16 Agosto 2011 | 10:24

Edoardo Bennato, l’intervista: «Canto la mia Napoli, bella e condannata»

«Prima di tutto, auguri». È così, all’inizio del nostro incontro, che strappiamo un sorriso a Edoardo Bennato, 62 anni compiuti il 23 luglio a Vasto sul palco di «Spiaggia 101», il tour estivo di Radio R101. Il suo nuovo album, molto atteso dopo il successo del singolo «La mia città», è pronto. Ma nel giorno del suo compleanno Bennato guarda con orgoglio anche al suo passato...

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Edoardo Bennato, l’intervista: «Canto la mia Napoli, bella e condannata»

«Prima di tutto, auguri». È così, all’inizio del nostro incontro, che strappiamo un sorriso a Edoardo Bennato, 62 anni compiuti il 23 luglio a Vasto sul palco di «Spiaggia 101», il tour estivo di Radio R101. Il suo nuovo album, molto atteso dopo il successo del singolo «La mia città», è pronto. Ma nel giorno del suo compleanno Bennato guarda con orgoglio anche al suo passato...

16 Agosto 2011 | 10:24 di

Edoardo Bennato (foto Salvo La Fata)

«Prima di tutto, auguri». È così, all’inizio del nostro incontro, che strappiamo un sorriso a Edoardo Bennato, 62 anni compiuti il 23 luglio a Vasto sul palco di «Spiaggia 101», il tour estivo di Radio R101. Il suo nuovo album, molto atteso dopo il successo del singolo «La mia città», è pronto. Ma nel giorno del suo compleanno Bennato guarda con orgoglio anche al suo passato:

«Fare musica non è come progettare poltrone o automobili, dove il nome o il rapporto qualità-prezzo basta a se stesso. In molti campi sono solo i numeri che sanciscono le tue capacità. Nel mio mestiere non è mai stato così».

Qualcuno sostiene il contrario.

«Quando uscì il primo album “Non farti cadere le braccia” avevo già anni di gavetta alle spalle. Il direttore della Ricordi di allora, nonostante le canzoni fossero ben realizzate, mi chiamò per dirmi che ce l’avevano messa tutta, ma la mia voce secondo alcuni era sgraziata, e per questo i miei pezzi non passavano. Era come non esistere, nessuno avrebbe comprato un mio disco se non funzionavo in radio o in televisione».

Come si esce da un primo impatto così negativo?

«Presi il mio tamburello a pedale e mi piazzai di fronte al bar Vanni di Roma, vicino alla sede della Rai. Così venni notato dal direttore di “Ciao 2001”, settimanale di musica molto importante in quel periodo. Iniziai a suonare nei festival con Franco Battiato e molti altri cantautori della mia generazione. Fu allora che mi guadagnai la patente, quella che fino a quel momento mi era stata negata dall’industria discografica e dal mondo dorato dello spettacolo».

E poi sono arrivati il grande successo e i primi posti in classifica

«Da cantante di avanguardia ho raggiunto la popolarità con brani di un certo contenuto, ma comunque rivolti a tutti. Per questo ho conquistato le classifiche. A quel punto però ho dovuto affrontare la diffidenza non solo di chi all’inizio aveva creduto in me, ma anche quella dei discografici che cominciavano a guardare con sospetto il mio percorso alternativo in continua crescita. Così sono rimasto da solo, con la mia rabbia e la mia disperazione».

Lei è stato il primo artista italiano a essersi esibito a San Siro. Che emozioni ha provato nel battezzare un luogo così importante per la musica?

«È stato un momento fondamentale della mia carriera, non per i 75 mila paganti di quel concerto ma perché in quei giorni avevo riempito gli stati di Massa Carrara, Genova, Torino e Napoli. Il tutto nel giro di sole due settimane. Un risultato cui avevo iniziato a lavorare quando, dopo il primo disco, mi dissero che non c’era più niente da fare».

Lei presiede la giuria che selezionerà i brani in dialetto per la sezione Giovani del prossimo Festival di Sanremo. In che modo va difesa l’identità regionale nella musica leggera italiana?

«La nostra identità regionale è un tesoro apprezzato all’estero alla stregua della nostra identità nazionale. Bono degli U2, per esempio, quando ha iniziato a collaborare con Pavarotti ha scoperto la canzone napoletana e i suoi grandi interpreti. In realtà, il nostro pop si è evoluto con l’influenza della musica in arrivo dagli Stati Uniti. Penso a Mina, Celentano, Morandi, Little Tony e anche a Peppino Di Capri, un artista che considero d’avanguardia. Un precursore della musica dei Beatles».

Ma che all’estero non ha avuto il successo che meritava.

«Perché non sappiamo esportarci, e forse è colpa della lingua. Uno come Bob Marley, invece, cantando in inglese ha conquistato gli Stati Uniti partendo dalla Giamaica. Ed è diventato un rappresentante del rock, non solo del reggae, in tutto il mondo».

Almeno Sanremo è stato spesso veicolo d’esportazione.

«Già, dal Festival hanno preso il volo carriere importanti come quelle di Eros e Vasco, Però, sotto certi aspetti Sanremo è sempre stata una barzelletta. Per esempio, il regolamento prevede che si presentino solo pezzi inediti. In realtà, molti casi nel passato dimostrano che quella norma non è stata rispettata».

Che cosa può anticiparci del nuovo album?

«Cercherò ancora una volta di coniugare con naturalezza i problemi sociali con il rock, senza però fare lezioni di filosofia».

E oggi qul è il problema sociale che le sta più a cuore?

«Mi preoccupano le donne. Con tutto il rispetto che nutro per il mondo maschile, sono loro che con il loro impegno portano avanti la baracca, in ogni campo. Tuttavia, imitano troppo gli uomini nei comportamenti peggiori. Parlano, fumano e amano come loro. Chiedo alle donne di credere nella loro femminilità e di difenderla a ogni costo».

Nel testo di «La mia città» usa 55 aggettivi per descrivere Napoli. Se avesse potuto usarne solo due quali avrebbe scelto?

«Bella, perché nonostante tutto Napoli resta la città più bella del mondo. E condannata, in quanto non sembra in grado di sfuggire al suo destino negativo. In fondo, però, ho ancora la speranza che la situazione possa cambiare. E, come canto nel ritornello di “La mia città”, non cambierà mai niente se ci credo solo io».