28 Ottobre 2016 | 15:19

Tiziano Ferro: «Canto la mia seconda vita». L’intervista integrale

Si è trasferito in California. Ha realizzato un disco pieno di sorprese. E ha trovato una nuova energia: «Ora i miei genitori non mi considerano più un marziano!» dice al direttore di Sorrisi, Aldo Vitali

 di Aldo Vitali

Tiziano Ferro: «Canto la mia seconda vita». L’intervista integrale

Si è trasferito in California. Ha realizzato un disco pieno di sorprese. E ha trovato una nuova energia: «Ora i miei genitori non mi considerano più un marziano!» dice al direttore di Sorrisi, Aldo Vitali

Foto: Tiziano Ferro  - Credit: © Robert Ascroft

28 Ottobre 2016 | 15:19 di Aldo Vitali

Suono il campanello. Il cancello scatta. Entro in uno studio di registrazione nella zona sud di Milano. Si apre la porta insonorizzata. Ecco Tiziano Ferro. Sorridente, in formissima nonostante sia appena atterrato da Los Angeles. Mi fa ascoltare «Potremmo ritornare», il primo singolo dal suo nuovo album, tutto di inediti, che si intitola «Il mestiere della vita» (il singolo sarà in radio da venerdì, l’album esce il 2 dicembre). «Potremmo ritornare» è una canzone così bella che, non mi vergogno a dirlo, mi commuovo. Gli dico:

Bellissima, Tiziano, direi che è una tua canzone classica, col marchio di fabbrica.
«Non avevo scelto questo come primo singolo, di solito vado su qualcosa di inaspettato, i miei primi singoli sono sempre stati di rottura. Ma in un mondo in cui tutti cercano di fare le cose in maniera stravagante, ho fatto il contrario: questa è una canzone quasi parlata. Che racconta di se stessi all’interno del complicato meccanismo della vita».

L’album invece?
«Ci sono delle cose completamente diverse e c’è tanta sperimentazione. Dopo una raccolta dovevo per forza fare così».

Su questo poi ritorniamo. Intanto, ancora una volta hai registrato a Los Angeles: ora abiti lì?
«Quasi. Io ho sempre vissuto in viaggio. È stata una costante della mia vita: a 20 anni da Latina me ne vado a Roma, poi in Messico, poi l’Inghilterra, Milano… Tre anni fa il mio arrangiatore Michele Canova si trasferisce a Los Angeles… Io ci ho messo del tempo a smettere di avere paura dell’America».

E hai scelto la California.
«Perché ha questo atteggiamento di sorriso, di felicità, di accoglienza perenne, anche se, sotto sotto, non è proprio così. All’inizio non riuscivo a capire questo luogo. Poi ho trovato la chiave: avere degli amici lì. Los Angeles non è una città: è uno stato mentale dove la giornata inizia alle 5 di mattina, perché non si può perdere nemmeno un minuto di sole. Tutta la giornata è spostata verso la mattina, perché devi acchiappare la luce, poi ceni molto presto e vai a letto molto presto».

Ti trovi in questi ritmi?
«Sì, ma penso che per stare a Los Angeles devi essere un po’ “risolto”. Perché quando ti senti solo lì, in Italia ormai è talmente notte che non hai modo di sentire nessuno. Sembra una cavolata, invece conta…».

Torniamo a «Il mestiere della vita». C’è un’attesa pazzesca.
«È l’inizio del secondo capitolo della mia carriera. Con i dischi precedenti ho detto tutto di una fase della mia vita che è terminata. La fase implosiva, introversa. Anche se il cambiamento e l’apertura di questo secondo capitolo hanno senso proprio nel rispetto del primo capitolo. Quindi non c’è discontinuità. Ho sentito che quella fase era finita proprio perché l’ho amata abbastanza da poterne aprire un’altra, piena di energia»

Non è però un cambio traumatico.
«No. Chiamalo “maturità”, “avvicinarsi ai 40 anni”, “serenità”, “liberazione”, “senso di equilibrio”, “minor estremismo nei confronti delle scelte”, “minor autoflagellazione e maggior autostima”: io ringrazio Dio che le cose siano cambiate, perché altrimenti sarei messo male (ride, ndr). Con questo album riparto. Mi ero fermato, mi sono riavvicinato agli affetti, sono uscito da una relazione che non è finita benissimo, ma che comunque mi ha fatto davvero capire che cosa voglio dalla vita. E ricomincio da dove avevo iniziato la prima volta: dal viaggio. Un viaggio diverso, meno estremo. Non faccio le valigie sbattendo la porta per non tornare più, come facevo prima».

