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16 Giugno 2013 | 05:35

Vasco Rossi, l’intervista: «Sono un uomo nuovo e non so vivere senza i concerti»

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a... ballare: è questo il nuovo motto di Vasco, che in questi giorni infiamma gli stadi di Torino e Bologna. Il «gioco duro» è quello della malattia, esorcizzata con ironia, ma anche quello del mondo di oggi...

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Vasco Rossi, l’intervista: «Sono un uomo nuovo e non so vivere senza i concerti»

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a... ballare: è questo il nuovo motto di Vasco, che in questi giorni infiamma gli stadi di Torino e Bologna. Il «gioco duro» è quello della malattia, esorcizzata con ironia, ma anche quello del mondo di oggi...

Foto: Allo stadio Olimpico di Torino, 9 giugno 2013. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

16 Giugno 2013 | 05:35 di Redazione

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a… ballare: è questo il nuovo motto di Vasco, che in questi giorni infiamma gli stadi di Torino e Bologna. Le sette date (sold out) sono la «seconda parte» del Live Kom, interrotto nel 2011 per motivi di salute. Il «gioco duro» è quello della malattia, esorcizzata con ironia, ma anche quello del mondo di oggi: «È una scaletta più rock rispetto a due anni fa: i tempi sono più cupi». Cappellino d’ordinanza e sorriso contagioso, Vasco ci accoglie alle prove in gran forma. «Sono un uomo nuovo» ci dice. E davanti a una pizza e a una sigaretta elettronica, ci racconta la voglia di tornare sul palco.

Mi dicono che mangi anche un sacco di verdure. Sarai mica diventato un salutista?
«No, sono solo disciplinato. Non posso fare più sciocchezze. Nei periodi “creativi” sono meno disciplinato, in quelli operativi faccio ciò che devo. Non ero mai riuscito a smettere di fumare, ma dopo un mese in clinica attaccato alle flebo non ho più ricominciato».

E hai trovato le sigarette elettroniche…
«Le avevo già scoperte due anni fa. Ti danno la stessa soddisfazione e fanno meno male»

Però ti stai allenando.
«Lo faccio tutti i giorni perché devo cantare dal vivo. Se fosse per me, non farei niente. Non sono portato per la ginnastica. Tutte le volte che devo iniziare, penso che lo sto facendo per i concerti».

E ora ti senti in forma?
«Sono i risultati di sei mesi di duro lavoro! Non ci vuole tanto. Se c’è gente che si sveglia alle sette per andare a lavorare, io posso fare il sacrificio di allenarmi per un’ora».

Cosa rappresentano per te questi concerti, dopo due anni?
«Fare i dischi mi annoia, il concerto è il motivo per cui si fanno le canzoni: si scrivono per cantarle a qualcuno. Nella vita tutto è un casino, ma quando parte la musica tutto quadra. Il mio problema infatti è sopravvivere durante le pause».

Quindi l’hai fatto soprattutto per te stesso?
«La scusa è recuperare le date e chiudere il tour, ma la verità è che volevo fare concerti. Dopo anni passati ai box, avevo ancora più voglia. Non vedevo l’ora. Devo tenermi a freno, tendo a scalpitare troppo».

Sette date sold out negli stadi in due giorni: per noi ormai è quasi scontato. Per te?
«Mi stupisce ancora. Continuo a pensare che questa straordinaria richiesta sia incredibile. E adesso che i biglietti sono stati venduti sono tutti a posto tranne me: ora devo farli, i concerti!».

Come sei cambiato in questi due anni, dopo i momenti difficili?
«Mi ero stufato del ruolo della rockstar, volevo tornare a essere un artista che scrive canzoni. Ma dopo questa brutta situazione mi è tornata la voglia. E ora mi sembra di scorgere una sfumatura in più in tutte le cose. C’è speranza per tutti. Certo, la consapevolezza costa sofferenza. C’è una frase di Nietzsche che mi piace, e che ho cambiato un po’: “Le conseguenze dei vostri atti vi prenderanno per i capelli anche se nel frattempo siete diventati… calvi”».

E dopo il tour? Sei già proiettato verso il prossimo autunno?
«Io faccio sempre progetti. Non costa niente. Ne ho tantissimi. Devo imparare l’inglese, lo dico da anni. Imparare a nuotare, invece, ho lasciato perdere. E ho intenzione di scrivere ancora canzoni».

Hai già un disco in preparazione?
«Ora contano solo le canzoni: si fanno uscire quando hai voglia di farle sentire. Le metti fuori, su Facebook, su iTunes. Così la gente le prende e le ascolta subito. I dischi ormai sono obsoleti».

