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Miguel Bosé ci ha invitati a Madrid per raccontarci il nuovo album «Amo»

La capitale spagnola è famosa perché ovunque si respira arte e perché la gente che la vive è speciale nella sua semplicità. Proprio come Miguel Bosé, che incontriamo in occasione dell’uscita in Italia il 27 gennaio del suo nuovo album, «Amo».

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Miguel Bosé ci ha invitati a Madrid per raccontarci il nuovo album «Amo»

La capitale spagnola è famosa perché ovunque si respira arte e perché la gente che la vive è speciale nella sua semplicità. Proprio come Miguel Bosé, che incontriamo in occasione dell’uscita in Italia il 27 gennaio del suo nuovo album, «Amo».

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Anche in inverno Madrid è una città bellissima. La capitale spagnola è famosa perché ovunque si respira arte e perché la gente che la vive è speciale nella sua semplicità. Proprio come Miguel Bosé, che incontriamo in occasione dell’uscita in Italia il 27 gennaio del suo nuovo album, «Amo».

Lo raggiungiamo nel distretto di Chamartín, a pochi passi dallo stadio del Real Madrid. È una zona piena di grattacieli, un quartiere che lavora, crea, innova. Da qui viene lo spirito con il quale sono nati questi 12 brani in spagnolo, integrati per il nostro Paese da altre quattro canzoni cantate in italiano.

Il suo album è fresco nei suoni come quello di un giovane emergente!
«Ma io sono giovane (ride)! Da sempre  produco i miei dischi da solo, ma per questo mi son detto: ‘‘Il limite potrei essere io’’».

Per quale motivo?
«In un momento non troppo lontano dalla chiusura dell’album non ero sicuro di aver intrapreso la strada giusta. Volevo che le canzoni avessero un sapore unico. Per questo mi sono affidato a un team di produttori e loro hanno trovato assieme a  me lo stile che stavo cercando».

Lo sa che dopo tanti anni che la ascolto è difficile per me inserirla in un genere?
«Sono inglese nei suoni, mi piace innovare ma non amo le forzature. E rispetto al mercato spagnolo ho un senso della melodia tutto italiano».

Dopo la registrazione di questo album, ha fatto il giro del mondo.
«Lavorando nel mercato di lingua spagnola significa non fermarmi fino al 2016, tra promozione e concerti».

Tra l’altro proprio nell’aprile 2016 compirà 60 anni. Ha già in mente dei festeggiamenti?
«No, per carità! Con il cd ‘‘Papito’’ ho celebrato 30 anni di carriera e ne ho avuto abbastanza (ride). E poi credo di non aver un minuto libero fino ai 61 anni».

È quindi esclusa la sua partecipazione ad «Amici»?
«Completamente. L’ho spiegato a Maria De Filippi e ha capito. Lo scorso anno ho trovato gli incastri, quest’anno era impossibile. Avrei voluto esserci di nuovo, ma non posso. Però sarò ospite, spero almeno un paio di volte».

Si è trovato bene in questi anni nei panni di «direttore artistico»?
«Con Maria fonderei una società domani. Quello è un ambiente di lavoro dove tutti sono preparati, seri. Io ho fatto poca televisione, a parte ‘‘Operazione trionfo’’ e ‘‘The Voice’’ in Messico. Ma ‘‘Amici’’ è l’unico talent che crea delle opportunità concrete per i giovani».

Come i suoi Dear Jack. Lo sa che saranno a Sanremo?
«Sono molto felice. Ho dovuto spiegare più volte ad Alessio (Bernabei, cantante della band, ndr) che quel secondo posto in finale è stato un bene. Avevo ragione, li ho scelti e voluti fin dal primo momento. Alla fine sono stati loro i veri vincitori. Cos’ha fatto invece Deborah Iurato?»

Un Ep disco d’oro e un album.
«Ma se n’è parlato? A quel punto preferivo vincesse una come Giada, un talento con grandi potenzialità».

Quindi li sente i suoi ragazzi ?
«Spesso su Whatsapp. Ad Alessio ho già detto che secondo me vinceranno Sanremo. Sono troppo forti, hanno una presenza scenica fuori dall’ordinario, sembra che suonino assieme da 30 anni».

Mentre parliamo, Miguel sta sfogliando il libretto all’interno del cd. 

Questo libretto è un’opera d’arte nell’opera d’arte.
«Mi piace tanto. Ho messo dentro tutte le mie passioni: la biologia, l’architettura, la geometria, l’astrofisica. Ho sempre avuto una curiosità insaziabile. Da piccolo non c’era la tv o Internet, ma avevo una grande libreria. Leggevo anche i vocabolari. Mio figlio Tadeo (3 anni, ndr) sta crescendo un po’ come me, sarà un uomo felice».

Come mai in tutti questi anni non ha mai scritto un’autobiografia?
«Non è nel mio carattere. C’è la parte Bosé, quella che vive delle sue idee e dell’arte, quella che tutti conoscete. Poi c’è Miguel, l’uomo con il suo orto, il giardino in campagna, la cucina e gli amici. È la parte materna Borloni (il vero cognome di sua madre Lucia Bosé, ndr) da cui provengo. Difendo con forza quel 3% che fa parte della mia sfera privata e che in tutta onestà spero possa morire con me».

La sua bellezza da sempre mette d’accordo tutti. Lei come si vede?
«È come se chiedesse a un coccodrillo quanti denti ha. Sono le persone che ti fanno da specchio. Appena sveglio sembro un maiale vietnamita, ma la mia assistente sostiene che con i capelli lunghi sia bellissimo. Ecco, se fossi un coccodrillo, non saprei quanti denti ho tra le fauci. Ma saprei di certo che quei denti funzionano!».