16 Marzo 2013 | 07:33

Renato Zero, l’intervista: «Ecco perché torno con un disco Anni 70»

Quattordici brani tra orchestrazioni classiche, echi Anni 70 e venature jazz nell’omaggio a Lucio Dalla, «Lu». Ma soprattutto Renato Zero racconta della voglia di tornare sul palco, in mezzo agli zerofili e zerofolli d’Italia, visto che dal 27 aprile sarà il padrone di casa del Palalottomatica di Roma per oltre un mese...

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Renato Zero, l’intervista: «Ecco perché torno con un disco Anni 70»

Quattordici brani tra orchestrazioni classiche, echi Anni 70 e venature jazz nell’omaggio a Lucio Dalla, «Lu». Ma soprattutto Renato Zero racconta della voglia di tornare sul palco, in mezzo agli zerofili e zerofolli d’Italia, visto che dal 27 aprile sarà il padrone di casa del Palalottomatica di Roma per oltre un mese...

Foto: Amo

16 Marzo 2013 | 07:33 di

«Azzeriamo tutto. Le nostre esistenze si sono ridotte a un codice fiscale e a una partita Iva. Abbiamo delegato ogni cosa e intanto consumiamo i nostri giorni da spettatori davanti alla tv o su Internet. Scendiamo in piazza, ricominciamo a dialogare e riprendiamoci il futuro». Rieccolo Renato, caricato a molla di Zero-pensiero, 62 anni portati con buonumore, come chi ha fatto pace da tempo con se stesso.

Vestito di nero («tanto io sono a colori dentro»), stravagante negli occhiali di alluminio e pelle, racconta di sé e del suo nuovo disco di inediti «Amo», che arriva a 4 anni di distanza da «Presente». Quattordici brani tra orchestrazioni classiche, echi Anni 70 e venature jazz nell’omaggio a Lucio Dalla, «Lu». Ma soprattutto racconta della voglia di tornare sul palco, in mezzo agli zerofili e zerofolli d’Italia, visto che dal 27 aprile sarà il padrone di casa del Palalottomatica di Roma per oltre un mese.

Sono già stati venduti 70 mila biglietti e siamo a 15 date. Quasi un concerto al giorno. Come si sta preparando?
«Il palco ce l’ho nel dna, non mi pesano i concerti ravvicinati. Prima di uno show seguo una mia tecnica di rilassamento in silenzio. Faccio pure un po’ di ginnastica. Ma il mio passato da ballerino mi aiuta. Senta qua i muscoli delle gambe. Mica male, eh?».

Perché ha scelto di presentare «Amo» al mitico Piper?
«Per ringraziare quei giorni magici degli Anni 70. Tutto quello che ho cantato nasce da lì, da una grande famiglia di ragazzi ribelli a un futuro preordinato dal business dei genitori. Lì c’è il mio cuore. Ci vado ancora al Piper. Con una scusa o con l’altra torno nel nostro Ateneo. Al Piper ho conosciuto Gino Landi, Rino Gaetano, Mia Martini. Grazie a quel locale mi sono trovato sul palco del Brancaccio a pochi metri da Jimi Hendrix. Chi se lo scorda più?».

Vari brani di «Amo» sono una dichiarazione d’amore al pubblico, come il singolo «Chiedi di me».
«È così. Arrivato a un certo punto della mia vita mi sarei aspettato di non cantare più. Mi vedevo riappropriarmi della terra, in una scelta di appartenenza alla natura. E invece eccomi qua. Amo è come dire ci sono. Amare vuol dire disarmarsi, vuol dire essere se stessi, senza reticenze e falsi pudori. Vuol dire continuare a vivere».

A Roma essere amati come Renato Zero può causare qualche problema pratico-logistico. Com’è?
«Il rapporto con il mio pubblico è intimo e costante. Li conosco tutti. C’è chi mi ricorda di quando abbiamo preso insieme un capuccino, c’è chi, in difficoltà, è riuscito a farsi operare grazie a me. Poi, certo, il pubblico va educato. A un mio concerto ho dovuto cantare spalle al pubblico per far capire che i continui flash mi distruggevano gli occhi. E poi io il mio pubblico lo voglio guardare in faccia».

In «Dovremmo imparare a vivere» è arrabbiato sulla situazione attuale. Cosa ne pensa dell’Italia uscita dalle urne e di Beppe Grillo?
«Mi chiedo: ma 200 partiti fanno la democrazia o il caos? La politica in Italia è vissuta come un derby. In quanto a Grillo, l’idea che un professionista dello spettacolo possa aver agitato le acque mi rende felice. In Polonia al governo c’erano anche poeti e letterati».

Si augura che la legge sui matrimoni gay e sull’adozione da parte di coppie gay venga approvata anche in Italia?
«Sì. Nel mio percorso non ho fatto altro che stuzzicare le coscienze, aiutandomi con l’efficacia di un microfono. Chi non accetta queste semplici regole di pacifica convivenza, probabilmente per qualche motivo non vuole la felicità degli altri e lui stesso non si sentirà mai appagato».

C’è anche un pezzo dedicato al suo amico Lucio Dalla. Si ricorda quando vi siete conosciuti?
«Avevo 17 anni e ballavo nel programma radiofonico “Bandiera gialla”. Un giorno, proprio dopo essermi strappato completamente i pantaloni in una spaccata, Gianni Boncompagni mi disse che dovevamo andare alla RCA a fare un provino. Non volevo andare così combinato ma Boncompagni disse che ci aspettavano. Entrammo in un enorme ascensore e sdraiato per terra in un angolo c’era Lucio. Aveva cento lire in fronte e un’arancia in testa. “Che bello” pensai. Mi fece sentire subito a casa».

A proposito com’è casa Fiacchini?
«Direi Zerofolle. Ho tre sorelle che sono quasi un’entità unica, come lo Spirito Santo. E mi coccolano da morire. Si chiamano al telefono per chiedersi: “Ma Renatino l’ha fatta colazione stamattina?”. E poi c’è mio fratello che per fortuna non si mette più i miei vestiti. Averlo a casa è un gran risultato. Si sta bene con la propria famiglia».

E le sue due nipotine? Stanno crescendo estrose come il nonno?
«Virginia ha 7 anni e mezzo e Ada 6. Sono due precisine, educate, pure troppo. Sa la verità? A volte mi sembrano quasi due “signorine mature”. E allora regalo loro vestiti. Scherzosamente le chiamo “fotomonelle”. D’altra parte sono femmine e pure piccole. Se non se le mettono loro certe cose…».