17 Gennaio 2013 | 11:54

Fabrizio De André nelle parole di Dori Ghezzi. E con Sorrisi arrivano tutti i suoi tour in 8 doppi cd

«Non amava esibirsi sul palco per paura di deludere. Poi, seguendo i miei concerti, ben lontani dai suoi, si è convinto dell’importanza di confrontarsi con il proprio pubblico, un mezzo molto efficace di mettersi in discussione con se stesso». La compagna del cantautore parla dei concerti di De André, che dal 18 gennaio arrivano in edicola con Sorrisi...

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Fabrizio De André nelle parole di Dori Ghezzi. E con Sorrisi arrivano tutti i suoi tour in 8 doppi cd

«Non amava esibirsi sul palco per paura di deludere. Poi, seguendo i miei concerti, ben lontani dai suoi, si è convinto dell’importanza di confrontarsi con il proprio pubblico, un mezzo molto efficace di mettersi in discussione con se stesso». La compagna del cantautore parla dei concerti di De André, che dal 18 gennaio arrivano in edicola con Sorrisi...

Foto: Diritti Mondadori

17 Gennaio 2013 | 11:54 di

Con i bellissimi capelli biondi e il dolce sorriso, Dori Ghezzi parla di Fabrizio De André. A volte è come bevesse un bicchier d’acqua, altre volte sceglie con cura le parole, perché lui, Fabrizio, alle parole ci stava molto attento. Ricorda. E racconta il De André de «I concerti» (in edicola con Sorrisi dal 18 gennaio, il piano dell’opera), 23 anni a cantare sul palco con una voce profonda e scura. La sua. Inconfondibile.

Il primo concerto fu alla Bussola nel ’75. Non voleva cantare.
«Fu un concerto che fece rumore, in quel momento di contestazioni».

Perché le contestazioni?
«Non era l’habitat giusto per Fabrizio, secondo i benpensanti. E si sa che, a sua volta, lui era un contestatore».

Lei era presente?
«Il nostro rapporto era già consolidato, ma non volevamo che il pettegolezzo distraesse. Lo aspettavo in albergo senza sapere niente. Ce la fa, non ce la fa…».

E poi ce l’ha fatta.
«Lui non amava farsi vedere, si negava anche sulle copertine del disco, sosteneva che l’immagine dell’artista avrebbe distratto l’attenzione dall’opera».

Che cosa l’ha convinto?
«In parte seguendo i miei concerti, ben lontani dai suoi, si è convinto dell’importanza di confrontarsi con il proprio pubblico, un mezzo molto efficace di mettersi in discussione con se stesso».

Le ha mai detto: «Stasera non salgo sul palco»?
«Spesso, anche nell’ultimo tour. Aveva delle perplessità, o pudore, non so come definirlo. Non era paura, ma preoccupazione di deludere il pubblico. Le aspettative erano altissime».

La preoccupazione maggiore?
«Per lui cantare era faticoso. Le corde vocali devono essere allenate e spesso quegli sforzi improvvisi lo mettevano in difficoltà e rimaneva senza voce».

Aveva fama di perfezionista.
«Era molto meticoloso e quando riproponeva con un tour un disco appena uscito voleva che suonasse in quel modo, come l’aveva inciso».

Non ha mai abbandonato il palco?
«Una volta al Palalido di Milano evacuarono il locale perché era arrivata la telefonata che c’era una bomba. Lui non ci aveva creduto e in effetti non era vero. Poi riprese il concerto».

Lei lo seguiva in tournée?
«Fino al ’90 ho continuato a lavorare. Nel tour di “Crêuza de mä” in tutta l’estate non ci siamo incontrati una volta».

Poi nel tour «Uomini e donne» del ’92 gli fece da corista.
«Con grande orgoglio. Mi sono trovata molto bene, ero a mio agio, anche se sempre con il sospetto che potesse prendermi in giro. Lui spesso giocava».

Ha giocato anche con lei?
«Era un tipo imprevedibile, un paio di volte se n’è uscito presentando la band: “Questo viene da Brescia, questo da Ferrara, e poi Dori Ghezzi da casa mia!”».

La presentava sempre per ultima.
«Con lui ti divertivi, c’erano momenti in cui parlava della difficoltà che aveva a capire le donne e allora stavo a pensare in che modo rientravo nel discorso».

Diceva che i concerti li faceva per denaro. Scherzava anche lì?
«In un primo momento lo ha fatto anche per questo, non era stato capace di sfruttare economicamente la sua fortuna con le case discografiche. Aveva dei sogni da realizzare, tornare a vivere in campagna, comprarsi un pezzo di terra».

Perché un solo tour all’estero?
«Fu nell’82, per l’album “dell’indiano”, in Germania, dove era abbastanza conosciuto. Peccato, forse in Francia avrebbe trovato terreno fertile, era un pubblico ideale per lui».

Con quali colleghi non ha voluto fare tour?
«Proprio all’inizio glielo chiese Mina. Più tardi avrebbe accettato, ma all’epoca non aveva superato la paura».

Poi Mina si è ritirata dalle scene.
«Con Mina sono riusciti a registrare solo la “Canzone di Marinella”, è stata l’ultima volta, nel ’97, in cui è entrato in studio. Un po’ come se si fosse chiuso il cerchio. Non sapeva di esser ammalato».

Fu l’anno dopo, durante un concerto ad Aosta, che Fabrizio si sentì male.
«Aveva dolori, fumava tanto, durante una prova si rese conto che qualcosa non funzionava, era scoordinato, non riusciva a posizionare la chitarra e l’aveva buttata via. Ha smesso lì».

Quando è morto lei ha detto: «Ad amarlo sono in tanti, sono un po’ gelosa».
«Mi ha fatto piacere che molti lo abbiano ricordato. Non me l’aspettavo. Finalmente oggi c’è più rispetto nella memoria e nel recupero di artisti che meritano di non essere dimenticati. Penso a Modugno, un grandissimo».

Su Modugno hanno fatto una fiction. Ce ne sarà anche una su De André?
«Me ne hanno proposte tante. Ora in Rai stanno lavorando su una sceneggiatura che mi pare buona. Ma non è facile trovare chi interpreterà Fabrizio. E neppure me».

C’è una canzone di Fabrizio che la fa piangere?
«“Preghiera in gennaio”. La scrisse per la morte di Tenco. Poi anche Fabrizio morì a gennaio…».