27 Febbraio 2015 | 10:45

Jovanotti su Sorrisi per Lorenzo 2015 CC: l’intervista integrale

L'artista si racconta: ecco la versione completa della nostra lunga chiacchierata

 di Alessandro Alicandri

Jovanotti su Sorrisi per Lorenzo 2015 CC: l’intervista integrale

L'artista si racconta: ecco la versione completa della nostra lunga chiacchierata

 - Credit: © Michele Lugaresi

27 Febbraio 2015 | 10:45 di Alessandro Alicandri

Fischietta, sorride, gesticola e quando parla della sua sfera privata esita. Più di tutto Lorenzo Cherubini è curioso come un gatto (anzi, come un Telegattone) di sapere se ci è piaciuto il suo nuovo album, «Lorenzo 2015 CC.». A guardarlo da vicino, Jovanotti è un tripudio di colori: i tatuaggi, la maglietta, i suoi occhi. Parlare con lui è un viaggio di sola andata verso il sole. Come lo afferri?

Questa volta ha dato vita a 30 canzoni, il maggior numero di inediti pubblicati in un solo disco di tutta la sua carriera. Sono più di due ore di ascolto intenso, ricco, geniale. Il nostro obiettivo oggi è dare ordine al suo magnifico caos. «Per me ormai è un'abitudine dare gran parte del lavoro fatto, senza tenermi nulla in tasca» racconta. «Avrei faticato a scegliere solo 12 canzoni, ma ho preferito dare tutto, tre dischi in uno. Se si affrontano vari percorsi troveremmo il disco dance, il disco pop, quello rock. C'è di tutto, per tutti».

Questo disco è variegato come le caramelle di Harry Potter: «Tutti i gusti più uno»!
«È un paragone azzeccato, credo che lo riutilizzerò. Posso?».

Certo! Tranne il gusto caccola, però.
«No, no, diciamo che c'è anche quel gusto, che alla fine è quello che incuriosisce di più i bambini (ride)».

Quali differenze ci sono rispetto a «Ora», il disco del 2011?
«Lì ero passato dal "delirio artistico" al pieno controllo della situazione. Qui, l'esatto opposto. Oggi non ho più un'idea precisa di quello che ho fatto. Per quello ho così tanto bisogno di sapere come verrà recepito».

Come si aspetta allora che venga ascoltato questo album?
«Senza seguire per forza l'ordine delle tracce, ma andando in ordine casuale con lo "Shuffle". È così che sto facendo io in questi giorni. Mi accorgo che ogni accostamento diverso di brani, offre emozioni nuove».

Da cosa sono nati tutti questi brani?
«Dal malessere. Ho avuto una broncopolmonite che mi ha steso a letto ed è lì che ho scritto alcune delle canzoni più forti. Il fatto che facessi fatica a salire le scale e sentire che il mio corpo iniziava giorno dopo giorno a stare meglio mi ha dato grande frenesia e ispirazione».

Qual è il suo prodotto migliore nato da questo malessere?
«Il singolo che lancerò il 27 febbraio, "Gli immortali". In quei giorni ho deciso di scrivere una canzone che si intitolasse proprio così. È una canzone con tre storie dentro, ha un'anima un po' rock, il testo è quasi sgrammaticato...».

Quale obiettivo personale si pone oggi quando scrive un album?
«Ho una teoria, ovvero che gli album si facciano da soli. È meglio seguire il flusso e fare una canzone brutta piuttosto che una canzone che vuole essere bella a tutti i costi. Quando vado a fare la spesa al supermercato di Cortona vedo che le persone hanno un modo caldo e amichevole di approcciarmi. Sono affettuosi come se fossi un loro parente o amico. Scrivo e canto per restituire questo affetto».

«Sabato», un grande successo radiofonico, è stata accolta con perplessità da alcuni fan storici.
«Chi ti segue da sempre è conservatore. I fan e io viviamo una storia d'amore fatta di una lieve tensione e io questo amore lo mantengo vivo lasciando spazi segreti, cose nuove da scoprire, angoli nuovi di me. A dicembre dicevo "capiranno poi capiranno". Mi hanno capito, come sempre. Mi piace riuscire dopo così tanti anni a portarli in posti belli che ancora non conoscono».

