27 Febbraio 2015 | 15:31

Nek e il nuovo album «Prima di parlare»: l’intervista integrale

Una lunga chiacchierata con il cantante emiliano, che dopo il secondo posto a Sanremo ha pubblicato il suo nuovo disco

 di Francesco Chignola

Nek e il nuovo album «Prima di parlare»: l’intervista integrale

Una lunga chiacchierata con il cantante emiliano, che dopo il secondo posto a Sanremo ha pubblicato il suo nuovo disco

Foto: Nek  - Credit: © Massimo Sestini

27 Febbraio 2015 | 15:31 di Francesco Chignola

È stato un ritorno al Festival trionfale, quello di Nek. Prima la vittoria della serata delle cover, poi il successo in radio di «Fatti avanti amore» fino al secondo posto nella gara dei Campioni. Ma le emozioni per Filippo Neviani sono appena iniziate: ora è uscito il suo nuovo album «Prima di parlare».

Prima di parlare, appunto, dell’album torniamo un attimo a Sanremo. Quali sono le tue senzazioni a freddo due settimane dopo la fine del Festival?
«Fin dalla prima esibizione ho potuto vedere questo affetto smisurato e palpabile della gente nei miei confronti ed è qualcosa di eccezionale. Sono andato al Festival con le idee chiare ma non mi sarei mai immaginato un responso così immediato. “Fatti avanti amore” è arrivata subito alle persone, se ne sono impossessate».

È il brano del Festival più trasmesso in radio, ti capita spesso di sentirlo in giro?
«Spesso, e tutte le volte è un tonfo al cuore, devo dire la verità. Ogni volta mi fermo ad ascoltare come esce in radio, ascolto quello che dirà lo speaker dopo la fine del pezzo. È un bel momento che cerco di godermi in ogni istante».

Passando a «Prima di parlare»: quand’è che hai cominciato a lavorarci?
«Le forze per l’album le ho racimolate dopo un edema alle corde vocali che mi aveva costretto a terminare prima del tempo la vita del disco precedente. Una volta guarito, ho trovato un po’ di energie e mi sono detto: bisogna darci dentro, non ci si può fermare al primo ostacolo. Così ho cominciato a scrivere il primo pezzo, poi il secondo, e grazie al nuovo gruppo di amici che mi ha aiutato nella produzione dell’album è arrivata una valanga di idee: la condivisione e la sinergia sanno trasmettermi tanto. Così ho scritto una ventina di pezzi, e tra questi abbiamo scelto gli 11 di questo album».

E gli altri pezzi che fine hanno fatto?
«Ci sono in ballo delle collaborazioni, ma sono in fase di messa a punto: presto ne saprete di più. Per il momento diciamo che ci saranno… delle incursioni in dischi altrui. Ma ci sono anche brani che sono rimasti da parte per il prossimo disco, a cui sto già lavorando».

Questo album a arrangiamenti davvero particolari, è molto curato, e i pezzi sono molto diversi tra di loro come sonorità. Da dove nasce tutta questa varietà?
«Ho ascoltato soprattutto le persone che mi hanno accompagnato in questo viaggio: Luca Chiaravalli che ha prodotto il disco assieme a me, Massimiliano Elli e Gianluigi Fazio che ci hanno aiutato ad arrangiarlo e Andrea Bonomo che ha collaborato ai testi. Questi amici hanno portato la loro cultura e i loro ascolti, che ho mischiato con il mio background musicale. Abbiamo ascoltato molta musica, dai Maroon 5 alla musica elettronica dell’iPod di Luca e Gianluigi. Questo gruppo di lavoro mi ha aperto un mondo: è proprio vero che in musica non si finisce mai di imparare e di stupirsi, questo disco è la riprova».

Mi ha colpito molto l’attacco con cui si apre il primo brano dell’album, quasi country.
«È successo per caso. “Prima di parlare” è stato uno dei primi pezzi che ho scritto, e assieme a Luca e Massimiliano stavamo cercando di trovare come farlo “rotolare”».

