik e quello del Numero Uno del Gruppo Tnt. Del primo ha l’avanzata tecnologia (14 computer in due stanze, aggeggi elettronici a iosa e un megaschermo led nell’ufficio personale del boss, adibito alla compulsazione dei social network); del secondo, la propensione al ricordo, fra poster, premi e memorabilia di un’intera carriera. Cecchetto, che a settembre tornerà a «Io canto» nell’inedita veste di caposquadra («Non vedo l’ora di lavorare con la Maionchi» dice) è di ottimo umore.

Cecchetto, com’è riuscito a diventare la leggenda dei talent scout italiani?
«Prendendo, con gioia, artisti che gli altri rifiutavano».

Si spieghi meglio.
«Massì, mi annoia tutto, sono incontentabile: quando trovo chi mi elettrizza, mi accendo. Sempre alla ricerca di gente che vada contro i canoni classici. In definitiva, fanno quello che vorrei fare io se ne fossi capace».

Fiorello, per dire, è talento allo stato puro…
«Sempre stato così, ma bisognava lavorarci su. Per la sua esuberanza, si danneggiava da solo. Addirittura lo tenevano fuori dalle conferenze stampa. Gli dicevo: “Prima fatti conoscere, poi puoi sbracare un po’”. Ora è il numero uno dell’intrattenimento”.

Con l’«Edicola Fiore» presidia il territorio…
«E non ci guadagna una lira. Sta sul Web, fa grandi audience lì, e intanto lavora ponendo le basi per un nuovo spettacolo. Mai in vacanza».

Il pupillo di Cecchetto, però, resta Lorenzo Cherubini.
«Jovanotti è il più grande artista che abbiamo in Italia. Vedo lui e penso ai grandi americani. Quando mi ha fatto sentire “Ti porto via con me”, gli ho detto: “Tu sei Beethoven, sei Chopin”».

Oggi è impagabile. Però agli inizi, quando lo seguiva lei, la gente andava in giro con la maglietta satirica «Jovanotti For Deficient».
«Questa è l’argomentazione di chi non ha capito niente: se io ho per le mani un bravissimo bambino di due anni, lo spingo a fare cose che fa un maggiorenne, o lo aiuto a fare al meglio quelle di un bimbo di due anni? Poi è cresciuto, vive di contaminazioni. L’ho prodotto sino al cd della svolta, “Lorenzo 1992”, poi di comune accordo abbiamo pensato che dovesse passare a una multinazionale».

Amadeus l’ha lanciato lei, poi si è affermato con «L’eredità», che si è pentito di avere lasciato.
«Quando lo presi era un ragazzo di Ravenna deciso a salire sul treno del successo. Mi disse che qualcuno lo ospitava a Milano. Mentì per otto mesi: si alzava ogni giorno alle quattro per esserci».

E il boom degli 883?
«Rifiutati dalle case discografiche, li lanciai io. Oggi Max Pezzali è un talento assoluto che non sfiorirà. Scrive manuali di sopravvivenza amorosa e sociale per adolescenti. Ma agli inizi era Repetto, “il socio”, a spingerlo a osare di più. Gli diceva: “Esagera”. Max voleva scrivere per altri».

E Fabio Volo? Come riuscì a domarlo?
«Una testa calda, ma intelligente. Gli piaceva leggere. Arrivò con un disco, “Volo”. Gli dissi: se accetti di diventare dj, te lo trasmetto. E gli diedi il cognome del disco. Lo rimproveravo, e rispondeva: “Bravo Claudio, così mi sproni a fare meglio!”».

Uno dei suoi che oggi è un po’ in sofferenza è Francesco Facchinetti…
«Quando lo lanciai era Dj Francesco: adrenalinico, eccentrico… Poi è passato dalla canzone alla tv, e la tv tende sempre a importi i propri schemi. Lui deve essere totalmente libero di esprimersi».

Mai un litigio in tanti anni? Impossibile.
«Andò male con la band Rossovivo. Una sera dovevano esibirsi in un club. Si presentarono 20-25 spettatori, e il cantante della band non volle fare il concerto. Gli altri non erano d’accordo. Io decisi che non mi sarei più occupato di loro».

Lei li voleva sul palco.
«Ovvio: anch’io, da dj, a volte finivo nelle gelaterie. Due piatti e un vecchio mixer, se andava bene. Ma la serata la facevo lo stesso».

Riassumendo funziona così: lei sceglie persone stravaganti, che abbiano una luce e un entusiasmo che prescinde dalla volontà di guadagnare.
«Esatto. Devo vedere il sacro fuoco, la voglia di salire su un palco perché è solo lì che vogliono stare. Un altro comune denominatore è che sono tutti bravi ragazzi».

Quanti Telegatti ha vinto?
«È un calcolo complicato, perché molti vanno in realtà attribuiti ai miei artisti. I Telegatti e il Festivalbar sono gli unici show che mancano davvero agli italiani. La gente ne parla sempre e non si fanno più».

È vero che sua moglie Mapi scrive libri d’amore su commissione?
«È in fissa con l’amore. Ha il sito Lovebooks.it. Intervista sposo e sposa separatamente, e poi fa trovare loro al momento delle nozze una pergamena con i rispettivi pensieri sull’altro. Per ora è quasi arte, poi si vedrà».

Perché non ha accettato di fare il giudice di «X Factor»?
«Ci sono stati contatti informali molto tardivi, ormai il cast era già delineato. Ma un talent bomba ce l’ho in testa…
E i cantanti manco li voglio sentire!».

Questa non è male. Possiamo saperne di più?
«È il contrario di “The Voice”. Nella prima fase, il concorrente è chiuso in un cubo di plexiglas. I giudici vedono il suo look e ne seguono il labiale e le movenze, ma non lo sentono cantare».

E la voce che fine fa?
«Poi capiremo se trasmette qualcosa, non se è intonato. Comunicare è l’unico aspetto che conta. Un giornalista lo intervisterà, poi si esibirà, e alle spalle invece della scenografia ci sarà il suo servizio fotografico. Un progetto molto al passo con i tempi…».

Se incidesse la versione 2013 del suo «Gioca Jouer», quali parole nuove metterebbe?
«Cliccare, cellulare, “Su le mani!”, urlare. Si urla davvero tanto, oggi. Forse troppo».n