24 Ottobre 2017 | 08:00

Dire Straits, la storia. Da «Brothers in Arms» ai live

Ripercorriamo la storia di Mark Knopfler e soci, dagli inizi complicati ai bestseller mondiali. Con un obiettivo immutabile: la musica prima di tutto

 di Simone Sacco

Gli inglesi usano un loro modo di dire: shot by both sides. Bella espressione che divenne anche il titolo di un singolo dei Magazine. Shot by both sides significa che non vai mai bene per nessuno. Che qualsiasi mossa adotterai, sarai sempre nel torto. Quindi tanto vale lanciarsi e non pensarci più. Ecco, i Dire Straits - in circa quindici anni di carriera - si sono costantemente trovati in questo cul de sac. All'inizio per il genere proposto. Poi per il troppo successo accumulato che li ha resi antipatici ai critici. Quando loro, in definitiva, volevano tenere le cose semplici, a misura d'uomo. Arriviamoci per gradi.

Tre erano le vie per farsi notare se facevi parte di un gruppo alle prime armi nel marasma collettivo dei tardi anni '70. O suonavi punk facendo leva su slogan e scarsa abilità strumentale; o flirtavi con la new wave e, in tal caso, dovevi dividerti tra testi criptici e sonorità intellettuali; oppure ti dedicavi alla disco music e, nel migliore dei casi, diventavi gli Chic o il gruppo che accompagnava Donna Summer. I Dire Straits no. Loro scelsero un percorso totalmente "fuori moda" muovendosi tra rock delle origini, blues, country e giusto uno spruzzatina di jazz. Le loro chitarre erano sì elettriche, ma cristalline e senza uno straccio di distorsione. E i testi non parlavano di politica o vita spericolata, ma di personaggi minori, scultori che non riescono ad esporre le proprie opere nelle gallerie d'arte, band che suonano nel disinteresse del pubblico, sfigati in generale.

Nell'Italia del '78 (l'anno del debutto epocale Dire Straits) che stava facendo i conti con l'omicidio-Moro e i Mondiali di Calcio in Argentina (con tutti i problemi etici che comportava andare a giocare a pallone in un Paese dilaniato dalla dittatura), la proposta di Mark Knopfler e soci sembrava quasi una presa in giro. Uno stare lontano dalle "cose serie". Ed invece la nostra penisola, nel tempo, sarà quella che vorrà più bene all'avventura degli stessi Dire Straits perché alla buona musica non si comanda. Una scorribanda che, nel giro di appena sei album in studio, arriverà a vendere la cifra di 120 milioni di copie e, dal 1992 in poi, lascerà un vuoto incolmabile nel cuore di tutti i suoi fan. Perché sì che i dischi solisti di Knopfler sono sempre più eleganti e ricercati (l'ultimo, Tracker, è di due anni fa), ma la verve esplosiva del gruppo è ibernata da circa venticinque anni. Cristalizzata a dovere negli album più celebri ripubblicati in questo periodo da Sorrisi. E lì rimarrà per sempre.

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Arrivano i corteggiatori dello swing

I Dire Straits si formano a Deptford, quartiere sud-occidentale di Londra, nella primavera del ’77. La scintilla la provoca Mark Knopfler, nato per caso a Glasgow da mamma inglese e padre ungherese - dicono - molto portato per il gioco degli scacchi. Mark, di fatto, è un geordie, un inglese del Nord della zona di Newcastle: uno a cui piace fare le cose per bene, ma in maniera tutta sua e, soprattutto, appartata. Stufo dei suoi precedenti impieghi (giornalista presso lo Yorkshire Evening Post e insegnante di chitarra a tempo perso), Knopfler si trasferisce a Sud per inseguire ciò che ama di più: fare musica propria. Lo accolgono in un modesto appartamentino affacciato sul Tamigi il fratello David (di tre anni più giovane) e John Illsley, uno spilungone che suona il basso esattamente come tifa Arsenal: con trasporto. A loro si unisce Pick Withers, il professionista del quartetto visto che, negli anni '60, aveva fatto parte dei Primitives. Esatto, proprio quelli di Mal e di canzoni come Bambolina. Il neo-gruppo si sceglie un nome in linea con le loro finanze disastrate (Dire Straits significa "terribili ristretezze" nel senso che non circola un penny) e comincia a darci dentro col repertorio. Composto, ovviamente, dal sempre più voglioso Mark.

