05 Novembre 2014 | 11:58

Meghan Trainor, l’intervista integrale alla cantante di «All about that bass»

La incontriamo negli studi di Radio R101 alla fine di una lunga giornata di interviste, ma anche dopo il tramonto Meghan Trainor non perde un briciolo della sua simpatia. Ed è al settimo cielo: il singolo «All about that bass» domina la classifica Usa da quasi due mesi e ora è una mania anche da noi.

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Meghan Trainor, l’intervista integrale alla cantante di «All about that bass»

La incontriamo negli studi di Radio R101 alla fine di una lunga giornata di interviste, ma anche dopo il tramonto Meghan Trainor non perde un briciolo della sua simpatia. Ed è al settimo cielo: il singolo «All about that bass» domina la classifica Usa da quasi due mesi e ora è una mania anche da noi.

05 Novembre 2014 | 11:58 di

La incontriamo negli studi di Radio R101 alla fine di una lunga giornata di interviste, ma anche dopo il tramonto Meghan Trainor non perde un briciolo della sua simpatia. Ed è al settimo cielo: il singolo «All about that bass» domina la classifica Usa da quasi due mesi e ora è una mania anche da noi.

Sei diventata famosa all’improvviso, com’è cambiata la tua vita?
«Voglio dire… sono in Italia in questo momento! E sono appena stata a Berlino, in Canada, in Australia. Ho solo vent’anni e sto girando il mondo. E il bello deve ancora venire. Sono diventata una popstar da un giorno all’altro, ed è fantastico. La mia vita è cambiata totalmente».

E poi tu sei una cantautrice, non sei la solita popstar.
«Esatto, se va tutto a monte posso comunque continuare a scrivere canzoni per il resto della mia vita! È un ottimo piano di riserva».

Ma hai tempo di vedere i posti che visiti?
«No! Gran parte del tempo lo passo in macchina tra una stazione e l’altra. Ma la vista dal finestrino è così bella! Posso fare un sacco di foto di Instagram, però la macchina non si ferma mai. Quindi le foto vengono tutte sfocate… Sì, la verità è che le mie foto fanno schifo. Schifo! (Ride)».

Dov’è nata l’idea di «All about that bass»?
«Il mio co-autore Kevin Kadish aveva un titolo, era “All bass no treble”, io gli ho proposto un nuovo titolo in cui il “bass” era una metafora… del fondoschiena, del sedere. È stato subito d’accordo con me. Siamo partiti da un sound “throwback” (vecchio stile, ndr) e gli abbiamo dato un taglio moderno e zac, il pezzo è nato. In meno di un’ora».

Il testo del brano è ironico ma forte, è importante che il pop abbia anche un messaggio?
«Penso che soprattutto un nuovo artista abbia bisogno di dare uno schiaffo in faccia all’ascoltatore. Senti il pezzo e dici “cos’è ‘sta roba? Alza il volume!”. Credo che sia per quello che la canzone ha cominciato il suo percorso dalla app Shazam, perché la gente era incuriosita dal testo e voleva saperne di più».

Senti il peso della responsabilità come artista verso le ragazze che ti ascoltano?
«Non molto, voglio dire, ora forse sarò un “role model”, ma quando ho scritto il brano ero soltanto me stessa. È piuttosto semplice, non ho bisogno di fingere di essere quello che non sono, di fronte a queste ragazze».

Ma le fan ti scrivono spesso di questa canzone?
«Sì, ricevo messaggi come “mi odiavo e non ero felice finché non ho sentito la tua canzone”. Una ragazza è venuta da me e mi ha detto che prima di sentire la canzone non mangiava niente. Era magrissima, e io con la mia canzone le ho detto: “perchè non vai a mangiarti un hamburger?”. Un giorno durante uno show un padre mi ha urlato “hai salvato la vita a mia figlia!”. Almeno, così sosteneva… È una risposta incredibile per una canzone di tre minuti, quindi cercherò di scriverne ancora, di canzoni così».

Nel tuo Ep c’è un’altra canzone deliziosa, «Dear future husband».
«L’ho scritta per il mio futuro cucciolino, lo so che è là fuori da qualche parte. Al momento sta con la ragazza sbagliata ma ancora non lo sa. Quindi ho preparato una lista di cose per lui, così sarà pronto quando ci incontreremo. Così non avremo problemi».

E le altre due canzoni dell’Ep?
«“Title” parla di una mia relazione passata, che ovviamente non è finita bene. No, in realtà non è mai iniziata, perché io pensavo che fossimo una coppia e invece… Di questo tipo di storie ne ho avute eccome. “Close your eyes” è un altro brano che parla di auto-accettazione, ma è più seria di “All about that bass”, meno sarcastica. Cantarla per me è una grande emozione. Adoro queste quattro canzoni».

E raccontano di te?
«Sì, anche perché io ho imparato dai miei errori, soprattutto in amore. Anche se ora sono più brava. Nonostante questo, nessuno mi chiede di uscire per un appuntamento».