Cioè?
«A volte capita di scrivere dei brani a cui senti che manca qualcosa: devi trovare il meccanismo che si inceppa, metterlo a posto, farlo “rotolare”. È come quando versi l’acqua nel bicchiere da una bottiglia, il liquido deve scendere senza impedimenti. Così abbiamo avuto l’idea di una chitarra che sembra quasi un mantra: volevamo un suono ipnotico. Poi abbiamo arrangiato il resto del pezzo con l’orchestra ed è venuto così bene che abbiamo deciso di usarlo come canzone d’apertura dell’album».

Parlando proprio di quel brano, nel ritornello dici una frase che mi sembra un po’ il filo conduttore dell’album: «Devi stringermi prima di parlare», i sentimenti che vengono prima della ragione.
«Giustissimo. È proprio il leitmotiv di questo disco, che io definisco un “concept album”: le parole si fermano, vengono annientate davanti all’imponenza dei sentimenti. Devono essere i sentimenti a parlare. Le parole perdono utilità davanti all’importanza di un abbraccio. Con un abbraccio hai già detto tutto. Se usi l’amore rispondi a tutti i dubbi, l’amore ti rimette in carreggiata quando pensavi che la tua vita fosse arrivata a un punto di non ritorno».

Come quando in «Il tuo vero nome» canti: «Non avere cura della paura / ama senza misura».
«Noi a volte scappiamo da questo grande sentimento, perché ci fa paura. E bada che non parlo solo di amore romantico, ma anche di amore nei confronti di chi fa bene il proprio lavoro, oppure quello di chi dedica la sua vita agli altri. Quella è la forma d’amore più alta che ci sia e in “Il tuo vero nome” mi riferisco proprio a quello, all’amore in senso universale».

C’è anche tanto romanticismo in questo disco, le canzoni più sentimentali sono nate tutte pensando a tua moglie Patrizia, la tua musa?
«È in bilico tra autobiografia e narrazione. Ci sono anche storie che ho captato, che ho sentito, di persone che mi sono vicine e le hanno vissute. È inevitabile che finisca un po’ di me nelle mie canzoni, perché io sono uno spettatore attivo della mia vita, ma non tutte le mie canzoni riguardano me stesso». 

Colpisce che l’album, pur essendo così «romantico», sia anche così «veloce», con molti pezzi «mezzo tempo» o che si avvicinano addirittura alla dance. A te non piacciono molto le ballate, vero?
«Sai cos’è? La ballata è basata su un difficile equilibrio. Le ballate devono raggiungere il cuore, altrimenti diventano chicche per pochi e non ne vale la pena. Scrivere una bella canzone è una cosa difficile, non si può fare un manuale d’istruzioni per scrivere il pezzo del secolo. Si va a tentativi, e devi sempre confrontarti con il gusto della gente. In musica è così: c’è sempre una fase della scrittura in cui viaggi nella nebbia. Comunque sì, diciamo che sono più avvezzo a scrivere pezzi mezzo-veloci, mi piacciono di più e forse do il meglio di me con questo tipo di canzoni». 

Ti piace l’idea che brani come «Fuori pericolo», citandone uno che si presterebbe, possano essere remixati per essere ballati?
«È inevitabile che questo disco, come è stato per “Fatti avanti amore”, diventi proprietà delle persone che lo ascoltano. Che lo comprino o che lo scarichino, mi auguro legalmente, le persone fruiranno di questo album e dovebbero farne quello che vogliono. Con “Fatti avanti amore” ho fatto un esperimento su SoundCloud dando la possibilità di remixare la canzone per ricostruirla ad hoc secondo i gusti di ciascuno, poi vedremo se ripeterci con altri brani. È giusto che la musica venga condivisa». 

