29 Marzo 2013 | 15:22

I Ministri, l’intervista alla band di «Per un passato migliore»: «I nostri fan sono matti come noi»

Hanno una sensibilità speciale che li colloca esattamente al centro di ciò che è davvero rock e può essere anche estremamente popolare. Come fanno? Il 12 marzo 2013 è arrivato nei negozi l'album «Per un passato migliore», che ha debuttato nella top 10 della Superclassifica. Li abbiamo intervistati per conoscerli meglio...

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I Ministri, l’intervista alla band di «Per un passato migliore»: «I nostri fan sono matti come noi»

Hanno una sensibilità speciale che li colloca esattamente al centro di ciò che è davvero rock e può essere anche estremamente popolare. Come fanno? Il 12 marzo 2013 è arrivato nei negozi l'album «Per un passato migliore», che ha debuttato nella top 10 della Superclassifica. Li abbiamo intervistati per conoscerli meglio...

29 Marzo 2013 | 15:22 di

I Ministri hanno più di un pregio, ma quello che spicca di più alle nostre orecchie è che sono inequivocabilmente interessanti. Sì, sono anche bravi, i loro concerti sono garanzia di sold out (sulle prime date del nuovo tour circolano già racconti dai toni epici), ma soprattutto hanno molto da dire, da raccontare, da condividere con la gente. Tendenzialmente lo si dice per figura, ma questa volta è vero.

Hanno una sensibilità speciale che li colloca esattamente al centro di ciò che è davvero rock e può essere anche estremamente popolare. Come fanno? Il 12 marzo 2013 è arrivato nei negozi l’album «Per un passato migliore», che ha subito debuttato in top 10 nella Superclassifica grazie anche al singolo «Comunque». Li abbiamo intervistati.

Come state ragazzi?
«Ci sentiamo come criceti nella stiva di un aereo. Stiamo bene però, è ripartito il tour che è cresciuto molto di dimensioni. Il concerto che facevamo una volta si è trasformato in un vero e proprio evento. Uno di quei live dove non puoi rimanere in un angolo a bere una birra. Se qualcuno sviene non è perché noi siamo belli, ma perché c’è un pubblico scatenato e a volte manca davvero l’aria»

Sembra che siate tornati un po’ alle origini nel sound. I fan più nostalgici non hanno nulla da temere.
«Sta proprio nel concetto del disco la volontà di scrollarsi di dosso il fatto che esiste sempre un’idea peggiorativa del tempo che passa, una cosa tipicamente italiana. Ci siamo guardati in faccia e ci siamo chiesti cosa siamo buoni a fare e in quale modo siamo utili alla musica. E abbiamo deciso di dare forza alle canzoni con tanto rock».

Come sono andate le registrazioni?
«Abbiamo lavorato in puro stile anni 90, suonando come tre adolescenti che saltano la scuola per suonare in un garage e mangiare una pizza tutti i giorni nello stesso posto con i camerieri che si chiedono cosa combiniamo di buono nella vita».

Avete decisamente aggirato la sirena incantatrice del suono digitale.
«Esatto, abbiamo scelto di non fare quelli che mettono dentro l’elettronica super fashion con la modella nella macchina, un po’ perché non ne abbiamo mai fatto abuso e un po’ perché ci siamo imposti di suonare davvero, con gli strumenti, in modo solido, un po’ come se fosse tutto live».

È vero che avete lavorato senza una vera figura produttiva?
«Abbiamo coinvolto nel progetto Tommaso Colliva, che ha lavorato con i Muse e con noi ha lavorato praticamente in veste di fonico, al resto abbiamo pensato da soli. Gli abbiamo consegnato i provini sostanzialmente chiusi, li ha ascoltati e ha detto che erano belli così. Lavora nel modo più americano possibile, ovvero senza schemi e regole mentali. Una cosa che a volte, nelle produzioni italiane, tendiamo a fare, è imitare male il modello internazionale alla “Tu vuò fà l’americano”. Volevamo un album di rock nudo e lo abbiamo fatto. Le formuline, almeno per noi, non esistono».

E avete fatto un ottimo esordio in classifica, entrando nella top 10.
«Lottiamo per degli obiettivi possibili. Siamo molto ambiziosi e quando vediamo che un disco quasi senza promozione arriva così in alto e nello stesso giorno abbiamo quasi 3 mila paganti all’Alcatraz di Milano senza cartelli in giro per la città, vuol dire che qualcosa di buono lo stiamo facendo. Ci sentiamo come un partito che non riceve finanziamenti pubblici. E la concorrenza, oggi e sul nostro genere, è davvero poca».

I Negramaro infatti sono preoccupati per la situazione delle rock band in Italia.
«La loro osservazione è realistica. Oggi i giovani preferiscono usare i software musicali, suonare e cantare da soli facendo rap ed elettronica. In generale il numero di band in Italia è sempre stato basso e poche volte rilevante. Stare in gruppo ti insegna delle cose come l’armonia, la somma dei componenti che dia come risultato qualcosa in più, tutte cose che non sono più o meno importanti del senso di responsabilità e di introspezione che ti offre l’individualità nell’arte. L’importante è che si continui a suonare, a smettere di far odiare la musica a scuola insegnando strumenti come il flauto da cui nemmeno Mozart avrebbe saputo tirare fuori qualcosa di buono. Alla fine per chi fa rock non è necessario essere dei grandi musicisti, ma conoscere il linguaggio che uno strumento veicola».

Quanto è importante la parola “preservarsi” quando si fa musica?
«Fondamentale. Lo dicono tutti ma pochi lo fanno, un album va scritto quando si ha qualcosa da dire, altrimenti finisci come certi rapper che cantano solo di feste in discoteca e della loro vita da artisti. Sarebbe utile fare canzoni sulla vita reale. In questo senso, avere dopo un tour un annetto in cui vivi a 800 euro al mese ti permette di tornare decisamente alla realtà. Altrimenti finiremmo tutti come Salgari che parlava dell’India senza averla mai vista».

Ci fate un ritratto del vostro pubblico?
«Sono un popolo di matti e in questo ci assomigliamo. Mettono un’energia e una felicità nelle cose bellissima. E lo fanno, e questo è ancora più importante, sia in Rete che dal vivo. La cosa che mi piace più di loro è che sono operativi, non sono persone che dicono e basta. Ci piace pensare che un giorno, quando per qualche motivo avranno smesso di ascoltarci, continueranno per tutta la vita ad avere quello spirito e quell’energia che noi sentiamo tanto quando li incontriamo dal vivo, specie nei live».

Ascolta l’album integrale su Spotify: