13 Giugno 2013 | 07:16

Congorock negli stadi con Jovanotti, intervista al dj che ha aperto il concerto di Bari

Il tour negli stadi di Jovanotti si apre con un vero e proprio rave a cielo aperto con alcuni dei dj più richiesti al mondo. E nella data di Bari, è toccato al leccese Rocco Rampino, detto Congorock, una star della musica dance...

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Congorock negli stadi con Jovanotti, intervista al dj che ha aperto il concerto di Bari

Il tour negli stadi di Jovanotti si apre con un vero e proprio rave a cielo aperto con alcuni dei dj più richiesti al mondo. E nella data di Bari, è toccato al leccese Rocco Rampino, detto Congorock, una star della musica dance...

13 Giugno 2013 | 07:16 di

Il tour negli stadi di Jovanotti si apre con un vero rave a cielo aperto: a scaldare il pubblico ci sono infatti alcuni dei dj più richiesti al mondo. Nella data di Bari è toccato al leccese Rocco Rampino, in arte Congorock, una star della musica dance.

Com’è stato il primo incontro con Lorenzo?
«È successo a Milano mentre Lorenzo stava lavorando alla produzione di “Ti porto via con me” con Benny Benassi. Benny è un mio grande amico, fa parte del giro dei dj con cui ho anche collaborato in studio. Quando Benny mi ha invitato in studio non avevo capito che si trattava di Jovanotti. Trovarmi a tu per tu con lui è stata un’emozione perché è una figura musicale che mi porto dietro da tanto tempo, è stata una delle poche volte nella mia vita in cui mi sono sentito, come si dice in inglese, “starstruck”».

Tu sei del 1983, quindi avevi…
«… avevo cinque anni quando Jovanotti ha cominciato».

Tu sei abituato a un certo tipo di pubblico, è diverso suonare in uno stadio?
«È diverso prima di tutto perché lo show è di Lorenzo e il pubblico è il suo. Siamo mutualmente nuovi, l’uno per l’altro. È un pubblico grande e importante con cui ho l’onore di confrontarmi ed è un’occasione rara per parlare a gente che non ha confidenza con il mio sound. Spero che qualcosa rimanga loro».

È l’idea di uno show che cerca di unire mondi diversi.
«Dimostra che Lorenzo ha un occhio attento per tutta la musica, al di là dei generi e al di là dell’audience di riferimento».

Hai già avuto occasione di suonare in concerti così imponenti?
«Io vivo a metà tra i club e i festival, e molti di questi ultimi, per esempio quelli americani, si avvicinano a questo tipo di evento. Ma è senza dubbio la produzione italiana più grossa che io abbia mai visto. Per come è concepito, è davvero d’avanguardia per i tempi. Farne parte è stupendo, è sopra la media».

Come è cambiato il tuo approccio alla musica da quando facevi parte di progetti indipendenti come i Death Of Anna Karina?
«La passione per la musica è la stessa, l’emozione è sempre forte. Poi magari cambia la forma delle cose attorno, la dimensione del palco o del pubblico, ma è come se fosse un percorso naturale che va avanti da 15 anni per arrivare fino a qui. Mi ritengo fortunato: è un percorso speciale, ed è esaltante come il primo giorno».

Sei reduce dal tour 777 di Rihanna, che da fuori è stato un po’ controverso.
«Da dentro è stato una figata».

Ti rendevi conto che c’era un po’ di malcontento tra i giornalisti?
«Era un tour concepito per la stampa, per un pubblico esclusivo. Eravamo sull’aereo con 200 giornalisti che avevano fame di titoli. Forse io sono abituato, più di altre persone, a fare la vita “on the road”, agli spostamenti pazzi, a dovermi adattare alla logistica. Ma è stata un’avventura, era una scommessa. Alcuni giornalisti non hanno gradito, non erano ferrati per questo stile di vita e non trovavano niente di eclatante da scrivere. Ma in realtà era tutto molto professionale».

Sei un prodotto made in Italy da esportazione. Tu, Benny e altri siete riusciti a varcare i confini come pochi italiani riescono a fare. Ora ti senti apolide oppure ci tieni a sottolineare le tue origini?
«Purtroppo non riesco a suonare molto in Italia, faccio gran parte delle date all’estero. La maggior parte dei festival sono all’estero. Ma quando torno è sempre qualcosa di speciale. Ci tengo a suonare in Italia, il valore aggiunto di questa serata, da pugliese, è di poter suonare a Bari. Forse l’esportazione è riuscita perché la dance è un linguaggio universale, in cui le parole hanno un impatto ma non sono preponderanti, è il sound a fare la differenza e riesce a parlare al di là dei confini. Nell’ambito elettronico è più facile arrivare all’estero».

Ma cercherai di importi di nuovo anche in Italia?
«Ci ho sempre sperato. Io faccio le mie cose senza pianificare. E piano piano un riscontro sta arrivando anche qui».

Il remix che hai fatto per Lorenzo è il tuo primo progetto così italiano. Che rapporto hai con la musica italiana?
«Lorenzo è stato un faro costante dagli Anni 80 fino ad adesso, ha accompagnato più generazioni. Ma vedo che ora c’è un nuovo modo di intendere la musica in Italia e arriva al pubblico piuttosto bene rispetto agli anni precedenti. Parlo per esempio della scena hip hop, c’è un vero pubblico che la segue. Tra hip hop e dance ci sono tanti contenuti validi anche a livello internazionale: un disco di hip hop italiano è qualcosa che posso far ascoltare all’estero».

E c’è qualche artista in particolare che ti piace?
«Mi piacciono molto Marracash, Gué Pequeno e i Club Dogo, Ensi».

Ci potrebbe essere un disco di remix all’orizzonte?
«Probabilmente sì, non posso dirti di più ora. Diciamo che c’è un rispetto reciproco».