Perché non ci sei mai, sei sempre in giro per il mondo.
«Immagino di sì, ma… dai! Almeno provateci! Al massimo vi dirò di no. E invece niente».

Tu sei cresciuta su un’isola, vero?
«Nantucket! Una roccia nell’acqua».

Quel tipo di ambiente ha influenzato la tua scrittura?
«No, era terribile! (Ride) Scherzo, è un posto bellissimo, ho scritto un sacco di canzoni nella mia cameretta guardando fuori dalla finestra, che aveva una vista bellissima. Ma a Nuntucket io ero “quella strana”. Ero l’unica che faceva musica. Come potevo far passare l’idea che volevo scrivere canzoni per vivere? Mi dicevano: “Beh puoi sempre tornare a scuola” e io rispondevo “No, non capite, è questo quello che farò nella vita!”».

Ma i tuoi genitori ti appoggiavano?
«Sì, mio padre è un musicista, suona il piano e le tastiere ed è un insegnante di musica. Ma anche lui non scriveva canzoni, era difficile spiegare ai suoi amici che sua figlia scriveva musica. Gli rispondevano: “Ah sì? E il college?”».

Quanti anni avevi quando hai iniziato?
«Avevo 13 anni quando ho ricevuto il mio primo Mac per produrre canzoni».

Beh, praticamente l’altro ieri.
«Dai, sono sette anni! È quasi un decennio!».

Tuo padre ti ha insegnato la musica?
«Mi ha insegnato gli accordi, diceva che se avesse fatto di più avremmo litigato, perché sarei stata una pessima allieva. Quindi ho imparato a orecchio a suonare la chitarra: lui mi diceva come fare tre accordi e io andavo avanti da sola, per ore».

Il pop spesso non ha bisogno di più di tre accordi.
«Eh, infatti pensa che io scrivo gran parte delle mie canzoni su un ukulele!».

Stai lavorando al tuo primo album?
«L’ho appena finito, esce a gennaio e si può già ordinare su iTunes. (Imita la voce di una annunciatrice radiofonica) Puoi comprarlo ora, include il nuovo singolo “Lips are movin’!”».

Com’è l’album?
«È fantastico, è la mia cosa preferita al mondo. Ci sono dentro tutti i miei generi preferiti, dal “throwback” alla musica caraibica al rap. E nei testi ci si può riconoscere. Quando andavo a scuola sognavo che le canzoni parlassero anche di queste cose, come il “drunk texting” (quando mandi dei messaggini da ubriaca, ndr) oppure il “walk of shame” (uscire il mattino dalla casa di un ragazzo con i vestiti del giorno prima, ndr)».

Quindi un po’ di esperienza nel campo ce l’hai.
«Ti dico la verità, il giorno che ho scritto “Walkashame”… ero reduce da un “walk of shame”, la mattina stessa. E infatti la canzone è venuta una meraviglia».

Solo canzoni autobiografiche, insomma.
«A volte vengono così. Un giorno stavo uscendo con un ragazzo e lui mi ha detto “E se io ti volessi baciare domani?” e io ho risposto “Wow, e se questo fosse il testo della mia prossima canzone?” e così è stato. L’ho ringraziato, gli ho detto: “Che bello, sei il primo che mi tratta davvero con rispetto, grazie fratello”. E poi è partito per un tour, quel maledetto».

Tu vivi a Nashville, come mai l’hai scelta?
«Un anno fa ero solo una giovane cantautrice e avevo bisogno di stare più vicina a Los Angeles, la mia isola è a un intero giorno di viaggio».

E che atmosfera c’è nella città?
«L’album è nato quasi tutto lì, è il mio posto preferito per scrivere canzoni. Los Angeles è un posto figo, ma a loro interessano solo i Maroon 5 o Rihanna. Non puoi arrivare a Los Angeles e dire “Voglio essere creativa! Voglio fare qualcosa di nuovo!”, loro vogliono solo fare i soldi. Il mio pubblicista è di Nashville, è stato lui a consigliarmi di andare lì, migliorare la mia scrittura e poi farmi vedere a Los Angeles. È un posto dove puoi imparare molto».

A te che musica piace ascoltare?
«Mi piace il Soca (soul calypso, ndr) e in generale la musica caraibica. Mio zio è di Trinidad ed è entrato nella mia famiglia quando avevo sette anni, da allora è una delle mie passioni. E poi mi piacciono Frank Sinatra e il doo-wop degli Anni 50».

Si sente molto, soprattutto in «Title».
«Sì, ce n’è un sacco».

Tu negli Usa guidi da settimane una storica Top 5 tutta al femminile.
«È grandioso, è una cosa magica. Sono in classifica con cantanti di cui sono una grande fan. Nicki Minaj, Iggy Azalea? Le adoro. Ariana Grande? Sono ossessionata da lei, è la migliore. E il mio nome… è scritto accanto al loro nome! È una cosa folle!».