Quali sono secondo te gli altri pezzi forti dell’album, quelli che diventeranno dei classici del tuo repertorio?
«Io posso avere un’idea di massima, ma tanto poi è il pubblico che comanda. Anzi, sarà interessante scoprire quali sono i gusti delle persone che ascolteranno il disco: loro mi daranno, anche a loro insaputa, molti suggerimenti che mi aiuteranno a capire in che direzione andare. Tra le canzoni dell’album a me piacciono molto “Prima di parlare” e “Credere amare resistere”, ma anche brani come “Quello che non sai” e “Nati insieme”, perché le reputo più interessanti stilisticamente, e danno una visione di me che la gente magari non si aspetta». 

Parlando di «Credere amare resistere»: già dal titolo è una canzone-manifesto.
«Il brano è ispirato all’associazione Voa Voa, nata per supportare, difendere e sostenere tutte le famiglie che soffrono a causa di malattie neurodegenerative. Siccome io sono un papà, mi sono subito avvicinato a questa associazione fondata dai genitori della piccola Sofia, una piccola realtà che spero diventi grande. Ho scritto testo e musica dopo aver incontrato queste persone, durante il viaggio di ritorno vero casa. “Credere amare resistere” è proprio il loro manifesto, la loro parola d’ordine». 

Anche il tuo rapporto con la fede ha influenzato il lavoro su questo disco?
«Sì, anche se a dire il vero ci tengo a tenere questa cosa un po’ privata, per non diventare il solito fenomeno da baraccone. Però è vero, io sto vivendo con passione questo cammino, ho imparato a capire la fede attraverso la comunità Nuovi Orizzonti. È un bellissimo percorso che sto facendo e che, credimi, in situazioni difficili, come la morte di mio papà, mi ha aiutato a tenere salda la mia serenità».

Nel tour degli «instore» incontri per la prima volta i tuoi fan in massa dopo Sanremo. Ti piace l’idea che il Festival abbia aperto la porta della tua musica anche a un pubblico nuovo?
«È vero, Sanremo mi ha avvicinato a tanta gente. Infatti non l’ho mai disdegnato, l’ho sempre ricordato con grande affetto: ogni Sanremo che ho fatto mi ha sempre cambiato la vita, prima con quell’impatto un po’ burrascoso per via del brano “In te”, poi con “Laura non c’è”, e ora con “Fatti avanti amore”. Quindi io sono felicissimo: la musica è sempre stata la mia passione, è ancora forte in me, e guai se dovesse spegnersi».

Durante il tuo giro del Paese incontrerai persone di tutte le età, che messaggi pensi che possa dare la tua musica a loro?
«Io sono contento che le persone mi dicano che ascoltare “Fatti avanti amore” le ha fatte stare bene, ha dato loro energia. È questo che voglio che produca il mio disco: ti metti lì, lo ascolti, e passi un momento di serenità. La musica è terapeutica. Non aspiro a far riflettere la gente, anche se qualche canzone forse avrà questo effetto. Io mi accontento che faccia passare un bel momento a chi ascolta»

Il tour inizierà in autunno. Hai già qualche idea? Suonerai anche i classici del tuo repertorio?
«A breve ci saranno tutte le date, ci stiamo ancora lavorando. È ovvio che ci saranno tante canzoni del nuovo album, ma non disdegno mai quello che mi ha fatto arrivare fin qui».

Non c’è nemmeno una canzone del tuo repertorio che ti sei stufato di cantare?
«No no, sono affezionato a tutte. Magari mi capiterà di tralasciare alcune canzoni molto vecchie come “In te” o “Cuori in tempesta”, che invece ho accennato nel tour di due anni fa. Sai perché? Per la voglia di riproporle più avanti. È come quando hai un paio di scarpe bellissime che tieni in una scatola, e fai passare un po’ di tempo perché ti ritorni la voglia di rimetterle». 

Esiste invece una canzone che sei ansioso suonare in tour?
«Adesso come adesso non vedo l’ora di cantare “Fatti avanti amore” e di vedere la reazione della gente quando partono le prime note del pianoforte».