Forse per chi scrive canzoni è una buona notizia.
«Ogni canzone è una storia: così hai tutto il tempo di fartela raccontare».

Rivedi la tua autenticità nel fenomeno del rap italiano?
«J. Ax è un amico e mi piace molto Caparezza, lo trovo geniale. È la musica ideale per veicolare una grande provocazione, proprio come le mie. So che i rapper mi rispettano, ma io faccio parte di un altro mondo. Ormai sono un dinosauro del rock».

Che ricordi hai dei due anni a Sanremo, tra il 1982 e il 1983?
«Da piccolo ascoltavo il Festival con mia mamma, ma in quegli anni nessuno ci voleva andare. Io ero un rocker, cosa ci andavo a fare? Allora chiesi: posso fare quello che mi pare? Perché a Sanremo non conta vincere, devi farti notare».

Dopo «Vado al massimo» ci fu un famoso incidente con il microfono.
«È la regola sul palco: se raccogli una cosa che ti è caduta, sembri un imbranato. Se non ti giri, sei una rockstar. Allora non mi sono girato. Tutti mi urlavano: “cosa fai, butti il microfono?” e io “sì, non mi serve più, ho finito!”».

E l’anno dopo?
Non ci volevo tornare: se fai l’asino due volte di fila, passi davvero per un asino. Ma “Vita spericolata” mi fece cambiare idea. Era la canzone della mia vita: non capita a tutti gli artisti di scriverla. E non vedevo l’ora di andare davanti a quella gente a dire che volevo una vita maleducata. Pensavo avrebbe avuto successo, invece scrissero solo che ero ubriaco».

Sono passati trent’anni: quando la canti adesso, assume significati nuovi?
«Ora la vita spericolata la faccio in un altro modo, ma la voglio sempre: la vita noiosa non mi piace. Vuol dire arrivare sempre ai limiti delle cose, ma non cadere dall’altra parte. Ogni volta che la canto è come quando l’ho scritta, torna l’emozione di quei tempi».

Erano anche tempi difficili?
«Ero arrabbiato con tutti. Mi sputavano per la strada, dicevano che corrompevo i giovani. Non era vero: era un inno alla vita. Ma ero solo la punta dell’iceberg: tutti volevano una vita spericolata, nessuno voleva andare a lavorare in banca».

Com’è nata la famosa performance a Sanremo?
«Sono arrivato con un giorno di ritardo. Tutti mi aspettavano: ero l’unico che non aveva fatto le prove. Così il regista mi ha mandato in castigo: le ho fatte per ultimo, alle sette di sera. Voleva che guardassi la telecamera, ma io studiavo da rockstar: Mick Jagger non guardava mai la telecamera. Alla fine, pensavo fosse bello uscire di scena durante il ritornello. Il regista mi urlò: “Ma ’ndo vai?”. I giornalisti scrissero che me ne ero andato via prima: nessuno aveva capito. È sempre stato questo il mio rapporto con la tv».

Fu proprio la tv a ispirare «Delusa». La guardi ancora?
«Guardo molti telefilm e cartoni animati. Mi piacciono “I Griffin”, “I Simpson” e “American Dad”. Li guardo per non pensare: ho molto tempo da perdere mentre aspetto che arrivino le nove: quella è l’ora in cui mi trasformo in una rockstar».

La vita da rockstar è quella di un tempo?
«Nei primi anni il vero divertimento arrivava dopo il concerto: le donne, la notte, i viaggi. Poi arrivi a un punto in cui cambia tutto, ci sono orari da rispettare, diventi per necessità disciplinato. Io poi sono un professionista: faccio le cose sul serio, meglio che posso».

Ai tuoi concerti c’è chiunque, dai teen­ager ai tuoi coetanei, ma le tue canzoni parlano a tutti. Come te lo spieghi?
«Ci ho pensato molto. Rimango sempre stupito quando vengono ragazze di 20 anni a dirmi che vanno pazze per canzoni che ho scritto 25 anni fa. Penso che siano istantanee di fasi che tutti attraversano, prima o poi. C’è il periodo in cui sei ribelle e urli “Siamo solo noi”, quello in cui vuoi una “Vita spericolata”, quello di “C’è chi dice no”, dove prendi coscienza del mondo. Sono le fasi che ho attraversato io, con tutti i miei difetti. È un talento che ho coltivato: ho fatto solo questo, nella vita. Per le canzoni, ho sacrificato tutto. Non ho mai pensato a nient’altro, compresa la mia pelle. L’avrei immolata, non gettata via. Alla fine sono uscite cose che hanno meravigliato anche me. Io la chiamo fortuna».