Lei quanto ci ha messo a farsi legittimare come artista?
«È una cosa di cui non mi sono mai preoccupato. Ho sempre pensato che sia l'artista stesso a doversi legittimare. Poi certo c'è il pubblico, la critica, ci ho messo molto io come tanti altri. Ma è a se stessi che bisogna dimostrare dove si vuole arrivare, i dischi li faccio per piacere, certo, ma alla gente che mi piace. Quando scrivo un album non penso alle masse, ma a un campione di 30 persone che conosco e mi piacerebbe vederle divertite e emozionate dalle mie canzoni».

Ci sono grossi fenomeni che fanno fatica a essere legittimati dalla critica e dai quotidiani. Mi vengono in mente i Modà, ad esempio...
«Non so se loro siano preoccupati di essere più o meno legittimati ma di certo c'è che i Modà sono una grande realtà in sala d'attesa, il limbo più bello dove stare perché puoi crescere e cambiare ancora tanto e con più facilità. Tutti pensano che un fenomeno di successo possa durare poco nel tempo. Loro sono cresciuti moltissimo negli ultimi anni e il tempo, come sempre, saprà dire la verità più di tutto il resto».

Oggi le dispiace essere considerato un cantautore?
«Il cantautore è colui che scrive e canta le sue canzoni e io di fatto lo sono. Ma quando me lo dicono mi sento come un calciatore definito motociclista. "Cantautore" è una parola che qui in Italia ha una connotazione diversa, politica e inserita in certi canoni. Non mi sento a mio agio dentro quel cappello».

In occasione della scomparsa di Pino Daniele, ha pubblicato sul suo Facebook la cover di Tv Sorrisi e canzoni del 1994 dedicata al vostro tour con Eros Ramazzotti. Che ricordi ha di quel momento?
«Ero un dj e il mio approccio alla musica era fatto più che altro di comunicazione verbale, con la musica in secondo piano. Pino fu tra i primi a dimostrarmi apprezzamento chiedendomi di lavorare meglio sul canto e sugli strumenti. Alcuni trucchi sull'uso della chitarra li ho imparati da lui e li messi in alcune delle mie canzoni».

E Pino Daniele cosa imparò da lei?
«In quel periodo stava cercando di recuperare semplicità e immediatezza, da quel momento si è allontanato un po' dalla sua radice jazz, scrivendo brani come "Che male c'è", pezzo con pochi accordi. Mi piace pensare che sia figlio della nostra amicizia».

A proposito di quella cover è vero che "Il cielo immenso" l'ha scritta per Eros Ramazzotti e poi ha deciso di tenersela?
«È verissimo, doveva essere per lui e poi l'ho cantata io! Eros è un mio amico vero, gli voglio bene, è stato generoso con me facendomi aprire in passato i suoi concerti all'estero. Mi piacerebbe tantissimo sentirla cantata da lui, ma lui è orgoglioso, non lo farebbe nemmeno sotto tortura».

Come fa a parlare d'amore con lo stesso entusiasmo positivo di chi ha 20 anni? 
«Premetto che fuori dalle canzoni, faccio fatica a parlare di me. A volte tutto mi fa schifo, a volte sono innamorato del mondo. Ma ho un punto fermo, una tenace fiducia nelle cose e nelle potenzialità delle persone. Penso il meglio possibile di questa macchina che si chiama Universo. Ognuno dovrebbe partecipare a questa macchina come meglio può e come meglio sa. Poi non so cos'è l'amore, ma è il colore più importante delle canzoni e l'elemento portante della mia vita».

Nel calendario del tour estivo sono previsti tre giorni di concerti consecutivi a Milano, allo Stadio San Siro. È un dato da record! Non sarà una follia?
«Ci ho messo un mese a decidere. Fosse stato per me avrei detto sì subito, ma ho aspettato la risposta dal mio fisioterapista e mi sto allenando. Ho appena fatto un'ora di squat, a giugno avrò le gambe di Capitan America!».

È l'ultima domanda ma doveva essere la prima. Lei è molto attivo sui social, scrive ogni giorno su Facebook. Cosa può aggiungere un settimanale come Tv Sorrisi e Canzoni, intervistandola?
«Raccontare questa chiacchierata con la narazione più bella. Se c'è una cosa che possono far tutti, ci sarà qualcuno che saprà farla come nessun altro. Lo stesso vale per la musica. e chiunque ora può registrare un brano, il mio compito è fare la differenza. Viviamo in un mondo in cui per fare certi lavori non c'è più bisogno della patente: il mondo è di chi se lo prende».