Le mie dita su di te

Tra i primi brani salta fuori una composizione accattivante, oltremodo ritmata e che parla delle difficoltà incontrate da una band emergente nel farsi ascoltare da un'audience completamente disinteressata. Tema tuttora attualissimo. Il pezzo possiede un assolo travolgente, ha "tiro" e suscita l'interesse di un DJ della BBC, tale Charlie Gillet, che comincia a trasmetterlo senza sosta nel suo programma quotidiano. Si scatena il delirio: la canzone incriminata - Sultans Of Swing -è diversa da tutto il caos londinese post Clash e Sex Pistols. Perfino strana. Sembra un pezzo dei Television per come è incastrata tra le sue due chitarre incessanti, ma il tipo che la canta non è nervoso o singhiozzante: pare più un ibrido tra Bob Dylan e J.J. Cale. Inoltre costui non suona neppure col plettro preferendo dedicarsi al fingerpicking, una tecnica presa in prestito dal country che prevede corde pizzicate e l'uso di dita aliene come l'anulare e - per chi ce la fa - addirittura il mignolo. E Knopfler, naturalmente, ce la fa. Gli dei del rock chiamano e la Vertigo Records mette sotto contratto la formazione. La grande trovata di Dire Straits (1978) è che possiede un suono inalterato rispetto alla sala-prove: il produttore Muff Winwood (fratello del più famoso Steve) regola i microfoni, fa partire il nastro e i ragazzi tirano fuori gemme prive di trucchi come Water of love, Down the waterline, Setting me up e Wild West End. Più ovviamente quel brano swingante, quasi creolo, che stregherà il mondo.

Problemi di comunicazione

Lo stregherà con calma, però. Perché mentre Dire Straits fa fatica ad imporsi, la band si getta subito nella lavorazione di Communiquè (1979) che, da un punto di vista stilistico, è ancora più ricco del "fratello maggiore" di dodici mesi prima. Dentro, infatti, ci sta l'epicità alla Sergio Leone di Once upon a time in the West, il country di Portobello belle (dedicato ad una prostituta) e la struggente Where do you think you’re going?, premiata a sua volta da un altro assolo di marca Knopfler. Stavolta il centro è assicurato: l'album "blu" dei Dire Straits vende sette milioni di copie, finisce al primo posto in Germania e consegna alla band le chiavi del proprio futuro. Ora avranno due strade davanti a loro: o restare al pub a fare i "sultani" oppure andare alla conquista del mondo. Sceglieranno la seconda opzione e, all'ennesima sua canzone scartata, David Knopfler lascia la casa madre consentendo a Mark di assumere sempre di più la leadership. Illsley, intelligentemente, fa un passo indietro, arriva perfino un tastierista prestato da Bruce Springsteen (Roy Bittan della E Street Band) e da allora sarà tutto un circo. Pardon, volevo dire un cinema.

Terminano le ristretezze

I Dire Straits che vanno dal 1981 al 1985 prendono letteralmente il volo e donano a quegli anni '80, che si cibano di sintetizzatori e look stravaganti, un comodo ritorno al passato (c'è sempre stato tanto pathos anni '50 alla James Dean nelle loro composizioni...) sublimato da una grandiosità strumentale capace di coinvolgere il fan occasionale. Makin' Movies, il loro disco "rosso" realizzato agli studi Power Station di New York, è senz'altro l'esempio più lampante. Tunnel Of love, il brano d'apertura, dura oltre otto minuti e gli assoli di chitarra e tastiere (alias Knopfler che duella con Bittan) sembrano quasi incisi in Paradiso da quanto si srotolano in maniera graziosa e fluida. Romeo And Juliet (che il buon Mark non leverà mai più dalle sue scalette) è invece una ballata epocale, giocata sull'adorato fingerpicking e portata ai limiti massimi del romanticismo. Dentro Makin' Movies ovviamente c'è anche dell'altro (tipo la morbidezza di Hand in hand, ma anche la grinta di Solid rock con tutti gli strumenti a dettare legge), ma il punto è un altro: la band più disincantata del mondo si è messa a produrre musica complessa rendendo paradossalmente l'ascolto ancora più gradevole. Il simpatico controsenso dei Dire Straits sta tutto qui e il grande pubblico, stregato dalle melodie, accorre gioioso alla cassa del loro Luna Park musicale. I periodi di magra, economicamente parlando, sono finiti una volta per tutte.

Dall'uso del telegrafo...

Il succesivo Love Over Gold, uscito nel settembre del 1982, getta ancora di più la maschera in questo senso. Vende meglio del bestseller precedente (10 milioni di copie!) e sfoggia in apertura quello che sarà ricordato per sempre come il brano più completo di tutta la discografia Straits: il capolavoro Telegraph Road. Nei suoi quattordici minuti totali, impossibili da passare per radio, il crescendo strumentale lascia rapiti oggi come allora e i trecento secondi inglobati dall'assolo-fiume di Knopfler sono magia pura che sbraca fuori dallo spartito. La versione dal vivo di Telegraph Road (pubblicata sia nel doppio Alchemy del 1984 che in un remix confezionato apposta per la raccolta Money For Nothing del 1988) è ancora più intensa e consegna il gruppo di Deptford alla leggenda. Love Over Gold si concede altre sciccherie (il basso tenebroso scandito da Illsley in  Private investigations o il vibrafono di Mike Mainieri degli Steps Ahead che colora la titletrack), ma Mark non è stupido e capisce che più di così non potrà spingersi. D'ora in avanti il minutaggio sarà tenuto a dieta.

... alla fratellanza globale

Il passo successivo sarà all'insegna dell'asciugare più che del dilatare e, nel 1985, arriva difatti il soffice Brothers In Arms. La copertina dice già tutto: delicati colori pastello ed una chitarra resofonica Dobro che lievita nel cielo. I testi sono incredibilmente crudi (soprattutto quelli anti-bellici di Ride across the river e The man's too strong), ma c'è anche del gran candore sia nella nostalgia pimpante di Walk of life (uno dei brani pop più famosi di ogni epoca) che nella delicatezza di So far away o Why worry, vero miele. Il jazz dei fratelli Brecker fa la sua bella figura (la ballad Your latest trick), ma pure un rockaccio al vetriolo cantato in coppia con Sting (Money for nothing che passava a raffica su MTV nonostante la sua spietata critica di fondo) mentre il biglietto per l'eternità è obliterato nei sette minuti precisi di Brothers in arms dove Knopfler non canta, ma addirittura sussurra; prima di congedarci con uno struggente assolo al rallentatore che varrà tutte le 35 milioni di copie vendute dal disco in questione.

Che di suo sdogana anche il formato CD (vero feticcio di quegli anni) e obbliga i Dire Straits a tramutarsi in una macchina da stadi rigorosamente sold out. I turnisti nella band non si contano più e Mark, di suo, la pianterebbe tranquillamente qui. Eppure c'è ancora un disco da consegnare alle masse. Un ultimo tour mondiale prima del relax di una carriera solista. Per assurdo ne verrà fuori un lavoro controverso giunto dopo anni di assenza e tante collaborazioni collaterali (i pregevoli dischi di Knopfler con Chet Atkins e i Nothing Hillbillies). Per molti il sesto album firmato Straits sarà solo una grande delusione; per altri un contenitore di grande musica. Eterogena e libera da definizioni perché, come ha sempre sostenuto il suo leader, «sapete, di solo purismo si muore».

Il congedo in ogni strada

Siamo quindi nel 1991. Una nuova era musicale è alle porte perché, qualche giorno dopo la pubblicazione di On Every Street (9 settembre), giunge nei negozi un certo Nevermind dei Nirvana. A fine agosto, invece, era toccato a Ten dei Pearl Jam. Un apoteosi di grunge è in agguato e qualcuno comincia a sostenere che di questi Dire Straits, perlomeno negli alternativi anni '90, si potrebbe quasi farne a meno. Eppure la zampata finale del vecchio leone è di quelle che non si scordano. Il disco, riascoltato oggi, è solido perché passa da un tributo ad Elvis Presley (sentite come suona sfrenato il batterista Manu Katché in Calling Elvis) a rock leggeri (The bug e Heavy fuel) passando per i soliti assoli che sbucano all'improvviso (la titletrack), gentilezze assortite (Ticket to Heaven), guitar-jazz fumoso (Fade to black), tributi all'America (Planet of New Orleans) e, tanto per cambiare, country (How long). Più una mezza replica di Brothers in arms, la canzone, nella suadente You and your friend dove Knopfler tira fuori l'ultima goccia di blues che scorre in lui.

La tourneè di On Every Street (agosto 1991/ottobre 1992) sarà un lungo addio celebrato dignitosamente nell'album dal vivo On The Night (1993, dove fa faville la seconda chitarra di Phil Palmer) e già all'epoca si sussurrava di un Mark stanco, scontroso, felice di pizzicare la Fender, ma sconcertato dal fatto che «troppi estranei ormai cenino assieme a me. Finisco il concerto, mi siedo a tavola e non riconosco nessuna di quelle facce tra promoter, avvocati, discografici, amici degli amici. E pensare che una volta questa era una piccola famiglia...».

La fine del tunnel

L'Italia, uno dei paesi che li ha corteggiati ed amati di più, celebra i suoi Dire Straits nel settembre del 1992 con dieci concerti da tutto esaurito tra Milano (quattro sere di fila al Forum), Verona (due notti all'Arena), Firenze, Roma e Cava dei Tirreni. In quest'ultimo stadio piomba anche un fulmine sul palco, ma la band coraggiosamente porta a termine lo show. Tanto, troppo clamore. Finirà tutto in un silenzio dignitoso con un altro disco dal vivo (Live at BBC del '95) e dopo che Knopfler, con l'arrivo di Golden Heart (1996), potrà finalmente dedicarsi alla sua agognata fase solista. Glissando sempre sull'argomento reunion. Perché, secondo Mark, «I Dire Straits sono stati un posto meraviglioso da visitare». Ma, evidentemente, in cui non fermarsi a vivere.