Home MusicaFrancesco De Gregori, l’intervista: il Grande Schivo si apre al mondo

29 Agosto 2013 | 06:23

Francesco De Gregori, l’intervista: il Grande Schivo si apre al mondo

«Molti sostengono che negli ultimi tempi sono diventato più buono, ma buono cosa vuol dire? Forse che ho un’apertura sul mondo che prima non avevo… Marco Mengoni canta bene e propone un prodotto artistico vero, non roba da masticare e sputare»».

 di Aldo Vitali

Francesco De Gregori, l’intervista: il Grande Schivo si apre al mondo

«Molti sostengono che negli ultimi tempi sono diventato più buono, ma buono cosa vuol dire? Forse che ho un’apertura sul mondo che prima non avevo… Marco Mengoni canta bene e propone un prodotto artistico vero, non roba da masticare e sputare»».

29 Agosto 2013 | 06:23 di Aldo Vitali

Francesco De Gregori non è un tipo facile. Così mi ero ripromesso di stare attento a come parlavo, mica volevo seppur involontariamente adombrarlo (si sa come sono i poeti, basta una parola sbagliata…). Ma dopo pochi minuti di conversazione (lo spunto era la nuova straordinaria iniziativa di Sorrisi), ho scoperto un De Gregori inaspettato. Glielo dico. E lui si mette a ridere. «Molti sostengono che negli ultimi tempi sono diventato più buono, ma buono cosa vuol dire? Forse che ho un’apertura sul mondo che prima non avevo…».

In questi cd di Sorrisi lei è stato generoso, mettendo a disposizione rarità, inediti e tante «bonus track».
«Generosità, mi piace questa parola… Questa è stata l’occasione per fare delle appassionanti registrazioni-lampo, è uscito fuori un po’ di tutto, anche canzoni che magari mai più farò. Oggi mi sento posseduto dalla musica, qualsiasi cosa mi si para davanti mi attizza».

Questa sua nuova «generosità» dipende anche dalle nuove tecnologie?
«Sì: la Rete mette un artista in grado di moltiplicare la sua visibilità e la sua offerta come e quando vuole, senza riti e scadenze. E tutto ciò è uno stimolo».

Che rapporto ha con la tecnologia?
«Un rapporto di attenzione, rispetto e gratitudine per tutti i “prolungamenti” che mi offre. E di disincanto: me ne servo serenamente, ma non credo che sia la chiave della conoscenza. Vivo il mio tempo come un uomo che ha visto nella sua vita i tram a cavallo sostituiti dai tram elettrici. E che prende il tram elettrico senza cambiare la sostanza della sua vita».

Il primo cd della raccolta, «Pubs and clubs» è registrato dal vivo e mescola canzoni famosissime ad altre meno note. Come ha fatto questa scelta?
«Ho scelto quelle venute meglio (ride). E mi diverto a mescolare pezzi famosi e no».

Coi suoi vecchi pezzi le succede come a noi fan, che li leghiamo a momenti particolari della nostra vita?
«No. Chiaro che “Rimmel” o “La donna cannone” ricollegano gli ascoltatori a un pezzo della loro vita di quel periodo, di quella giovinezza, magari. A me non succede perché le canzoni me le sono continuate a tenere addosso come una pelle. Suonandole tutte le sere sono rimaste contemporanee: non c’è effetto di rimembranza».

Devo pensare che le sue canzoni più famose non sono necessariamente le sue preferite?
«So che alcune di queste vecchie canzoni sono riuscite benissimo e ringrazio Dio di averle scritte. Ma non mi danno quella botta emozionale e ci devo pensare bene per ricostruire il momento e la situazione in cui sono nate. Per me non appartengono al passato e non ho alcuno scrupolo a riarrangiarle. Sarei un musicista fallito se in concerto dovessi in qualche modo ripristinare il tabernacolo esattamente come era tanti anni prima. Invece non mi sento un fallito perché rielaboro in continuazione non solo le vecchie canzoni, ma anche quelle di oggi».

Lei è sempre stato definito un «cantautore». È una parola vecchia o ha ancora un senso?
«Non mi piaceva allora e non mi piace ora: suona male. Mi ci trovo stretto, con l’aggravante che oggi la parola “cantautore” è avvolta da un sudario di vecchiaggine che appartiene agli anni 70 e in questo senso la detesto quando viene usata per me. Non perché voglia ringiovanirmi: ricordo che all’epoca della moda dei cantautori, un critico fece tutta una tirata dicendo che era un termine spurio, come doppiobrodo. Esagerava, però non aveva torto».

C’è chi pensa che i cantautori di oggi siano i rapper.
«Non li seguo molto, alcuni sono ispirati, altri meno, proprio come succedeva coi cantautori. Ma la differenza la fa il talento, non il genere musicale. Ci sono bellissime cose di musica pop, oggi: per esempio c’è Marco Mengoni che canta bene e propone un prodotto artistico vero, non roba da masticare e sputare».

In due dvd della raccolta lei viene ripreso in studio mentre lavora. Quando l’ho visto ho pensato a un verso di «Alice»: De Gregori «è impazzito, oppure ha bevuto»…
«Se non esistessero microtelecamere o iPhone che permettono di filmare senza ingombro e senza troupe, non lo farei nemmeno adesso. Ma non me ne accorgo, e a questo punto entra in gioco la mia “famosa” bontà… Perché negare alla gente interessata queste curiosità?».

Sarà merito della tecnologia, ma lei, caro De Gregori, da Grande Schivo che era è un po’ cambiato di carattere.
«Un tempo avevo in mente modelli ieratici, come Bob Dylan e Leonard Cohen… sì, sono cambiato io, ma per forza di cose: l’altra sera per esempio ho fatto un concerto in Toscana e il giorno dopo era tutto su YouTube. Quindi che cosa vuol dire essere schivo? Ormai è vietato essere schivi e non solo alle persone di spettacolo».

Si riconosce in questi nuovi panni?
«Questo è il mio tempo, lo vivo agilmente. D’altra parte mica posso stare arroccato a vecchi stili… è un meccanismo di autodifesa che scatta nella testa degli artisti. È come farsi fare le foto coi fan: fino a qualche anno fa ero scocciato, in un certo senso mi… dispiaceva per loro. Ora ho capito che si tratta di una cosa innocente, stare su Facebook vicino al cantante fa parte del mondo di oggi. Questo non mi toglie niente, né come uomo né come artista. E nemmeno alla mia privacy».

Questa nuova generosità le ha fatto cambiare idea sulla tv? Quando l’ho vista ai «Migliori anni» con Carlo Conti non credevo ai miei occhi.
«Una volta era imbarazzante andare in tv, c’era poco rispetto per il musicista. Mi obbligavano al playback, mi sentivo a disagio, venivo incapsulato dentro il tema della trasmissione, dentro la scenografia. E soffrivo. Adesso ti fanno cantare dal vivo, anche se magari non viene benissimo. È una delle tante possibilità che un artista ha per arrivare al pubblico e “I migliori anni” è stata una bella occasione: Carlo Conti è una persona speciale, c’era l’orchestra, un pubblico “televisivo” forse, ma appassionato. Insomma, mi sono divertito. E sa perché?».

Me lo dica lei.
«Sono 40 anni che faccio questo mestiere, è difficile che accetti di fare cose che non mi divertono. Ma non ho protocolli nel cervello che mi dicono fai questo e non quello. Se li avessi, ne andrebbe della mia dignità».