Spiegami il titolo dell’album.
«Si chiama “Il mestiere della vita” perché io vivo come se fossi un artigiano che va tutti i giorni a lavorare anche se non ha l’ispirazione. Questo disco somiglia a “Rosso relativo”. Me lo ricorda anche se è molto diverso. Credimi, io questa cosa l’ho sempre pensata mentre lo scrivevo. Poi un giorno sono andato a trovare i miei e dico loro: vi faccio sentire un po’ di cose nuove. E questa connessione l’ha sentita anche mio padre. Perché l’album ha lo spirito di un inizio. È un disco che sembra il primo disco di qualcuno».

Fai sempre sentire le canzoni ai tuoi?
«Sì, è una tradizione».

Tu eri un ragazzino «casalingo»?
«Sì. Poi tutto a un tratto i miei non mi hanno più visto. Senza volerlo, sono stato spietato nei loro confronti. Li ho obbligati alla mia assenza per lunghi periodi e questo li faceva soffrire».

Fa parte del «mestiere della vita» far soffrire i genitori...
«Infatti. Non li ho fatti soffrire da adolescente perché andavo bene a scuola, ero perfetto, non ho mai fumato una sigaretta, non mi sono mai drogato. Poi, però, ho creato questa “anoressia emotiva”: togliere, togliere, togliere. Forse volevo sentirmi desiderato, non so».

A loro piacevano le tue canzoni?
«Loro non conoscevano le mie prime canzoni. Sentivano della musica uscire dalla camera e basta. La prendevano come un gioco, io studiavo ingegneria. Secondo me hanno un po’ sottovalutato questa passione. Poi il primo sospetto ce l’ha avuto mio padre quando gli ho fatto firmare la liberatoria a 17 anni per andare all’Accademia di Sanremo. “Ma che è ‘sta roba?”. “Tu non ti preoccupare: firma”. Presi il treno e andai a Sanremo da minorenne. E lì mio padre per la prima volta forse pensò: “Questa cosa sta prendendo delle dimensioni “pericolose”».

Immagino la scena: salotto di casa Ferro, a Latina, e tu che annunci...
«“Oh ragazzi, ho firmato un contratto discografico: mamma, papà c’è il disco! Sentitelo”. Schiacciai “play” e li lasciai soli, non ce la facevo a stare lì, andai su in camera. Quando ridiscesi erano scioccati».

Perché quel disco rivelava un sacco di cose di te.
«Io ero chiuso, non parlavo mai, non sapevano nulla di me. Ricordo le loro facce sconvolte. Si sono chiesti: “Ma da dove escono queste canzoni? Questo non ci dice manco ciao... abbiamo un marziano in casa...”. Perché  adesso farà ridere, ma “Rosso relativo” nel 2001 era una canzone da fuori di testa».

Mentre ora…
«Ormai li ho stremati (ride). In 15 anni, li ho talmente provati emotivamente che un mio nuovo disco li incuriosisce, ovvio, ma non lo considerano più come una specie di bomba atomica».

Cosa puoi dirci di quello che troveremo nel tuo nuovo album?
«È un disco con dei suoni moderni. Un disco del 2016, non acustico. Non è un disco di ballate. È molto vario, c’è da divertirsi».

Hai deciso che nel 2017 rifarai i concerti negli stadi. Di’ la verità: ci hai preso gusto.
«Puoi dirlo forte, mi è piaciuto troppo, a parte il fatto che il tour è stato troppo breve. E stai sicuro che non “volerò” più, ci sono stati problemi quasi tutte le sere, o rimanevo appeso, o mi facevo male. Una volta sono andato a sbattere contro uno schermo. Io ho sempre fatto finta di niente, ma a Verona ho rischiato la vita. Nessuno lo sa. Sai che mi sono venute due ernie? Non una. Due. Operate insieme un mese fa. Comunque, la cosa più bella dei concerti è la scaletta. Quella è la vera cosa importante. Poi la scenografia, le luci, la grafica, ok. Ma la scaletta fa tutto».

Chiedo di riascoltare «Potremmo ritornare», mi ri-commuovo. Poi parliamo un po’ di fatti nostri. Si è fatto tardi. Esco con un solo pensiero: non vedo l’ora che esca «Il mestiere della vita».